«Il conformista» di Bernardo Bertolucci, 1970

È un film molto attuale…
che se uscisse oggi susciterebbe gli stessi elogi e isterie che accompagnano roba come La casa di Jack, i filmetti di Nolan, o le sciocchezze MERDflix…

Naturalmente Il conformista è cinema, particolarmente acceso e denso… non è elucubrazione televisiva concepita per uno streaming o un piccolo schermo… o neanche per un grande schermo in senso sensazionalista

è cinema com’era un tempo: una entità da vedere in sala e collettivamente, nella consapevolezza di stare in sala e collettivamente tutti “coinvolti” nel medesimo spettacolo, che si sapeva essere spettacolo…

E lo dico senza nessun paternalismo… e senza nessuna nostalgia infantilista… è per questo, per questa assenza di nostalgia di ultimo post-modernismo, che Il conformista non somiglia affatto alle cose di oggi ma *viene prima* delle cose di oggi, perché è un film di gente adulta che riflette sapendo di riflettere, nella consapevolezza di stare riflettendo su un filmIl conformista è un film, quindi, che non abbisogna di nascondere qua e là il suo essere film nel fluire di una semplice vicenda favolistica “edificante” (e termini metafilmici io li ho visti negli It di Muschietti, nelle Birds of Prey, ecc. ecc.), ma costruisce la sua vicenda di denuncia delle lordure della psiche (quindi ben poco “edificante”) proprio sul meta-cinema!

Per Il conformista, Bertolucci raduna uno stuolo di giganti della messa in scena di allora – Vittorio Storaro, Ferdinando Scarfiotti, Franco Arcalli (è il primo film di Bertolucci montato da Arcalli, seguono Ultimo tango e Novecento, poi Arcalli muore, nel ’78; per sostituirlo nella Luna, 1979, Bertolucci assume Gabriella Cristiani, e con lei lavora fino a quando non conosce Pietro Scalia, in Little Buddha, 1993, con lui anche in Io, ballo da sola, ’96; gli ultimi tre film, Assedio, Dreamers e Io e te, li monta con Jacopo Quadri) – per lavorare a un soggetto già di per sé truce, complicato e ruvido (il romanzo di Moravia), in una maniera che più lussuosa e pensata non si poteva…

Finisce che Il conformista *anticipa*, naturalmente con il correlativo oggettivo della Nouvelle vague, di Pasolini, e di tanti altri, molte riflessioni analoghe successive:

il giro assai ardito dei flashback *viene prima* di quello di C’era una volta in America di Leone (1984, il cui soggetto fu scritto proprio da Arcalli! Leone, inoltre, fu uno dei méntori di Bertolucci: lavorò, si sa, al soggetto di C’era una volta il West nel ’68)… e rende del tutto mosci i giochetti similari di Nolan…

un elegantone Gastone Moschin fa quasi una prova generale del Fanucci del Godfather part II (1974)… e anche le foglie che si scompigliano a un vento quasi generato dalla macchina da presa *vengono prima* di quelle che si vedono in quel film… [dopo Novecento, nel 1976, Bertolucci conosce Coppola, vicino a imbarcarsi nella tumultuosa lavorazione di Apocalypse Now, e in qualche modo gli presta Storaro… Bertolucci e Storaro lavorano insieme fino a Little Buddha, poi, soltanto per Io, ballo da sola, Bertolucci assumerà Darius Khondji, quindi finirà la sua carriera con Fabio Cianchetti… Storaro e Coppola lavoreranno a film significativi, ma tra le alterne fortune di Coppola il loro sodalizio non è così esclusivo (Coppola lavora bene anche con Stephen Burum, già sul set di Apocalypse Now, con un Jordan Cronenweth terminale (apparentemente guarito dopo le paralisi che lo afflissero tra il 1979 e il 1981, poiché i medici si accorsero di stare curandolo per la sclerosi a placche invece che per il parkinson da cui era effettivamente affetto: questa correzione di diagnosi lo fece lavorare molto bene tra l”82 e il ’90, soprattutto con Coppola e Phil Joanou, ma nel ’91 il parkinson ricominciò a “picchiare”: per Alien 3, David Fincher, compagno di classe di suo figlio Jeff, fu costretto a sostituirlo con Alex Thomson: quante volte l’ho già raccontata questa storia? forse troppe), e con John Toll, prima di dedicarsi a progetti più “strani” (che lui definisce “sperimentali”) che Coppola lavora con piccolissime troupe di professionisti a basso costo]

le linee, magicamente e malsanamente, sia rette sia storte allo stesso tempo, a designare un mondo fascista topsy turvy, *vengono prima* di quelle di Moloch di Sokúrov…

la macchina mobile è impegnata nella creazione di una specie di microcellule episodiche che, come un mosaico, compongono il tutto
sono organizzate alla Ejzenštejn, oltre che alla Nouvelle vague, e si appaiano a certo cinema coevo di Nicolas Roeg (cioè Performance)…

il loro virtuosismo scoraggiante, sempre visibile, quasi esibito, tra movimenti funambolici della macchina da presa (aerea, veloce, sembra quasi volare come legata a un filo circense: un influsso forse “felliniano”), tra scenografie artistiche (stupefacenti) che si scoprono poco alla volta (in un montaggio ellittico che ti fa vedere le cose solo quando vuole lui!), tra disegni di luce a fasce (dalle finestre, dagli alberi), tra contrasti cromatici feroci e costruiti (con lo sfondo di un colore e il primo piano di un altro!), tra ombre di lampadari mossi e che continuano a muoversi (decretando oscurità di puro atletismo fotografico che diverranno cifra stilistica sopraffina di Storaro), immerso nella musica insistente e preponderante (di Georges Delerue, un grande della Nouvelle vague), è perfetto per raccontare una storia “terribiliosa” di personaggiacci (e mostrarci un personaggiaccio così da vicino, seguendolo quasi in prima persona, in qualche modo *viene prima* del Clockwork Orange di Kubrick, che esce l’anno dopo, o anche del Taxi Driver di Scorsese, che è del ’76, e si “adagia” sui lampanti esempi precedenti di Hitchcock e Michael Powell degli anni ’60), una storia perfetta per esprimere la meschinità casuale e misera che designò quegli anni, che designò il fascismo, sempre stupido, sempre banale, intontito dalla elementare fascinazione per il caos, la violenza, il preverbale istinto

Bertolucci prende l’assunto di Moravia, così lucido nel giudicare la povertà della follia fascista (che, già di suo, riciclava certe vuotezze borghesi precedenti, tipo quelle di Maupassant), fatta neanche di ideali o di effettive chimere, ma costituita di sozzo guadagno, di bassa prevaricazione, di prepotenza perfino infantile, propria dei bulli mai cresciuti (e infatti sono infantili tutti i traumi psichici che affollano i personaggi così come infantili erano certi comportamenti fascistoidi, come raccontano bene certi testi classici come Il popolo bambino di Antonio Gibelli o le Fantasie virili di Theweleit), e lo trasla in un formidabile show di cinema, in un «mito della caverna» (evocato anche nei dialoghi), che esprime, *sta per* la finzione della bugia fascista, per la pusillanimità del fascismo, per la malattia freudiana del fascismo…

Malattia che vicenda e film mostrano: si mostrano i tradimenti biechi e mindless, le traviazioni sessuali sadomasochistiche; si mostra la tragedia del voyeurismo psicanalitico su cui si basava l’aporia spiosa dell’OVRA (Trintignant *guarda* quasi eccitandosi l’uccisione del professore e l’eccidio della moglie, senza intervenire mai: Il conformista esce lo stesso anno di Leo the Last di Boorman, che sciorina, in modo meno atroce le stesse tematiche); si manifestano gli inganni della coscienza dei traumi pensati che però non sono mai avvenuti, con sovrapposizioni allucinate di personaggi e convinzioni, con riferimenti alla burletta (la foto di Stanlio & Ollio che spunta dal niente a prendere in giro Trintignan e Moschin)…
Una vicenda filmica che è un campionario di assurdità, di gineprai triviali delle coscienze sporche dei maleducati (termine che uso figurato, come Mala Educación di Almodóvar, 2004), sulle quali però si basò un intero stato e sulle quali si basa l’intero film…

un film che, però, nella sua evidente presenza, nella sua natura di spettacolo, mostra invece di incarnare il problema…

Tutto si vede, terribilmente e atrocemente, in un cinema che sa di essere cinema, e che è convinto che quel vedere, quell’osservare, di noi pubblico anche noi voyeur, SERVA a catartizzare, a riflettere, a pensare all’inconsistenza demente di certe demenze, su cui mai sarebbe il caso di fondare una società…

Il conformista è un meta-cinema che *viene prima* perfino di quello di La nuit américaine di Truffaut (che è del ’73), ed è sociale, politico, perfino paidéia (pur nella sua mantenutissima veste storica e mai metafisica: non siamo dalle parti né di Tarkovskij, né di Kieślowski, né di Dreyer, né di Bergman ecc. ecc.) … e *viene prima* e in qualche modo *contiene* certe spinte cattiviste odierne…

e ha anche l’intelligenza di non essere mai moralista, in quanto il suo mostrare, il suo indicare la catarsi, lascia però a chi di dovere le proprie conclusioni: è spettacolo e non messa

Non è un vedere facile per chi è abituato al cinema del 2020, soprattutto per la difficoltà di certe allegorie e per l’ipertrofia degli ultimi minuti, ma senza dubbio è un film su cui imparare molto…

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