«If….» di Lindsay Anderson, 1968

Onirico, erratico, satirico, If…. di Anderson è il primo film di Malcom McDowell e uno dei più trancianti ingressi che la Contestazione sessantottina abbia fatto al cinema…

Naturalmente c’erano prodromi, al livello di beat generation (Look Back in Anger di Tony Richardson, per esempio, è del ’59; oppure i film di Dick Lester: A Hard Day’s Night è del ’64 anche se non lo si può definire politico era cinematograficamente molto “ribelle”; e, ovvio, sto escludendo i fantasmagorici esempi degli anni ’50, da Rebel Without a Case di Nick Ray a The Wild One alle commedie di Arthur Miller; o addirittura anni ’40, tipo i plays di Tennessee Williams), o anche in diversi incunaboli americani come To Sir, with Love di James Clavell, che è del ’67, naturalmente lo stesso anno degli iconici The Graduate di Mike Nichlols e Bonnie and Clyde di Arthur Penn…
Del ’67 è anche il grande musical Hair di Ragni/Rado/MacDermot (fu allestito da Gerald Freedman al newyorkese Public Theatre Off-Broadway), ma circola a Broadway (con allestimento di Tom O’Horgan per il Baltimore Theatre) nel ’68: è quindi coevo

È ovvio che c’era già la Nouvelle vague: c’era Paris nous appartient di Jacques Rivette (’61), Les Quatre Cents Coups di François Truffaut (’59), c’era Godard, c’era Andy Warhol (Vinyl è del ’65)… c’era certa anarchia dei film di Buñuel (Belle de jour è del ’67)…

c’era anche Cassavetes… anche se uno dei suoi film più documentary, cioè Faces, è proprio del ’68… c’era certo Sidney Lumet…
sono del ’68 anche i primissimi film New Hollywood di De Palma, o Bogdanovich, o William Friedkin (del ’68 è perfino Amblin’ di Spielberg)…
ma non sono tutti considerabili come sessantottini

Qualcosa, cioè, c’era *prima*… di sicuro… Ma è anche vero che certo Sessantotto viene “rappresentato” dal cinema *dopo*…

Easy Rider di Hopper è del ’69, Butch Cassidy and the Sundance Kid di Roy Hill anche, Woodstock di Wadleigh è del ’70, così come Figures in a Landscape di Losey; dei film di Penckinpah Wild Bunch è del ’69, Straw Dogs è del ’71, Pat Garrett è del ’73; poi, Strawberry Statement di Hagmann e i film di Robert Altman M*A*S*H e Brewster McCloud sono del ’70, THX 1138 di Lucas è del ’71, The Way We Were di Pollack (che segna un grosso ingresso della politica nel grande mainstream hollywoodiano) è del ’73, come i grandi musical di cristologia hippie (Jesus Christ Superstar di Jewison, dal musical del ’70; e Godspell di David Greene, dallo show del ’71) [la Mass di Leonard Bernstein è del ’71] e come Badlands di Malick (un film che, ultimamente, sto citando fin troppo spesso)

e sto solo andando a memoria (dimenticandomi chissà chi, che certamente integrerò con addende di *edit*)

If…. di Anderson è quindi quasi un apripista della rappresentazione Contestatoria del mondo…

e apre le danze in maniera rapsodica, aberrante

gli shots sono spesso fermi e conchiusi (c’è pochissima macchina a mano), ma sono incerti di visione (alcuni sono, apparentemente senza motivo, in bianco e nero), irreggimentati in 8 episodi dichiarati in didascalia che però li organizzano ben poco (le didascalie che designano gli episodi sembrano perfino prive di effettivo senso, per certi versi come quelle di Un chien andalou di Buñuel, che è ’29), e mostrano comportamenti corrotti, opprimenti e malsani all’interno di una istituzione fortemente gerarchizzata e strutturata quanto completamente anomala

I nonnismi, gli schiavismi (che, alle volte, si suggeriscono essere perfino di natura sessuale), le punizioni corporali, gli insegnamenti distorti (un professore propone una grande idea di ermeneutica storica ma ci rimane male che gli studenti non gli vadano dietro, senza considerare che non possono effettivamente farlo proprio a causa del sistema educativo che egli stesso rappresenta!), il cerimoniale demenziale (con l’inno di fedeltà al college ripetuto all’infinito insieme alle messe polifoniche cinquecentesche), le “scenografie” quasi militariste dei ras (a cui i professori si affidano come per magia per mantenere l’ordine nei dormitori) si susseguono come in un trance solidissimo e asciutto (dato anche il montaggio che appare fortemente diegetico) ma luciferino, incerto, molto straniante, a causa delle dissolvenze in nero, molto improvvise, che indicano i diversi episodi, a causa degli strambi shots in bianco e nero, e del disorientante andamento mai davvero consequenziale delle scene che ci appaiono… il montaggio, cioè, racconta molto solidamente, in modo diegetico, episodi che però si susseguono con un ritmo e in un ordine che solido e diegetico non è per niente…!

Provare simpatia per la società presentata nel film, così traviante e prevaricante, è impossibile, ma è difficile anche affezionarsi ai rivoltosi

Chiusi in una stanzetta piena di idoli “libertari” (Che Guevara e Mao), ma anche di foto di diversi guerriglieri armati, e di donne nude varie ed eventuali, McDowell e compagni (Anderson girò altri due film con McDowell nei panni dello stesso personaggio, Michael ‘Mick’ Travis) si perdono spesso in sogni a occhi aperti, che noi pubblico riconosciamo molto male rispetto al “racconto”… onirismi che hanno orizzonti culturali diversi, lontani dagli innodismi del college (i “libertari” ascoltano spesso la Missa Luba congolese del ’58, un “africanismo” del tutto estraneo ai suoni occidentalisti, quindi opprimenti, delle messe ecclesiastiche del college), ma contribuiscono a confonderci…

Non si capisce se i “libertari” trovano le armi in un sogno o per davvero…
Non si discerne se la ragazzina del bar, che Mick & Co. conoscono al centro del film, si trova accanto a loro nelle stanze del college per simbologia o se per diegesi
Non si capisce se l’aiuto-cuoca va in giro nuda in una scena in bianco e nero perché se la immaginano Mick & Co. o se ci va davvero a segnare una società del tutto folle…
Non si capisce se il picchiarsi e fare a spadate di Mick & Co. sono addestramenti o giochi
E in tutto questo disorientamento anche i “libertari”, sincere vittime degli odiosi nonnismi, si dànno a discorsi assurdi sull’uso della violenza, sul ribellismo assassino e si abbandonano a sciocchezze para-futuriste sulla purezza della Guerra…

Tra queste due fazioni, che si determinano davvero, però, solo alla fine del film (quasi soltanto negli ultimi 40 dei 110 minuti), e sullo sfondo di un mondo adulto completamente inconsistente (i professori sono dei cretini e si affidano fedelmente ai ras nonnisti in modo banalmente “naturale”: un comportamento che giustifica la sfiducia dei “libertari” nei loro confronti; e la sfiducia rabbiosa dei giovani meno che trentenni riguardo agli adulti responsabili della Shoah e della bomba atomica è una cifra caratteristica di tutto il movimento sessantottino e dei suoi preludi nelle battaglie free speech proprio dei college americani del ’64-’65), si concretizza, in climax, una tremenda guerra, che esplode anch’essa onirica e quasi comica (l’espediente di ingaggio dei combattimenti si origina da un’azione di disturbo di una congrega che definire ironizzata è dir poco), in cui i “libertari” arrivano perfino a sparare per primi, onde distruggere senza pietà una società completamente folle, liberticida…

Vale la pena sparare addosso a quella società distopica?

È facile concludere che Anderson, date le sue simpatie con le coeve sollevazioni del Maggio Francese, faccia in qualche modo il “tifo” per i “libertari” di McDowell, per Mick Travis… e ce la mette proprio tutta a squalificare la vita del college come tremendamente delirante, piena di giochini di guerra del tutto rincoglioniti, di esempi educativi devastanti (Anderson si concentra molto sugli effetti che il college ha soprattutto su uno dei ragazzini, Jute), e di gente assolutamente bislacca: nella scena precedente alla rivolta di Travis, i rivoltosi aggrediscono il cappellano del college; il rettore invita i ribelli nel suo ufficio per discutere la punizione, e poi intima ai ragazzi di chiedere scusa al prete, che esce fuori dal cassetto del rettore! Una scena a metà tra la rivista e il surrealismo! E ad agirla sono il rettore e il prete che dovrebbero essere il raziocinio, la classe dirigente!

Davanti a una società così deteriore come quella del college si potrebbe davvero aver voglia di sparare, ignorando l’invito al pacifismo del rettore, che appare anch’esso ridicolo, deformato e grottesco…

Ma tutta la confusione del film di Anderson coinvolge molto anche i “libertari”…

Magari Anderson vuol fare un discorso alla Calvino (Il sentiero dei nidi di ragno), alla Vittorini (Uomini e no), basandosi sul famoso assunto «anche il peggiore uomo che lotta per la libertà è sempre meglio del migliore uomo che si trovi a difendere una dittatura liberticida»…

Essendo Travis, e i suoi agenti, del tutto libertari (così urgenti da arrivare a sparare, quasi “terroristicamente”, per primi), allora sono migliori dei nonnisti del college che portano avanti un sistema inumano purulento…

La cosa regge…

Anche perché Travis è bislacco, inquietante e pauroso, ma non pare mai *inumano* come i Rowntree e i Denson che gli fanno subire le punizioni corporali e che seminano terrore nei poveri ragazzini…

Come se Travis fosse il male minore perché evidente e sincero rispetto a un subdolo male peggiore che fa male psicologico, di nascosto, al sicuro di una faccia pulita e della protezione degli inetti adulti…

È possibile…

Ma il film inquadra tutti in modo confuso, e non solo: sono proprio i sogni dei sodali di Travis a confonderci di più!
E proprio le riprese di Travis nel suo studio sono tra le più strane (in una lunga scena, Travis si mette a sparare freccette sulle foto appese nello studio, e Anderson inquadra frontalmente le immagini delle foto ottenendo, nel film, una estraniante foto di una foto)…

La libertà sarà degna di essere respirata anche se veicolata da un personaggio simile?

È qui che Anderson forse sfodera il suo vero intento, che, forse, è quello dell’avvertire

«All a poet can do today is warn» è il motto del grande War Poet (vedi 1917) Wilfred Owen (vedi anche il War Requiem di Britten)…

…e dietro If…. potrebbe anche esserci la vecchia considerazione di Wystan Hugh Auden in September 1, 1939: «Accurate scholarship can / Unearth the whole offence / From Luther until now / That has driven a culture mad, / Find what occurred at Linz, / What huge imago made / A psychopathic god: / I and the public know / What all schoolchildren learn, / Those to whom evil is done / Do evil in return»

L’avvertimento di Anderson potrebbe essere quello di considerare la possibile polveriera che sta per venire fuori dallo scoppio della gretta e disprezzata società borghese…

E il suo avvertimento, quasi alla Jonathan Swift, ha i colori perfino della parodia, fatta proprio per far riflettere, anche amaramente (come faceva la sconcertante Modest proposal del 1729)…

Alla fine, agli spari di Travis e dei suoi ragazzi (e una delle più agguerrite è la ragazzina del bar, che potrebbe essere solo un sogno!), tutti reagiscono con toni bizzarri, sopra le righe: tutti quanti, anche i più improbabili, si mettono a maneggiare mitragliatrici coi volti assetati di sangue (sembra Jojo Rabbit!)… Ed è un ambiente in cui tutti quanti fanno sciarade militaresche ridanciane (se n’era vista una in una scena precedente): che tutto sia sciarada, anche la sparatoria finale, dato il tono assurdo, quasi “ridicolo”, della reazione, è possibile…
Travis è quello che spara più felice di tutti, nell’esaltazione della morte, ma anche lui ha un sorriso beffardo, “divertito” che viene interrotto de abrupto dalla scritta If….

Tutto quanto, forse, tutto quell’orrore sta forse a designare un What If?
Un avvertimento satirico-parodico su ciò che potrebbe succedere se si continua a portare avanti una società di Evil e di nonnismi raggelanti?
E la natura di What If dell’intero film giustifica forse anche l’intera confusione tra sogno, realtà, e pseudo-diegesi che abbiamo visto durante tutta la sua durata?

magari sì

o magari no…

c’è da scegliere…

Sono curiosi certi parallelismi col molto più fiacco Higher Learning di John Singleton (1995), che finisce lo stesso per ammonire alla probabile polveriera razziale e nazista che potrebbe sprigionarsi dai neofascisti dei campus americani, senza però avere un’anticchia dell’interesse filmico di If…. [Higher Learning è un film che, inoltre, ha una goduriosa scena sexy tra Jennifer Connelly e Kristy Swanson negli anni in cui erano più irreali da quanto erano belle]

Stephen Frears lavorò come assistente di Anderson durante le riprese…

Tra gli assistenti del grande direttore della fotografia Miroslav Ondříček figura Chris Menges, colui grazie al quale risultano visivamente tostissimi gli altrimenti blandi film di Roland Joffé Killing Fields e Mission (sulla cui noia vedere Sam Simon)…

3 risposte a "«If….» di Lindsay Anderson, 1968"

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