10 album

Breve lista di 10 dischi che, spesso nell’infanzia e nell’adolescenza, hanno influenzato molto il mio ascoltare

NUMERO 1:

Tchaikowsky, Swan Lake
Boston Symphony Orchestra, Seiji Ozawa
Symphony Hall, Boston, 11-20 novembre 1978
DGG

Sarebbe, ormai si sa, Lebedinoe ozero di Čajkovskij, cioè il numero 29 di Operas IV
Credo sia stato il primo CD che ho voluto comprare per me stesso… anche se, naturalmente, me lo comperò mio padre, forse nel 1990 o ’91…
per decenni è stato il mio unico Lago dei cigni, quello su cui ho tarato le mie sensazioni…
Il confronto più scioccante fu quello con Georg Solti, che incise la suite del balletto per un Tchaikovsky Album della Decca nel 1988, conosciuto nel ’92-’93, molto più “spiccio” e “potente”, ma meno “notturno”…

NUMERO 2:

Beethoven, »Emperor« Concerto
Maurizio Pollini, Wiener Philharmoniker, Karl Böhm
Großer (o Goldener) Saal, Musikverein, Wien, 22 maggio 1978
DGG
è l’audio di una performance che fu anche filmata da Franz Kabelka per la Unitel…

Negli anni sono giunto a preferire il secondo movimento di altri esecutori… per esempio, la lentezza che al secondo movimento impone Rudolf Serkin, soprattutto con Ozawa (BSO, Telarc, 1981), ma anche con Kubelík (BR, Orfeo, 1977) o Bernstein (NYP, CBS, 1962), è, a mio avviso, molto più struggente della classicità di Pollini e Böhm…
Al contrario di tanti, però, io ho sempre preferito questa lettura di Pollini alle altre da lui poi fatte successivamente: quella con Abbado (BP, DGG, 1992), per esempio, da tutti adorata, io la “sento” troppo “sbrindellona”…
E non sono riuscito mai più a trovare un pianista che abbia trattato il tema ricorsivo del primo movimento, una sorta di idée fixe ante-litteram, via via sempre più rarefatta, con tanta serietà… per Pollini quell’idée fixe non è gioia o ironia, ma è proprio un quasi-dolore che ti acchiappa e riacchiappa, assimilabile, perfino, al destino della quinta sinfonia, o un momento intimo, contemplativo, precedente a Chopin, di pura meditazione sull’essere, assai “tramortente”…
Ascoltai questo disco davvero da piccolo… forse, senza esagerazione, fu il primo disco di musica non operistica che abbia mai ascoltato… e non solo l’idée fixe del primo movimento mi è rimasta attaccata alle orecchie, ma anche l’energia dell’ultimo movimento e l’accordo, portentoso, del primo (che però oggi, forse, trova rivali nel mio cuore con il già citato Serkin/Bernstein)…

NUMERO 3:

Gershwin/Bernstein
Garrick Ohlsson, Minnesota Orchestra, Edo de Waart
Orchestra Hall, Minneapolis, maggio 1990
Virgin

Contiene:
Rhapsody in Blue (1924) e An American in Paris (1928) di Gershwin…
West Side Story Symphonic Dances (1961) e tre pezzi da On the Town (1944) di Bernstein…

È ovvio che la grandezza dell’incipit, come la perentorietà della conclusione della Rhapsody (nella classica orechestrazione standard di Ferde Grofé), comunicate senza fronzoli da de Waart, mi conquistarono a mille…
E mi sdilinquirono d’amore le melodie di West Side Story
Anche qui, forse, nel tempo, poi, sono finito a preferire forse altri (soprattutto Ozawa), ma tutti furono confrontati con questo disco…

Alcune note di gestazione della Rhapsody, assai note, sono nelle Musiche per l’estate
Su West Side Story, in attesa di un post migliore, c’è questo

NUMERO 4:

Essential Ballet
Compilation della Decca, uscita nel 1992

la tracklist era:
1) Valzer della Spjaščaja Krasavica di Čajkovskij (numero 41 di Operas VII) – Karajan/WP
2) Pizzicato Polka della Sylvia di Délibes — Bonynge/NPO
3) Scena, Valzer I e Danza dei Piccoli Cigni dal Lebedinoe ozero di Čajkovskij — Solti/CSO
4) Preludio e Mazurka della Coppélia di Délibes (è nella Musica per l’Inverno) — Bonynge/Suisse Romande
5) Danza del fuoco di Manuel de Falla — Dutoit/Montréal
6) Adagio da Spartak di Chačaturjan — Chačaturjan/WP
7) Danza delle spade da Gajane di Chačaturjan — Chačaturjan/WP
8) Danza russa, Danza degli zufoli, Valzer dei fiori, Danza della fata confetto da Ščelkunčik di Čajkovskij — Karajan/WP
9) Grande Valse Brillate di Chopin orchestrato per la Sylphide — Bonynge/NPO
10) Clog Dance da La fille mal gardée di Ludwig Hertel — Lanchbery/ROH
11) Danza delle ore dalla Gioconda di Ponchielli — Bartoletti/NPO
12) Danse générale da Daphnis et Chloé di Ravel — Dutoit/Montréal
13) Danza dei cavalieri da Romeo i Džul’etta di Prokof’ev — Maazel/Cleveland
14) Gioia finale da Oiseau de feu di Stravinskij (è nelle Musiche per la Primavera) — Dutoit/Montréal

La potenza del Lago dei cigni di Solti, l’ho già detto, mi tramortì, ma anche la bellezza delle musiche di Chačaturjan e il lusso delle letture di Dutoit e Bonynge mi slurparono (il finale di Oiseau de feu e la danza del Daphnis et Chloé di Dutoit le *adorai*, e forse ancora oggi mi risultano le preferite)…
E una scoperta contentissima fu la simpaticissima Clog Dance!

NUMERO 5:

Il Barbiere di Siviglia
Almaviva: Paolo Barbacini
Figaro: Leo Nucci
Rosina: Marilyn Horne
Bartolo: Enzo Dara
Basilio: Samuel Ramey
Orchestra del Teatro alla Scala, Riccardo Chailly
Centro Telecinematografico Culturale, Milano, febbraio 1982
Fonit Cetra/RAI
vedi numero 6 di Operas I

Questo era un vinile!
Era un regalo di un’amica di famiglia che lavorava alla sede RAI di Torino (un altro regalo griffato RAI proveniente dalla stessa persona fu un magnifico ombrello automatico apri e chiudi, che io, malamente, lasciai in una cabina telefonica: pensate un po’ quanto sono vecchio! E distratto!)

Sono di quelli che non è rimasto folgorato da Abbado (nonostante mio padre ce l’avesse, anch’esso in vinile), ma ha conosciuto l’edizione ripulita di Alberto Zedda solo grazie a questo disco, in cui Marilyn Horne non riusciva a essere esatta in quanto a dizione italiana ma era superlativa nel raggiungere le note basse di contralto (note che, per anni, non si erano riuscite ad ascoltare per via della voglia di avere per protagonista, per forza, un soprano)… e il resto del cast era ghiotto: forse Barbacini non “spaccava” e Ramey poteva avere concorrenti di gusto (già allora: e qui, Montarsolo, con Abbado, era molto più tosto), ma Nucci e Dara erano davvero al massimissimo della forma, e Chailly era vivo, vitale, puntuto e scintillante nei tempi comici…
In quegli anni gli unici confronti erano il video di Tonino Del Colle dell’allestimento proprio di Dara al Teatro Regio di Torino del 1991 (direttore Bruno Campanella), con un tenore assai migliore di Barbacini (era niente meno che Rockwell Blake), ma con tutti gli altri un pochino “peggio” rispetto a Chailly: Figaro (Bruno Paola) era ottimo per physique du rôle ma era meno pronto di Nucci; Rosina (Raquel Pierotti) spariva in confronto a Horne, e Franco De Grandis era sciapo rispetto a Ramey; e sciapo era, tutto sommato, anche Campanella…
Più agguerrito era l’allestimento di Michael Hampe (regia TV di Claus Viller) dal Festival di Schwetzingen del 1988 (direttore Gabriele Ferro) con Cecilia Bartoli (Rosina) e uno stuolo di egregi cantanti/attori, guidati da un Hampe che era un regista autentico (mentre Dara esordiva come regista)… ma questo era un video che ebbi tra le mani poco…
Per cui il Barbiere di Chailly fu, per me, e per anni, il Barbiere del cuore…
La prima vera scossa che tentò di scalzarlo ci fu quando una compagna di classe mi fece scoprire la possente lettura di Giuseppe Patanè (Comunale di Bologna, Decca, 1988): anch’essa con Nucci, con la Bartoli, con un ottimo William Matteuzzi (Almaviva), uno spento Enrico Fissore (assai peggiore di Dara) e con uno stupefacente Paata Burčuladze (Basilio)… Ma lo scalzo, alla fine, non ci fu!

Di Rossini ascoltavo, negli stessi tempi, anche il Guillaume Tell di Gardelli; più sporadicamente quello di Muti (vedi numero 8 di Operas I)

NUMERO 6:

Pierino e il lupo
Petja i Volk di Sergej Prokof’ev, 1936
Narratore: Roberto Benigni
Chamber Orchestra of Europe, Claudio Abbado
sembra che la musica venne incisa da Abbado al Konzerthaus di Vienna nel novembre del 1988…
Benigni pare che registrò la sua traccia al Teatro Comunale di Ferrara, non si sa quando nel ’90…
per il mercato internazionale, Abbado chiese una narrazione a Sting, che incise alla Kammermusiksaal della Philharmonie di Berlino nell’agosto del ’90…
DGG

Per un bambino è un must assoluto…
Poco dopo cercai la versione narrata da Melissa Joan Hart nei panni di Clarissa Explains It All di Nickelodeon (ne vidi pochissime puntate, ma le trovai molto divertenti), che narrò il pezzo con Seiji Ozawa e la Boston Symphony nel 1992, ma non era facile trovarla…
Trovai anche la quasi obbligata versione di Leonard Bernstein (NYP, CBS, 1960)…
Poi, molto dopo, lo sentii in russo, narrato da Nikolaj Litvinov con Gennadij Roždestvenskij alla guida dell’orchestra di stato sovietica (oggi la Orkestr Rossii Svetlanov) nel 1955…
Purtroppo non ho ancora sentito la narrazione di Eduardo De Filippo (con Lorin Maazel e la National de France, e la DGG sembra l’abbia accostata anche alle versioni di Barenboim e Böhm, quest’ultima originariamente incisa da Böhm in tedesco col figlio Karlheinz, famoso attore), nonostante sia lì, da qualche parte, pronta all’uso… e dicono faccia faville la (appena accennata) versione di Barenboim e Jacqueline Du Pré…
Durante la quarantena ho molto gustato le dirette del Mariinskij Teatr, che, la mattina, per i bimbi, hanno quasi sempre proposto Pierino e il lupo, alla Koncertnyj Zal, sempre con Valerij Gergiev… ho molto apprezzato soprattutto quella con Ksenija Rappoport, registrata nel 2016…
Ma Abbado e Benigni, beh, prevalgono per via dell’ascolto nell’infanzia!

NUMERO 7:

Rigoletto
Rigoletto: Piero Cappuccilli
Duca: Plácido Domingo
Gilda: Ileana Cotrubas
Sparafucile: Nikolaj Gjaurov
Maddalena: Elena Obrazcova
Wiener Philharmoniker, Carlo Maria Giulini
Großer Saal (o Goldener Saal), Musikverein, Wien, settembre 1979
DGG
Numero 14 di Operas II

Per anni ebbi tra le mani soltanto la highlights, e compensai soprattutto con la versione di Kubelík (Scala, DGG, 1964)…
Solo molti anni dopo ascoltai l’edizione critica di Martin Chusid (vedi qui) nelle letture di Muti (prima il video RAI del 1994 che mi piacque, poi il disco EMI del 1988, che non compresi) e Sinopoli (Santa Cecilia, Philips, 1984), e lì trovai un Rigoletto molto più violento (che già avevo assaggiato nel film di Ponnelle del 1982, che però vidi davvero, con cervello, molti anni dopo)…
Muti e Sinopoli erano differenti da Giulini e Kubelík… ma anche Giulini era differente da Kubelík…
In Kubelík, Dietrich Fischer-Dieskau era più “recitante”, più “lirico”, pieno di sfumature, di intenzioni, di emozioni…
In Giulini, Piero Cappuccilli era arrabbiato, spietato, incazzato col mondo: a me, piccolo, piacque di più…
Kubelík era bellissimo, spumoso, narrativo, ma Giulini era notturno, scuro, doloroso, di una lentezza lunare… la musica di Giulini, così triste, si apriva a superpassioni, che Cappuccilli, così furente, elargiva a mille…
Gli “addii” tra padre e figlia erano stroncabudella, e le vendette perorate erano portentose…
C’erano, sì, gli acuti a caso, e molta sospensione poetica contraria alle efferate azioni che si perpetrano nel libretto, sospensione sviscerata soprattutto nei tempi abbastanza comodi, fluviali e per questo ancora più tristoni (là dove Muti e Sinopoli corrono per rendere la crudeltà e sottigliezza tagliente della drammaturgia), ma lo struggimento per quelle azioni c’era tutto…

NUMERO 8:

Aida
Aida: Leontyne Price
Radamès: Jon Vickers
Amneris: Rita Gorr
Amonasro: Robert Merrill
Ramfis: Giorgio Tozzi
Orchestra dell’Opera di Roma, Georg Solti
non si sa dove a Roma, forse direttamente al Teatro dell’Opera, o, magari, all’RCA di Via Tiburtina, 24 giugno-26 luglio 1961
Decca
Numero 24 di Operas III

Questo CD lo comperai solo a Firenze, all’Università… in casa avevamo un vinile di una enciclopedia del melodramma comperata da mio padre probabilmente per corrispondenza…
Lui non la ascoltava mai… preferiva la versione che Erich Leinsdorf aveva inciso, con un cast stellare, nel 1970 alla Walthamstow Town Hall di Londra e che la RCA aveva pubblicizzato come edizione del centenario… Con Leinsdorf, Ruggero Raimondi era migliore di Tozzi… magari Sherrill Milnes era più truce di Merrill, e Grace Bumbry più agile di Rita Gorr, ma il suono della RCA era peggiore di quello Decca…
E Georg Solti imprimeva un taglio poderoso e tragico molto più interessante…
Vickers odiò lavorare con Solti: disse che era un bullo… ma il risultato era di una drammaticità, di un gigantismo sonoro, di una emozione centellinata (dai tempi lunghi ma tensivissimi, quasi alla Leone o alla Tarantino), che portavano davvero via…
anche chi, per tecnica, era forse meno atletico (Merrill e Gorr), in questo milieu tirava fuori una nobiltà, una forza, che trascinava, sia nel pauroso arrembaggio dell’azione totalitaria sia nella dolcezza dei pezzi amorosi sia nel sotterfugio delle rivalità personali…
Al confronto con questa Aida tutte le altre mi sono sempre sembrate spente, anche quella, celebratissima, di Muti (Philharmonia, EMI, 1974), quelle di Karajan (WP, Decca, 1959 e BP, EMI, 1979), quella di Harnoncourt (WP, Teldec, 2001), che oggi apprezzo moltissimo, e quella di Pappano (Santa Cecilia, Warner, 2015)… meno “acchiappante” trovai anche la classica edizione di Zubin Mehta con Corelli (anch’essa a Roma, EMI, 1966), che, però, certamente mi divertì…
Ai tempi non mi dispiacquero le letture filmate alla Scala, di Maazel (1985) e Chailly (2006), ma quella di Solti mi distrusse…
Iniziò qui un amore per Solti anche troppo pronunciato!
Il primo vero Concerto per pianoforte n. 1 di Čajkovskij, per esempio, l’ho sentito nella lettura di Solti (con Clifford Curzon, WP, Decca, 1958) prima che di altri, proprio in forza della suggestione provata con questa Aida!

NUMERO 9:

Le Sacre du Printemps
Berliner Philharmoniker, Herbert von Karajan
Philharmonie, Berlin, non si sa se a gennaio o a dicembre del 1977
DGG
Vesná Svjaščénnaja è nelle Musiche per la Primavera

Karajan aveva già inciso il balletto, con la stessa orchestra, nel 1964…
Stravinskij odiò quella interpretazione…
Dopo la morte del compositore, Karajan ci riprovò, e io, quando mi resi conto anche fin troppo tardi di non possedere un Sacre, mi affidai a lui…
Lo comperai ignorando che Stravinskij lo avversava…
In ogni caso, mi gustai la sua lettura precisa e diligente…
Ma mi affrettai, anche, ad accompagnarla ad altre versioni, spesso in cofanetti contenenti altri balletti (Abbado, LSO, DGG; Chailly, KCGO, Decca; Bernstein, Israel, DGG; Ansermet, Suisse Romande, Decca)… E forse è più da quei cofanetti che plasmai il mio amore per Stravinskij… Ma a Karajan gli si deve concedere il primato di apripista!

NUMERO 10:

Elektra
Elektra: Alessandra Marc
Klytämnestra: Hanna Schwarz
Chrysotemis: Deborah Voigt
Orest: Samuel Ramey
Aegisth: Siegfried Jerusalem
Wiener Philharmoniker, Giuseppe Sinopoli
Großer Saal (o Goldener Saal), Musikverein, Wien, settembre 1995
DGG

Il mio primo acquisto in solitaria, in un negozio di dischi (la Ricordi di Piazza Repubblica a Firenze: oggi è una rivendita Nescafé), e il mio primo acquisto straussiano…
Scoprii dopo che la stampa l’aveva recensita male e che Sinopoli ricuciva, con essa, un pesante strappo con i Wiener Philharmoniker…
Ne ho ascoltate molte altre di Elektra, e, certamente, tante sono molto più coerenti di questa, specie in molti episodi, ma, cacchio, questa registrazione mi aprii, immensamente, al teatro musicale non italiano… ancora oggi il primo abbraccio tra Elektra e Orest ha il suono di Sinopoli, così come le morti di Klytämnestra e Aegisth e le prime ansia di libertà di Argo!
Di Strauss mi innamorai (soprattutto con Sinopoli, Solti e Böhm), e cercai altri capolavori stranieri: i primi furono i Contes d’Hoffmann di Ozawa (numero 33 di Operas VI), la Lakmé di Plasson (numero 35), Evgenij Onegin di Levine (numero 31 di Operas V), Boris Godunov di Gergiev (numero 25 di Operas III) e la Turn of the Screw di Harding (è nelle Musiche per Halloween), poi tanti e tanti (troppi) altri, tra cui, poi, il più “significativo” per quel che è successo è finito per essere, forse, Janáček…

Bonus 1:

Gaîté Parisienne
Orchestra National de France, Lorin Maazel
chissà dove è stata registrata?
all’Auditorium de la Maison de la Radio a Parigi?
alla Salle Wagram?
alla Salle Pleyel?
alla Mutualité?
boh… il phonogram segna 1980
CBS

Oltre al balletto che Manuel Rosenthal costruì su musiche di Offenbach nel 1938, conteneva anche la Danse macabre di Saint-Saëns e l’Apprenti Sorcier di Dukas (entrambe nelle Musiche per Halloween)…
Vi indico il CD, che però comperai moltissimi anni dopo aver ascoltato miliardi di volte l’audiocassetta, che mio padre teneva in automobile…
Oggi mi piace anche la lettura di Georg Solti della Gaîté (1960), di Apprenti Sorcier preferisco Ansermet con Suisse Romande e della Danse macabre amo di più Haitink (KCGO) e Dutoit (Philharmonia), ma quelle melodie mi acchiappano ancora il cervello nella versione di Maazel… e dire che sono stato tantissimi anni senza sentirle: oggi questo audio è su YouTube ma, tecnicamente, per tutti gli anni ’90 e gli anni ’10 non l’ho più trovato!
Sopravviveva solo nei miei ricordi!

A cose simili, cioè alle strumentazioni di musiche altrui da parte di grandi compositori, mi appassionati anche con La Boutique Fantasque di Respighi su musiche di Rossini (versione Dutoit, Montréal, Decca, 1996?), e con The Lady and the Fool, composto, su musiche di Verdi, da Charles Mackerras per il coreografo John Cranko nel 1954… Di quest’ultimo ho trovato il DVD della ICA di un film BBC del 1959, girato da Margaret Dale, solo negli ultimi anni, ma lo cercavo da quando ero piccolo proprio a causa della Gaîté Parisienne di Maazel!

Bonus 2:

Pini di Roma
Philadelphia Orchestra, Riccardo Muti
Memorial Hall, Fairmount Park, Philadelphia, non si sa quando: il phonogram è del 1985 (si presume sia stato inciso negli ultimi mesi del 1984)…
EMI

Lo portò in casa mio padre, e io adorai sconsideratamente i Pini (le altre della Trilogia romana le devo ancora comprendere), ma solo dopo un po’ di tempo di macerazione
È stato il primo CD di Muti che è entrato in casa (dove c’erano già alcuni vinili con Verdi e Liszt, fatti con Philharmonia e Philadelphia, e alcune VHS, per esempio del Nabucco scaligero del 1986)…
Mio padre adorava Muti, perché l’aveva visto tante volte al Maggio Musicale Fiorentino (dove è stato capo dal 1969 al 1981)…
Quando comprammo questo CD, forse nel 1991, il Muti scaligero era già una realtà consolidata e il direttore stava per lasciare del tutto la Philadelphia Orchestra a Sawallisch (Philharmonia l’aveva lasciata a Sinopoli già nell”84)…
Finita la tenuta a Philadelphia, Muti smise di registrate con EMI…
L’audio della Traviata scaligera del 1992 (la mia prima vera Traviata, non avendo mai davvero ascoltato quella di Maazel del ’68, l’unica che possedevamo in vinile) fu distribuito da Sony…
Quella Traviata, ovviamente, la comperammo e, subito dopo, di Muti acquistammo il cofanetto delle sinfonie di Beethoven, fatte a Philadelphia (tra il 1985 e il 1988)… fu, per molti anni, l’unico cofanetto di sinfonie di Beethoven che possedemmo (solo a Firenze mi procurai Solti anni ’70, Solti anni ’80, e l’ultimo di Abbado coi Berliner, a cui sono seguiti tanti altri)…
Con Muti riuscì ad approcciarmi al detestato Mozart, al di là della Zauberflöte, che, a parte due ariette di Papageno, non ascoltavo mai (avevo la discontinua lettura di Otto Klemperer, EMI, ’64): grazie a Muti riuscì a sentire il Romanticismo dell’ultima scena di Don Giovanni (che comperammo nell’edizione EMI incisa da Muti a Vienna nel 1990: a dir la verità lo trovammo come allegato della rivista Amadeus!)…
In un certo senso è da quei Pini di Roma (a cui oggi, forse, preferisco perfino quelli di Sinopoli!), capitati in casa come caduti dall’alto, che è nato l’amore di Muti che è andato parallelo all’amore per Solti…

Bonus 3:

Turandot
Calaf: Luciano Pavarotti
Turandot: Joan Sutherland
Liù: Montserrat Caballé
London Philharmonic Orchestra, Zubin Mehta
Kingsway Hall, London, agosto 1972
Decca

Prima del CD, possedevamo il vinile dell’enciclopedia del melodramma comperata per corrispondenza!
I tempi d’azione, molto lesti, di Mehta, si impressero così tanto in me da non riuscire a sopportare davvero chi legge Turandot in maniera più “lenta” (vedi Karajan, WP, DGG, 1981)…
Fu davvero un miracolo che la Decca decise di affidare a Mehta un cast che spesso veniva gestito solo da Richard Bonynge (o da altri impiegatucci tipo il povero Nicola Rescigno)…
È nei bonus perché, devo ammettere, ho riscoperto Turandot davvero, in modo razionale, solo dopo l’arrivo a Firenze…

Anche con Zubin Mehta (che a Firenze ritrovai poi come capo del Maggio Musicale, e quindi vidi dal vivo dozzine di volte) si sviluppò molta simpatia (se non proprio amore, come per Solti o Muti), che sfociò, però, soprattutto in progetti televisivi…
Nella zona infanzia potrei però citare la raccolta di brani di operette di Franz von Suppé, che Mehta e i Wiener Philharmoniker incisero per la CBS nel 1989: mio padre comprò quel CD tutto contento e ce lo propinò fino allo sfinimento a me e a mia sorella: anche quelle melodie sono under my skin, soprattutto Leichte Kavallerie che quasi non riesco ad ascoltare fatta da altri!

La mia fascinazione per Trovatore, o per Tosca (sebbene, in adolescenza, abbia ascoltato molto la lettura di Karajan del 1963) si è costruita non con album (in disco, del Trovatore, avevamo in casa, negli anni 1989-2002, solo quello “belliniano” di Bonynge e quello, carino ma non di più, di Colin Davis; quello di Giulini, oggi da me idolatrato, era presente solo in una audiocassetta di highlights desunta, cioè piratata, dal prestito di un amico di famiglia), ma con tante trasmissioni televisive (specie di Tosca, soprattutto quella «nei luoghi e nelle ore» di Patroni Griffi e Zubin Mehta del 1992), veicolate su VHS invece che su dischi, e quindi, qui, escluse per forza…
Idem, il mio amore per Cavalleria rusticana si è cementato grazie a un video (quello di Zeffirelli e dei Bellissimi coetanei), non grazie a un album…
Il culto di un’altra grossa opera di famiglia, Lucia di Lammermoor, si originò più che altro dalla visione di uno spettacolo (di Graham Vick) a Firenze: prima di quello il vinile di quell’opera (la lettura di John Pritchard a Roma del 1961) non destò così grande interesse (e anche il CD susseguente allo spettacolo di Firenze, commercializzato da Fonit Cetra, reggeva poco al ricordo dell’esperienza dal vivo)…
Anche la gioia per la Lustige Witwe di Lehár si originò da un broadcast televisivo (l’allestimento di Mauro Bolognini all’Opera di Roma diretto da Daniel Oren nel 1990: Bolognini supervisionò anche la ripresa TV) e non da un album…
Oggi, tutte queste sono opere che ho coltivato e adorato in acquisti troppo adulti da poter essere inclusi in una lista come questa…

3 risposte a "10 album"

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  1. Sulla classica non faccio testo ma adoro la piano sonata 32 opera 111 di Ludovico Van… Ho l’esecuzione di Benedetti Michelangeli. Mi colpì molto la descrizione di Mann nel Doctor Faustus

    1. La 111 è spettacolare! È una sonata, ma è una sonata “esplosa”!
      Invece il «Doctor Faustus» di Mann non sono mai riuscito a finirlo (e i tentativi sono stati tanti): troppa speculazione (e troppo Adorno)…

  2. Se dopo più di mezzo secolo continuo a pensare e ascoltare P. I. C,, tutto è cominciato da questa copertina:
    https://encrypted-tbn0.gstatic.com/images?q=tbn%3AANd9GcQeVRdEUGpFciJodXe5Wg41EEXTxRk1vXExg9_vmv3i2UucYRg4&usqp=CAU
    La musica è venuta dopo, ed è sopravvissuta alla passione sconsiderata per l’equilibrio fra la foto in bianco e nero e la cornice color senape. Ne comprai perfino una seconda copia, uno degli ultimi vinili (fra le copertine dei 33 rpm e dei cd non c’è proprio competizione), che la prima si era persa nelle case dei famigliari.

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