«Prova d’orchestra» di Federico Fellini, 1978

Anche questo, come Gerry, ha peculiarità di datazione: pare che la RAI l’abbia trasmesso nel ’78 ma che sia andato in concorso a Cannes nel ’79…

In tempi di COVID e di nichilismo dell’inutilità che si diceva in Anna di Ammaniti, questi 70 minuti di filmino contribuiscono molto alla riflessione sul disastro dell’essere umano…

Un disastro che, pur nel tono più beffardo e sardonico, Fellini esprime a mille…

Poiché, molto spesso, si pensa a Fellini come a un autore abbastanza vitalistico, quasi gioioso: carnale, “trombarolo”, godereccio…

La cosa che, invece, a me viene più in mente quando guardo Fellini (e sono in accordo con Enrico Ghezzi più che con Mario Verdone), è che i suoi, più che sogni, sono *incubi* mortiferi, funebri e cupi…
Una tendenza al terreo che già nella Strada (1954) era per me molto evidente, e che esonda moltissimo negli anni ’70 (dal Satyricon, che è del ’69)…

In Prova d’orchestra il connubio tra crudele dileggio e torva tragedia annullante è proprio disperante…

Come in molti altri film di Fellini, il décors (di Dante Ferretti) mostra un ambiente dal passato glorioso ma ormai fatiscente, con le mura macchiate dalle intemperie e dall’incuria, e fotografato (da Giuseppe Rotunno) mostrandone la desolazione, il senso di claustrofobia, un generale squallore… Molto simili sono sia gli ambienti di Satyricon sia quelli del Casanova (1976: entrambi quei set erano di Danilo Donati)…

In questo milieu si muovono personaggi completamente pazzoidi, resi ancora più caricaturali dal processo di doppiaggio, voluto da Fellini, effettuato dalla CVD, in cui grandi voci teatrali (Carlo Baccarini, che fu il direttore del doppiaggio, Isa Bellini, Livia Giampalmo, Pietro Biondi, Sergio Di Giulio, Solvejg D’Assunta, e soprattutto Oreste Lionello, che presta la voce a due protagonisti, il primo violino e il direttore d’orchestra), per volere di Fellini, storpiano accenti italiani e stranieri, e deturpano, quasi prendendo in giro, ogni labiale e sincronia: ne esce fuori davvero un giardino zoologico di follia, un caotico caleidoscopio quasi cacofonico che risulta perfino in una caricatura del teatro stesso (una cosa simile, Fellini la volle anche in E la nave va… dell”83, doppiato però con la CDC, anche se anche lì Fellini impose Oreste Lionello, di solito “impiegato esclusivo” della “concorrente” CVD)

Come se i personaggi fossero una dichiarata e parodizzata commedia umana

Ben presto si evince che che quella commedia umana riflette sulla completa inutilità dell’agire umano, e, soprattutto, sulla inconsistenza dei supposti principi di libertà o autodeterminazione che l’umanità si prefigge…

In un inferno di istanze sindacali, più attente al guadagno che ai diritti, uno stranito direttore d’orchestra dal piglio più che dittatoriale cerca di effettuare, appunto, una prova con gli strumentisti, davanti alle telecamere della RAI: quel documentario è il “film” che vediamo (pensato proprio per la trasmissione in RAI), con luci fatte apposta per sottolineare l’happening (tra faretti fuori posto e “occhi di bue” rabberciati), e con la voce dell’intervistatore (che è la voce dello stesso Fellini), impegnato a carpire, qua e là, sentimenti e pensieri dei professori… Pensieri che partono sempre dalla descrizione ideale dello strumento ma giungono a fatue considerazioni simil-esistenzialiste quasi mai coerenti né davvero interessanti: molte finiscono in cicaleggio, e, soprattutto, in gratuita manifestazione di idiote rivalità, istinti dementi, e pura volgarità…
I professori stessi, in una pausa, confessano alle macchine da presa di essere, in fin dei conti, delle persone sciocche, che nella vita hanno solo suonato e mai davvero studiato e quindi hanno un orizzonte culturale infimo, e capiscono poco ogni cosa…

Nella stanza fatiscente in cui provano, molte volte, le mura tremano… la sala prove è precaria, e sembra minacciata dai tremori, che nessuno sa come effettivamente si originano…

Il direttore, a un certo punto, con pose dispotiche, impone un tempo di esecuzione esagitato, che stanca molto gli orchestrali…

Nonostante la stanchezza, il direttore vorrebbe una seconda lettura, ma gli orchestrali si ribellano e chiedono una pausa, permessa dai complessi, e del tutto alambiccati, “accordi sindacali”…

Durante la pausa, la RAI va a intervistare il direttore, che ricorda di quanto, ai tempi suoi, la prova era qualcosa di religioso, un Ancien Régime di dedizione totale al sovrano-direttore, in cui nulla di quanto Egli diceva veniva messo in discussione: non esistevano sindacati, né personalismi, né follie, né rivalità: si suonava solo per l’Arte, in una età dell’oro che però non sembra neanche quella così felice: la RAI inquadra il direttore con molti più stacchi rispetto a quanto ha fatto con gli orchestrali, e anche la stanza del direttore, così come la sua stessa figura allampanata e la sua stessa parlata incerta e caricaturale (di Lionello), non lo assolvono totalmente dalla follia che si è vista nella pletora “zoologica” di strumentisti…

Il direttore conclude che, oggi, tra lui, membro di quell’Ancien Régime, e la massa ignorante degli orchestrali, che lui giudica bestiali, c’è un rispetto fasullo: ormai si odiano… la separazione tra loro è sentita e voluta, sia da lui sia da loro, ma è una separazione traumatica, una ferita atroce e sconvolgente, che non si rimarginerà mai più: una lotta intestina in seno a una famiglia che si detesta: uno stillicidio continuo di dolore

Dopo aver detto questo, il direttore va a continuare la prova, sicuro che la pausa sia finita… Trova però il copista, il primo personaggio che ha parlato con la RAI (con noi) e ha introdotto il film, e che sembra un sodale e un nostalgico dell’Ancien Régime ricordato dal direttore…

Il copista dice che, durante la pausa, si è accesa una rivolta tra gli orchestrali…
Alcuni di loro, soprattutto gli ottoni e i percussionisti (con un po’ di sconcerto tra i clarinetti e una disperata rassegnazione nei vecchi violoncelli), guidano la ribellione, parlando di libertà della musica, di autolegittimazione artistica…

Tanti scrivono sui muri frasi sconce…

Alcuni (pianista e controfagottista) si abbandonano alle orgie…

Si fa entrare un enorme metronomo in sostituzione del direttore, ma tanti urlano anche contro il metronomo, affermando che non ci debba essere alcun “controllo” né del ritmo né del tempo e che la musica debba fluire senza costrizioni…

Il direttore siede in disparte, quasi a contemplare l’insurrezione, rimanendo distante, con una espressione che sembra anche dire «sapevo sarebbe successo», e sembra anche “temporeggiare”…

I capi sindacali sono smarriti: il nonsense della furia caotica non era lo “scopo” delle loro rivendicazioni, anche se i loro cavilli hanno di molto contribuito nell’ispirare il tumulto…

Nel caos di Verwirrung ansiogeno, in cui tutte le rivalità diventano fisiche (i violini si picchiano per la supremazia; un violista e una violinista, che si erano rinfacciati, come se si conoscessero da anni, vizi terribili, l’alcolismo e la satiriasi, vengono violentemente alle mani!), all’improvviso un vecchio secondo violino tira anche fuori una pistola, e si mette a sparare!

La RAI, la macchina da presa, comincia anche a partecipare, a farsi diegesi: si muove con il metronomo gigante, ondeggiando da destra a sinistra seguendo il ritmo, prima che il metronomo venga abbattuto dalla frangia più “anarchica”…

A un certo punto, dalle mura sgorgano mucillagini di umidità, e poi, d’improvviso, l’adynaton: una palla di demolizione arriva dal nulla a sfondare le pareti dell’ambiente

Il mondo è sfasciato letteralmente come lo era stato fin dall’inizio metaforicamente…

È tragedia vera: la palla ha ucciso la timida arpista, una delle ultime a essere intervistata, che aveva, anche venendo bersagliata dalle ironie dei colleghi, parlato della sua solitudine, che mitigava solo con il suo strumento…

Il giardino zoologico pazzoide, che si era “realizzato” anarchico, è attonito e sconvolto tra le macerie, e scioccato dalla morte…

È una situazione fin troppo simile alla marionetta che vede lo squarcio nel suo teatrino nella Tragedia d’Oreste in un teatro di marionette immaginata da Luigi Pirandello nel capitolo 12 del Fu Mattia Pascal (1904)…

ed è una idea quasi congruente col finale di Petruška di Stravinskij (1911, vedi Musiche per la primavera): il Moro uccide Petruška, arriva la *morte*, ma è solo la morte di una marionetta, il cui fantasma, o la cui anima, è però ancora viva, e appare sopra al carro itinerante del circo (e il circo è un luogo topico di Fellini, vedi non solo La strada ma anche, ovviamente, I clowns e ), malinconicissima a indicare una vita che è solo un mesto e assurdo spettacolo di automi manovrati, e non si sa se è vera o finta, neanche nella morte…

In Prova d’orchestra, però, la morte è effettiva, e ispira dolore e pianto: tutta quella liberazione anarchica ha portato morte, distruzione, e ha *determinato* di più lo sfacelo che già c’era… Quasi come il «paradosso di Palahniuk», di Fight Club, in cui la liberazione personale ci mette un attimo a diventare delirio di onnipotenza e a generare, invece che liberazione, completa inciviltà, prevaricazione e dittatura

Costernati dalla morte, gli orchestrali non sanno più come agire…

…e allora il direttore, che temporeggiava, arriva a celebrare una sorta di “funerale” per l’arpista…

un funerale che è una «prova d’orchestra» perfetta, intima e religiosa come succedeva nell’adorato Ancien Régime del passato…

Ad aiutare, quasi più di tutti, il direttore a riprendere il podio, sono proprio gli ottoni e le percussioni che erano stati i maggiori agitatori

Alla fine della prova, così perfetta, il direttore comincia, come se niente fosse, a fare correzioni…

…la macchina della RAI si allontana, con movimento laterale, verso il buio…

…e nel buio, però, sentiamo che il direttore non sta “correggendo”, non ha solo ripreso il podio, sta sbraitando, in un tedesco parodizzato nazistoide… il direttore, sfruttando il lutto che la massa stessa, con la sua fraintesa spinta di “liberazione”, ha generato, ha ripreso il suo potere, il suo Ancien Régime, che scopriamo solo ora equivalere al nazismo

La conclusione è sospesa tra lo scherzo e il dileggiante, tra l’impaurito e il gratuitamente cattivista… davvero una conclusione grottesca
più di ogni altra cosa somiglia a Gógol’… all’«inferno» ridicolissimo delle Anime morte (Mërtvye dúši, miórtvii o miórtivie dúsci, 1842)…

Fellini finisce per essere anti-sinistra, in senso nichilistico… quasi come Giovanni Verga (1840-1922) che, pur simpatizzando con gli ultimi del mondo, coi poveri e i più sfruttati, non aderì mai ad alcuna lotta, affermando sempre di schifare il Socialismo

Fellini, buttandola in burletta, non sembra credere al mondo migliore a cui invece il Marxismo, per fede, tende… è come Woody Allen (vedi il discorso iniziale di Whatever Works), o Richard Lester (il discorso anarchico-disperante di Richard Harris in Juggernaut)… cinico nel dimostrare quanto niente abbia senso, che gli sfruttatori e gli sfruttati saranno sempre quelli, per ordine perfino termodinamico, che torna e ritorna eternamente, forse perché è un ordine anche inconscio (e l’ambiente fatiscente è conchiuso forse proprio come una mente “malata”, lercia e cadente, come la mente dell’umanità intera), con solo la morte a “livellare” una esistenza atroce, come si dice nelle didascalie conclusive del Barry Lyndon di Kubrick («…they are all equal now…»: e molti hanno visto parallelismi tra Kubrick e Fellini in diversi ambiti, dal rivedere le sceneggiature all’infinito, anche in fieri sul set e perfino dopo che il film è finito al doppiaggio, al lavorare con la musica “in testa”, all’aver lavorato a un film settecentista nello stesso periodo: Kubrick era otto anni più giovane di Fellini), Fellini quasi ride di chi si sente di immaginare un mondo diverso, un mondo libero, poiché crede che il destino, espresso dall’adynaton, casuale e privo di qualsiasi logica, terrà in schiavitù sempiterna ogni cosa, ogni idea, ogni uomo, ogni individuo, ogni coscienza… come si potrà mai dirsi “liberi”? o anche dirsi “migliori”?

Per i musicisti, però, molte cose non potranno mai funzionare in Prova d’orchestra

poiché l’orchestra come luogo di metafora di nichilismo, date le grammatiche musicali, per forza di cose armoniose e ordinate per volontario affidarsi al concertatore (se non al direttore), funziona ben poco…

sono critiche musicali che secondo me hanno molta ragione d’essere…

usare un sistema, quello dell’orchestra, come metafora del caos di Verwirrung della mancata anarchia, regge male… proprio perché l’orchestra è la prova dell’esistenza di quella sintesi, di quel migliorarsi, che Fellini invece vuole negare…

È come ambientare un film sulla strage dei rifiuti in uno stabilimento di sopraffino riciclaggio…

E per questo Prova d’orchestra è uno dei film di Fellini che *funzionano meno*…

ma il messaggio rimane lì, applicabile di per sé…

…forse…

Nino Rota, autore delle musiche, è morto proprio nel 1979: questa è la sua ultima composizione…

Curioso è il constatare che Kubrick chiese proprio a Rota una colonna sonora per Barry Lyndon… ma i due non si accordarono: Kubrick gli disse di volere “esattamente” le musiche di Haendel, e pare che Rota gli rispose «allora usi Haendel!»… un pun che Kubrick, permalosissimo, non riuscì a incassare… non ci sono testimonianze documentabili, ma pare che alla fine Kubrick abbia detto a Rota «lei non sarà mai un compositore come Haendel», cosa che fece rimanere molto male il povero Rota…

…sono, certamente, tutte leggende: chissà davvero cosa si dissero…

Emilio d’Alessandro, l’assistente di Kubrick, descrive un Rota sempre felice di vedere Kubrick, ma fatto sta che i due insieme non lavorarono mai, e che Kubrick disprezzò quasi sempre il lavoro dei musicisti che assumeva (vedi Alex North o Wendy Carlos, cenni in Shining)…

Rota, pur componendo una delle sue partiture più neoclassiche (in senso stravinskiano) per Prova d’orchestra, lasciò tutta la supervisione musicale del film a Carlo Savina, uno dei suoi assistenti cinematografici più fedeli (ma è vero che così ha fatto sempre, non solo in Prova d’orchestra): ed è accreditato Savina come consulente musicale di Fellini, non Rota…

…forse il grande e stralunato compositore era d’accordo con i musicisti nel ritenere l’ambientazione “orchestrale” inadeguata alla metafora che Fellini voleva veicolare?

non lo sapremo mai

ADDENDA:
A livello superficiale c’è chi potrebbe accostare Prova d’orchestra con certi drama ambientati nel mondo della lirica con le prove impossibilitate dai conflitti sindacali: per esempio, soprattutto, roba come Meeting Venus di István Szabó (1991)… non c’entra assolutamente niente: il film di Szabó è del tutto privo di filosofia

un po’ più somigliante Maggio Musicale di Ugo Gregoretti (1990), ma mooooooolto alla larga…

3 risposte a "«Prova d’orchestra» di Federico Fellini, 1978"

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  1. Splendido post! Fellini è super interessante… Aneddoto inutile: il post che ho scritto sul suo libro Fare un film è tra i più letti di sempre del blog, si nota come il suo lavoro sia studiato e ricercato ancora oggi!

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