Un libro, un film, un’opera contro l’omofobia

Un libro non proprio…
L’argomento è vasto, e un solo titolo non credo riesca a fare metonimia in alcun modo…
Vado quindi per una poesia…
…per il componimento detto «della Gelosia» scritto da Saffo di Mitilene non si sa quando (lei si presume sia vissuta tra il 630 e il 570 a.C.)…
…il componimento è quello a cui Theodor Bergk ed Ernst Diehl, indipendentemente l’uno dall’altro (Bergk lavorò nel 1843, Diehl tra il 1924 e il 1935), affibbiarono il numero 2…
Nel 1971, invece, Eva-Maria Voigt lo intese con forza come il 31esimo componimento a noi noto della poetessa…
Si tratta, naturalmente, di un frammento (come frammentario è pressoché tutto ciò che ci è pervenuto della così detta antichità), e quindi alcuni hanno anche asserito che potrebbe non essere affatto incentrato su una gelosia omosessuale… certamente, però, ci sono molti altri frammenti un po’ meno equivocabili (per esempio quello che Voigt numera 96), anche se sempre “elusivi”… ma vabbé: si sa che molti si attaccherebbero anche a un treno pur di dimostrare che quel che vedono appartiene alle loro categorie cognitive e non ad altre (vedi anche La Mécanique du Cœur)…
Spettacolare, per i cinemisti, constatare che il frammento 31 di Voigt è cinema allo stato puro: si origina tutto da uno sguardo

Per i film si potrebbe fare l’obiezione di prima: ce n’è troppi e ognuno importante…
Io però credo che la tematica deplorevolmente omofobica, più che nei kolossal che tutti conoscono, si racchiuda fortemente in Weekend di Andrew Haigh, del 2011 (è il numero 35 di Jiminy Cricket e il secondo film letto in Biancalana e i sette gnomi, parte IV)

Per l’opera, naturalmente, sarebbe facile scovare roba contemporaneista ispirata a plays recenti (Peter Eötvös, per esempio, ha tratto un’opera da Angels in America di Tony Kushner nel 2004, un anno dopo che Mike Nichols lo aveva adattato per la TV; inoltre, Charles Wuorinen ha tratto un’opera da Brokeback Mountain nel 2014), ma non so se vale: è roba che, molto probabilmente, dopo la creation verrà replicata sì e no un paio di volte in tutto (ahinoi)…
Molto facile, anche, trovare tematiche LGBT nei musical del WestEnd o di Broadway (A Chorus Line di Ed Kleban & Marvin Hamlisch, 1975, per esempio; o Rent di Jonathan Larson, 1996, che però io ho detestato e non perché ispirato alla Bohème di Puccini, non c’entra niente, è solo che proprio non l’ho retto per via del virtuosismo vuoto e per la pacchianeria diffusa)…
Di opere effettive, però, è più difficile trovarle…
Nella Lulu di Alban Berg (1937), che in teatro e su YouTube si riesce a vedere a mille, c’è un gay, ma non è che sia al centro della scena…
In A Quiet Place di Leonard Bernstein, scritta nell”83 e poi rifinita nell”86, c’è un gay problematicissimo, ma ancora sullo sfondo…
Albert Herring, protagonista dell’omonima opera di Benjamin Britten del 1947, potrebbe essere un probabile gay felice, ma non si sa se lo è davvero: di lui sono incontrovertibili solo l’infantilismo e le crisi edipiche…
Britten, nel 1973, ha tratto un’opera anche da Der Tod in Venedig di Thomas Mann (Death in Venice): potrebbe avere tutte le carte in regola per un elenco come questo, ma non è che sia così edificante… né così facile da vedere…
Neanche altri gay di Britten sono così carini: Claggart in Billy Budd (1951), per esempio, è un sadico…
In questa risicatezza di opere ben poco circolanti nei teatri, forse c’è da rifugiarsi in altri lavori partiti come etero ma finiti, grazie a varie eventualità, a essere delle grandi icone se non gay per lo meno queer
Il Cherubino delle Nozze di Figaro di Mozart, per esempio, 1786, è fortemente gay, anche nel crossdressing
Mariandel e Marie Therese nel Rosenkavalier di Strauss, 1911, lo sono forse ancora di più…
Crossdressing particolari sono anche nel Comte Ory di Rossini (1828) e nel soggetto che Ludwig van Beethoven ha musicato nel Fidelio (1805 e “finito” nella sua terza versione nel 1814): Beethoven taglia una scena in cui Fidelio (che in realtà è Leonora travestita) è oggetto del desiderio di Marzelline: cioè c’è una donna, vestita da uomo, che viene corteggiata da un’altra donna (è la scena di Lady Oscar e Rosalie)… Beethoven, ovvio, tagliò tutto, ma la scena è ben visibile nelle musicazioni che dello stesso soggetto effettuarono Ferdinando Paër nel 1804 e Pierre Gaveaux nel 1798…
È stata vista come “inno gay” anche Tristan und Isolde di Richard Wagner (1865, numero 22 di Operas III), in forza del fatto che non differenzia in alcun modo la musica di Isolde da quella di Tristan (Jean-Jacques Nattiez ha detto che Wagner era androgino): tutta quanta l’opera, quindi, potrebbe essere agita da personaggi dello stesso sesso (ne era convinto Wystan Hugh Auden)…
E queste appena elencate sono invece opere che si sentono a mille!
[tutte queste news le ho dedotte soprattutto dall’articolo di Tim Ashley sul Guardian del 23 maggio 2003, leggibile qui]

Il bonus, immancabile, è sulla musica classica non teatrale: i pezzi più adatti a stagliarsi contro l’omofobia sono, a mio avviso, la Sinfonia 4 di Čajkovskij (la numero 3 di Symphonies) e la Age of Anxiety di Bernstein (numero 35 di Symphonies): entrambi in bilico tra esaltazione, follia/ubriacatura, disperazione atroce, comunicano bene lo status di dramma che produce un mondo omofobico (Susan McClary, Femminine Endings: Music, Gender, and Sexuality, Minneapolis, University of Minnesota Press, 1991 è convintissima che la 4a di Čajkovskij sia un inno gay di terrore di essere trattati male, ma vedi in proposito lo scetticismo molto sano di Peter Kivy, Introduction to a Philosophy of Music, New York, Oxford University Press, 2002 [tradotto da Alessandro Bertinetti per Einaudi nel 2007 col titolo Filosofia della musica. Un’introduzione] e, di nuovo, la mia posizione in La Mécanique du Cœur)


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