«The Last Temptation of Christ» di Martin Scorsese, 1988

Difficilissimo parlare di questo film (come è parlare di North by Northwest) perché è proprio fatto della materia stessa del cinema…
Sicché non potrò che sciorinare pochissime considerazioni random

Prima di tutto mi viene in mente il rapporto di amore/odio con la religione che Scorsese tira fuori spesso, vedi, per esempio, Silence (2016), Kundun (1997) e Bringing Out the Dead (1999)…
Un rapporto di amore/odio riscontrabile anche in un altro regista italo-americano cresciuto a New York e, insieme, “ribelle” e “integratissimo” col cattolicesimo: Abel Ferrara (di circa 10 anni più giovane di Scorsese)…
A parte Mary (2005), Ferrara visualizza il suo “conflitto” cristologico in una magnifica scena di Bad Liutenant (1992), in cui Harvey Keitel (che per Scorsese è Giuda) urla contro un’immagine classica di Ecce Homo a cui rinfaccia tutti i problemi di una educazione cattolica, pur piangendo il fatto di credere a quella religione che gli provoca tante sofferenze assurde e sensi di colpa inopportuni (il Bad Liutenant/Keitel, pur sbraitando, non riesce a “disfarsi” di quell’Ecce Homo che, muto e soltanto presente in immagine, rimane, fermamente, davanti a Keitel perfino “crudelmente” pur non facendo nulla)…

Scorsese dimostra un conflitto simile a quello di Ferrara (e 4 anni prima del Bad Liutenant), ma gigantizzato in un intero film di quasi 3h, incorso nell’ostracismo dei cattolici (che, si sa, sono sempre più scemi e pericolosi di quello che professano) che, per non permettere la circolazione della pellicola (giudicata a priori blasfema), non trovarono niente di meglio di fare che bruciare le sale cinematografiche (e spesso quei fanatici piromani ebbero, 30 anni dopo, da ridire sul fanatismo degli islamici: è proprio vero che «cencio dice male di straccio» oltre ogni ridicolo involontario! E tali dementi, molte volte, non hanno invece problemi a equiparare nazismo e comunismo: è proprio vero che il «succede solo quando succede a me» appesta questa nostra società umana da sempre)…

Il conflitto di Scorsese, come quello di Ferrara, è tra il crederci e il sapere benissimo che quello a cui si crede è una bugia, una sciocchezza consolatoria di semplice “conforto” su una vita di cacca…

Ed è un conflitto che esprime la tragedia del volerci credere, al di là di qualsiasi nonsense della storia a cui si crede…
Nonsense che, con grande forza di *volontà*, si cerca in ogni modo di SPIEGARE, di INTERPRETARE, così da farla tornare, da plausibilizzarla in tutte le maniere possibili…

Per esprimere questo conflitto, Scorsese si basa su altissime riflessioni altrui, cioè su Ο Τελευταίος Πειρασμός (O Teleftéos Pirasmós) di Nikos Kazantzakis, romanzo del 1955 a sua volta vittima di ostracismo dalla chiesa ortodossa (e Kazantzakis aveva riflettuto su argomenti simili anche in Ο Χριστός Ξανασταυρώνεται, O Chrisós xanastaurōnetai del 1948: un romanzo su cui ci fece un’opera Bohuslav Martinů, nel 1959 e 1961), e risolve la cosa su ciò che gli riesce meglio e su quello che piace di più a me…
cioè sul metacinema

Traslata in metacinema, la risoluzione del conflitto diventa l’accettazione non di una fede ma di una storia… diventa la pacificazione personale di un tormento, diventa il connubio tra ciò che è vero e ciò che non lo è… diventa, quindi, il cinema… un cinema che, una volta pacificato, può sfaldarsi (fantastica l’ultima immagine con proprio la pellicola che si sbrindella, creando effetti quasi arcobalenati), e realizzarsi in una vita gioiosa (a film finito: a film, data la pellicola sfatta, non più esistente, ma giunto a coincidere, del tutto, con la vita)…

Grazie a tutto questo, Scorsese può parlare senza pesantezze della novità scioccante che, secondo lui, fu il cristianesimo nei confronti del para-animismo ebraico di allora, e riesce a presentare il cristianesimo come voglia eslege di nuova libertà, che in modo tangente sembra percorrere la rivoluzione politica, ma che si rivela invece essere liberazione interiore, attraverso una “non violenza” che si fa universale e al di là degli altri “credo” (e la base del suo discorso è nella battuta «God is not an israelites», urlata in faccia ai sacerdoti)…

In un paragone, che viene quasi “automatico”, con Silence, si può buttarla proprio sul fatto che Silence diventa molto più pesante di Last Tempation proprio perché non ha una componente metacinematografica così pronunciata…

E la visualizzazione del conflitto, e del percorso da fare per raggiungere la pacificazione mentale, rende Last Temptation molto più interessante anche del già santificato e già certo Gesù di Zeffirelli (1977)… o del santissimo e contrito in un cattolicesimo medievale Mel Gibson della Passion of the Christ (2004)…
curioso è notare, infatti, che Scorsese lascia la “decisione” dell’interpretare la pacificazione mentale del metacinema, come fede o come vita, allo spettatore, a cui non fornisce la “risposta” della resurrezione… In Scorsese è il cinema, col suo sfaldarsi, che crea una vita da vivere secondo le credenze e le idee di ognuno… Gibson, invece, impone la Resurrezione a tutti (Caviezel si alza proprio dal sepolcro con le stigmate e tutto il resto “zombiesco”)…

Scorsese, facendo della vicenda cristologica una vicenda di pacificazione interiore, insieme psichica e insieme addirittura “politica”, ne fa una storia, una story, una story che infatti è cinema: lo spettatore deciderà se vivere o no secondo quella story di pacificazione… Scorsese non commette mai l’errore di rendere quella story una history certa e imposta, una dottrina di comportamento che plasma per forza le menti dello spettatore (e anche qui il paragone con Mel Gibson lascia The Passion perdente, proprio perché Mel Gibson prende per forza, sicuro che quella che racconta è una history di lotta tra dio e diavolo che tutti devono accettare proprio perché nessuno può rifiutarsi di «piangere sulle ferite di “nostro signore”» che lui presenta così cattive e così snuff da non lasciare altra reazione che il pianto al povero pubblico)…
Per Scorsese si sa che la story che vediamo, in quanto cinema, è una bugia che ci si racconta per consolarsi, ma si sa anche che, certe volte, senza quella bugia, senza quella story, non ci si conosce e non si va avanti (e non è la funzione, questa, oltre che della “fede”, anche del cinema e di tutta l’Arte?)…

È infatti grazie a una bugia, grazie all’ultima tentazione della famiglia, che Jesus si rende conto di volere non il *sogno* ma la realtà… è grazie a quel *sogno* (agito da un satana che è una fiamma, un “effetto speciale” primitivo, un primigenio spettacolo del fuoco, un primigenio cinema esso stesso) che Jesus accetta DI SUA VOLONTÀ di sopportare le pene e la croce… è grazie a quel cinema se Jesus diventa messia, sfaldando la pellicola e aprendosi alla vita… è grazie alla bugia, allo spettacolo “malefico” che il suo cinema diventa esso stesso la bugia che sarà di conforto ad altre persone, quelle persone che scambieranno, liberamente, quella bugia per fede (e tra essi c’è Scorsese stesso)…

Ma è una scelta di credere o no alla bugia che Scorsese non impone, che Scorsese lascia alla sua diegesi, al suo film, senza predicozzi né imposizioni…

Il Gesù di Scorsese diventa egli stesso cinema dopo che ha vissuto una catarsi grazie a un altro cinema: è un Gesù che si avvera dopo un sogno… un sogno in cui Gesù vede se stesso e le sue illusioni e impara a riconoscerle
Configurando tutto questo, il metacinema di Scorsese è il classico metacinema del conosci te stesso, del fatti delle domande su cosa è vero e cosa non lo è, che già Norman Jewison aveva impresso a Jesus Christ Superstar (1973)…

È interessante che Scorsese parli di tutto questo proprio utilizzando un soggetto diegetico “cristologico”, poiché una delle prime materie letterarie ricorrenti e preferite dei primi vent’anni del cinema come mezzo d’arte (1896-1916) fu proprio la passione di cristo…
Conosciuta da tutti, senza bisogno di tanto commento o di tante chiacchiere, strutturata in episodi risaputi e ben riconoscibili nelle convenzionali e inequivoche iconografie (rodate in una millenaria prassi pittorico-statuaria) replicabili benissimo nel profilmico e nelle riprese primitive (pre-Griffith) fatte di shots larghi e frontali, la Passione è stata al centro di centinaia di film, e Scorsese, infatti, usa la sua di macchina proprio inquadrando una specie di rappresentazione della rappresentazione della vicenda messianica…

Come Richard Macdonald in Jesus Christ Superstar, tutto Last Temptation ha set naturali, agghindati e scenografati con un look “unico”, che fanno spuntare ambientazioni e scene come dal nulla dal deserto e dalle macerie anticheggianti (pitturate con stilemi para-babilonesi)…
Lo scenografo di Scorsese è John Beard, che era stato un assistente di Roger Christian, art director di Terry Gilliam per Monty Python’s Life of Brian, girato nel 1979 in Tunisia, negli stessi set che poco più di due anni prima erano stati usati da Zeffirelli e Gianni Quaranta nel Gesù
Con Scorsese, Beard invece, gira in Marocco, guidando un’eccellente squadra di scenografi (Andrew Sanders, Giorgio Desideri, Elio Altamura) e affinando, con Scorsese e il costumista Jean-Pierre Delifer, uno stile di ambientazione che è quasi teatrale

Non si arriva alla palese metateatralità di Jewison, Macdonald e Yvonne Blake di JCS, ma anche in Last Temptation il sentore che quello che si sta vedendo è vicenda, è rappresentazione si vede…

  • Le luci (è il terzo dei sette feature films che Scorsese gira con Michael Ballhaus), spesso, svicolano nel “teatrante” (in special modo nella sanguinaria scena del sacro cuore di Gesù, quando Jesus ritorna dalle “visioni” nel deserto), oltre a essere coinvolte, per ragioni narrative, in un repentino “cambio” di impostazione all’inizio dell’ultima tentazione (all’interno della quale usano configurazioni molto più bozzettistiche e pittoriche, evidenti, soprattutto, nella capannuccia di Jesus e Mary, dove, ancora, nella scena della pulitura delle ferite della croce, i personaggi sono illuminati in maniera del tutto teatrale, con una specie di occhio di bue)…
  • Gli shots, in senso naturalmente “sacrale”, sono spesso agiti dall’alto (come De Palma), a suggerire un demiurgo narrativo che scruta tutto…
  • Le volte che Jesus e i suoi arrivano al tempio, la folla immerge lo spazio come spuntando da vere quinte teatrali… Cosa che avviene anche nella via crucis ed è evidente nel set conchiuso di Pilato, ripreso per buona parte del tempo da lontano, in una ripresa davvero pre-Griffith (uno shot distante, onnicomprensivo e frontale, che manco si muove, e che è cominciato con un carrello rettilineo laterale che ha fatto spuntare la macchina da un muro: una macchina che quindi sembra spiare la scena: lo sguardo di qualcuno che spia) di quella che è una scena tradizionale quasi da teatro naturalista (col cavallo che sparisce in quinta e con la guardia fuori scena)
  • Molto spesso l’azione è interrotta da vere e proprie performance di strada: performance che si suggeriscono anche nel movimento coreografico dei lebbrosi o nei balli delle nozze di Cana e dei battesimi del Battista…
    Queste interruzioni quasi ritmano le singole parti come la chiusura di un sipario filmico e sono spesso riprese con sfoggio di antirealismo cinematografico (sovrapposizioni, dissolvenze, ralenti)
  • Tomas Arana interpreta un fedele della sinagoga di Nazareth e, pochi minuti dopo, interpreta anche Lazzaro…
  • A interpretare Zebedeo c’è Irvin Kershner, il professore di cinema di Scorsese e George Lucas, ottimo regista di tanti filmetti divertenti (da Eyes of Laura Mars a The Empire Strikes Back a Never Say Never Again)… È un volto che tutti i nerd cinematografici conoscono e che palesa la natura di recita di Last Temptation
  • A interpretare Pilato c’è David Bowie, che è inequivocabilmente David Bowie…
  • Le musiche sono di Peter Gabriel!
    Con Bowie e Gabriel, Scorsese sembra misurarsi con una configurazione cinematografico-teatrale simile a quella di Ken Russell: è Russell che fece fare Pio IX a Ringo Starr (in Lisztomania, del 1975), e che popolò Tommy (ancora del 1975, strutturato sul concept album degli Who del 1969) di particine per Elton John ed Eric Clapton…
    Una configurazione che, dato lo stardom dei nomi coinvolti, denuncia subito una condizione di finzione…
  • Il sonoro (i sonaglietti, il verso “divino” dell’aquila, i leitmotive etnici di Peter Gabriel) crea un florilegio di rimandi semici che compattano tutto il film come pièce bien faite (si sa che la sceneggiatura, dopo la prima stesura di Paul Schrader, fu molte volte riscritta da Scorsese e Jay Cocks onde implementare proprio questi rimandi)… Una pièce bien faite di finzione in cui è impagabile la ricorsività della voglia di famiglia di Jesus (l’unica visione diabolica nel “cerchio” del deserto che lo fa piangere è quella che gli rinfaccia il suo non aver voluto fare una famiglia con Mary: su questo rimpianto si costruisce tutta la tentazione finale, che il “diavolo-fuoco” annuncia proprio qui con il suo «we will meet again!»)
  • Una teoria di rimandi è anche nella apparizioni dei tatuaggi di henné impressi sulle mani di Mary e di moltissimi altri personaggi secondari…
  • La macchina giunge sul set, oltre che con le riprese dall’alto, anche con lente carrellate rettilinee laterali: spunta spesso dalle mura, per esempio (l’abbiamo visto in Pilato)… ed è coinvolta in una fitta rete di false soggettive alla Antonioni (si vedono shots che sembrano soggettive di Jesus, che, dopo un whip pan ancora seguente lo sguardo di Jesus che si volta, tornano a Jesus stavolta includendo Jesus nel frame: una soggettiva che, come per magia, e ribadendo la finzione della visione, si è tramutata in oggettiva), e in un sistema di incollamento ai personaggi mai davvero preciso, che si materializza in frequenti e veloci spostamenti di 180° a seguire gente che si volta sentendosi seguita: una urgenza tensiva che implementa la voglia di guardare sottintesa alla sensazione scopica di essere guardati: una tensione dovuta alla “presenza” del narratore…

Oltre a tutto questo, la macchina palesa il discorso della story, della bugia a cui si deve credere per farsi cinema e quindi vivere oltre il cinema, in momenti davvero di aperta manifestazione della presenza della macchina inquadrante: manifestazioni della natura filmica del film stesso…

  • Quando, poco dopo l’inizio del film, Jesus arriva al monastero desertico, accolto dal fantasma del rabbino (interpretato dal sommo caratterista americano Roberts Blossom), si mette a parlare con un sacerdotino: un sacerdotino che lo crede già il messia… Jesus è spaventato di essere il messia e dice al sacerdotino che dio vorrebbe portarlo beyond, indicando il burrone del canyon sul ciglio del quale sono seduti…
    La macchina di Scorsese segue repentinamente il gesto di Jesus, librandosi, quasi volando, sul burrone…
    Una macchina che, col suo movimento inaspettato e irregolare, si palesa: una macchina che manifesta il cinema… il beyond in cui Jesus ha paura di inoltrarsi è il cinema stesso
  • Un cinema che si rende evidente anche nella resurrezione di Lazzaro, il miracolo più clamoroso di Jesus e quello meno probabile…
    Scorsese suggerisce la natura fittizia del miracolo e la natura fittizia (di story) del film stesso con un lento carrello in avanti della macchina che, dal lato della testa di Jesus, ripresa di spalle, si avvicina, lentissimamente, verso il buio del sepolcro di Lazzaro…
    Il miracolo di Jesus è una carrellata nel buio, una ripresa del nulla, del nero: un nero che è anche simile a una quinta teatrale, che “controcampa” in un Jesus che si staglia, ripreso dall’interno del sepolcro, al centro della porta proiettante luce: una porta di sepolcro che proietta luce in una camera buia… un antro di nero illuminato dalla luce…
    Il miracolo di Jesus, con quella carrellata nel buio, non è, quindi, esso stesso cinema? [da confrontare la corsa nel buio dell’arruolamento di Flëra in Idí i smotrí]

E questo showing della materia filmica del film stesso è “doppiato” molte volte in sceneggiatura:

  • quando muore l’esagitato Battista, gli apostoli (descritti con somma ironia da Scorsese come semplici pecoroni: Pietro, che è Victor Argo, frequente collaboratore creativo anche di Abel Ferrara, cambia idea ogni quattro secondi: e Nataniele, che è la star di Broadway Leo Burmester, è sempre col cervello sulle sue pecore e mai sulle questioni teologiche né su quelle politiche) blaterano delle sue ultime parole… ultime parole che loro stessi sanno essere inventate, finte, create apposta per dare conforto di fede ai disperati…
  • nelle scene di “tentazione” sognante, post-crocefissione, Jesus trova Paolo, l’ex zelota Saul (che è il grande Harry Dean Stanton), che gli racconta quanto l’effettiva resurrezione o l’effettiva crocifissione siano del tutto irrilevanti nella costruzione di una bugia, una story fabbricata, come le ultime parole del Battista, per confortare i poveracci: l’esistenza stessa di Jesus è secondaria rispetto alla costruzione del conforto, la fabbricazione della bugia a cui aggrapparsi, volontariamente, onde vivere nel mondo senza senso…
    Ascoltando Paolo, Jesus non si convince affatto, e torna dalle dozzine di figli che ha sfornato con il suo harem di diverse donne, ma, alla fine, Jesus capirà che Paolo ha ragione, che senza quella bugia la stessa vita umana, quasi piccolo-borghese, di casa e famiglia adulterina, non è libertà ma solo abitudine, è solo uno scappare da responsabilità, un nascondersi, che crea macerie emotive (e difatti, alla fine del sogno di tentazione, il villaggio in cui vive Jesus è completamente in fiamme: una mente distrutta)…
    Per questo decide di rendersi lui stesso story, di fare coincidere vita e cinema dopo essersi indagato e conosciuto

La necessità della bugia spiriturale da lasciare come conforto ai bisognosi è ben ribadita anche in Silence, ma, dicevamo, là, senza l’epifania finale di cinema, il discorso di Scorsese si limita a indicare la necessità, senza poi strutturarla in catarsi cinematografica e autorappresentativa…

In questa complessa vicenda di palese bugia a cui credere anche se si sa bugia, si collocano anche le numerose spiegazioni che Scorsese, con Kazantzakis, fornisce delle incongruenze dei Vangeli, che rendono Last Temptation una delle realizzazioni meno canoniche e per questo più interessanti del genere cristologico-cinematografico
Il dio di Scorsese è un dio che dice poco per volta, che si contraddice, che lascia al fedele, o al semplice avventore, il compito di raccattare i cocci e rendere plausibile un messaggio ben poco compatto…
Ma capire e compattare gli input della vita è compito di tutti, e compito di qualunque cinema, e per questo Scorsese rappresenta tutto questo con un film ripreso in questo modo fittizio e teatrale e lo fa finire con il trionfo del conosci te stesso invitando lo spettatore (con Jesus) a diventare lui stesso vita e, insieme, cinema

In questo senso una delle scene di presa di coscienza più sincere di Jesus, oltre all’ultima epifania di cinema è, secondo me, la scena della domenica delle palme, ritmata con gioia da Peter Gabriel (che, ricordo, riassemblò questa colonna sonora nel suo album Passion), e illustrante un Jesus che cerca di trasformare in rivoluzione politicante la sua missione…
È scortato in trionfo e ha un piccolo esercito votato al sacrificio per una causa “politica” e potrebbe dare avvio a una battaglia…
Ma quella battaglia potrebbe essere repressa nel sangue dai potenti reazionari, col risultato di aver sprecato le vite di tutti…
Allora Jesus si rassegna e incarica Judas di tradirlo onde imbastire la bugia spirituale che liberi le persone psichicamente prima che “politicamente”… (anche se la ‘zienda sarà ancora lunga, visto che ci vorrà tutta la “tentazione sognante” prima di arrivare all’epifania finale: ma è una scena che è un primo passo di cosapevolezza [già lì il Jesus di Scorsese comincia ad avere le stigmate di verità])…

Fare come il Jesus di Scorsese è un qualcosa che libera tutti, non solo i credenti!

26 risposte a "«The Last Temptation of Christ» di Martin Scorsese, 1988"

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  1. Ottima recensione. Da rileggere attentamente piu’ e piu’ volte. Personalmente l’ho sempre trovato un film che apre un dialogo sulla figura di Gesu’ Cristo. Per aprire un dialogo pero’ bisogna essere almeno in due, altrimenti si finisce nella teologia. E su questo film, molti il dialogo non l’hanno mai aperto: specie coloro che hanno osannato quello schifo di film di Mel Gibson. Il film di Scorsese a mio avviso apre molti discorsi che si rifanno ad alcune eresie, specie quella gnostica.. credo che quindi su questa base, il dialogo col mondo cattolico non possa mai nascere. Propongo altresi’ tra cinefili, quali tra i film su Gesu’ possano essere messi in parallelo per la loro grandezza ed essere esaminati. Se Jesus C. S. non lo avessero sprecato in diecimila repliche teatrali negli ultimi 10 anni, credo che il suo messaggio sarebbe vivo ancora oggi.. invece e’ stato imbalsamato come tutte le cose abusate per il pubblico a fini commerciali. Secondo me a distanza di anni, con la costante diminuzione delle repliche televisive RAI, il Gesu’ di Zeffirelli riacquista vigore e puo’ ben fare da contraltare al Gesu’ di Scorsese. So che fu un film osannato dal mondo cattolico, ma una volta tanto, forse l’unica bisogna togliersi il cappello davanti ad un film di Zeffirelli. Tornando ai due film: Da un lato il dubbio, dall’altro la certezza. Qui si potrebbe aprire secondo me un bello spazio di discussione tra credenti e non. I due film sono dei colossi per l’una e per l’altra parte. E secondo me si completano a vicenda.

    1. Credo anch’io!
      Scorsese come “dubbio” e Zeffirelli come certezza è un’immagine che ti “quoto” a mille!
      Su JCS riflettevo in questo periodo, dopo la mia tangente visione del film di Gale Edwards, dell’Arena Tour (che Lloyd Webber ha messo su YouTube gratis per 48h per “dilettare” durante il Covid-19), e del live con John Legend, di quanto il messaggio di “dialogo metateatrale e metacinematografico” del film di Jewison sia completamente distrutto in questi live… come se anche Lloyd Webber volesse farsi “certezza” invece che “dubbio”…
      Per me è una sorta di delusione…
      ma, vabbé, in ogni caso il film di Jewison sussiste immortale!

      aggiungo che una bella serie bloggosa sui film “cristologici” (che comprenda anche Ray, Rossellini, Stevens, Duvivier, Pasolini, i Monty Python ecc. ecc) è un mio “sogno” vecchio di anni… [è una cosa curiosa per un non credente]
      ma non avrò mai l’occasione né il tempo!

      1. Nick, se le pubblichi, io le leggero’ molto volentieri. Pero’ il tempo e’ tuo ed ovviamente sei tu che scegli come meglio usarlo. Io non so se reputarmi cristiano, ateo, agnostico, buddistha, confuciano o cosa. Gesu’ resta un grande enigma della storia, ed e’ forse per questo che affascina anche chi si pone domande soltanto. Magari ha da dire molte piu’ cose a chi si interroga soltanto che ha chi ha gia’ trovato certezze. Se noti, gli autori che tu citi, sono tutti molto poco ortodossi. Pasolini: marxista eretico. I Python: iconoclasti. Ray: agnostico, con venature eretiche anche lui. E cosi’ via. JCS hai detto una grandissima verita’. Un’opera rock che e’ stata s….nata da 4 nostalgici degli anni ’70, e da ebeti che non hanno neanche capito meta’ del messaggio. L’importante era fare serata in teatro, se non portarlo alle sagre del bucatino. La solita Italia commediante. Stendiamo un velo,

      2. “Aumento” il discorso: Gesù ha affascinato anche gente super atea (tipo Paul Verhoeven, che aveva in cantiere un film cristologico) e super clericale (prima di morire, Carl Theodor Dreyer lavorava a un «Jesusfilm»)…
        Io, ateissimo, sono incuriosito non da Gesù, ma dall’eterno bisogno di autorappresentazione della mente umana, che trova nel “mito cristologico” (presente dappertutto, come ci insegna Joseph Campbell) un eccezionale sfogo… Cristo che è fantastica personificazione del circuito agricolo, di “morte e resurrezione”, che sono morte e resurrezione del pianeta terra (nella rivoluzione stagionale) come delle cellule biologiche del corpo umano, che sono esse stesse “mente”…
        Nella voglia di raccontare all’infinito (e non solo in Occidente) un “mistero di resurrezione” sta tutta la voglia dell’uomo di vedersi rappresentato, poiché in quella rappresentazione vede riflessa la sua stessa natura di palingenesi continua biologico-psichica… e vedendola, l’uomo si riconosce e si “comprende”…
        Gesù, o la Primavera che lui impersona, sono per me la strutturazione diegetica della vita stessa! Una diegesi che metaforizza il “conoscersi”, il guardarsi dentro e affrontare le paure, l’Es e il Super-Io…
        Gesù e il suo mito, in qualche modo, sono metonimia dell’Arte tutta (e lo dicono bene, secondo me, Scorsese e Jewison nei loro film, e lo ribadisce benissimo l’idea di critica letteraria di Northrop Frye, mio guru interpretativo)…

      3. Grande Nick, commento molto bello che condivido in foto. La tua recensione mi piace tanto. Di solito non faccio mai questa domanda perché so che la scrittura di un post è una cosa molto personale. E’ la prima volta che lo faccio. Ti chiedo se posso ribloggare questo tuo post sul mio blog. Se accetti ne sarei molto contento. Se rifiuti capisco perfettamente. Buona Serata. Fritz

  2. L’ha ripubblicato su filosofeggiando in allegrezzae ha commentato:
    Oggi giorno di Pasqua, mi sono imbattuto in questa approfondita e bella recensione di uno dei migliori film di Scorsese, una delle piu’ belle versioni cinematografiche del Cristo che siano state scritte. Credo che “L’ultima tentazione di Cristo” non abbia avuto la fortuna che meritava, nel lontano 1988, cosi come negli anni a seguire. Questo e’ un piccolo tentativo di invitare a rivedere quel film e cercare di dare delle chiavi di lettura che Nick individua con estrema eleganza e profondita’. Buona Pasqua a tutti e grazie Nick.

    1. Mi dispiace non essere d’accordo con te: Zeffirelli, per me, è stato un buon regista (e un valente scenografo), ma con una Weltanschauung semplicistica e illustrativa che annacquava di molto i suoi film e li rendeva bozzetti carini, anche molto ben lavorati, ma, alla fin fine, un po’ gratuiti (quindi, perfino, inutili)… lo affermo molto apertamente nell’articolo, in cui c’è scritto che «Un tè con Mussolini» è proprio l’emblema del suo tipo di cinema (e di teatro): una glorificazione scenografica dell’ovvio (e «Un tè con Mussolini» è proprio uno dei film più carini e più inconcludenti, in cui, per altro, Zeffirelli e Watkin perdono parecchi colpi “visivi”…)

      1. L’articolo è molto lungo, quindi ammetto che mi era sfuggito il passaggio in cui asfaltavi Un tè con Mussolini. A questo punto mi sento di sconsigliarti un altro film con Judi Dench, Vittoria e Abdul: è molto, ma molto più inconsistente di qualsiasi film di Zeffirelli. Ed è anche inverosimile in una maniera così plateale da sconfinare nel ridicolo involontario: non proprio un difetto da poco, dato che si tratta di un film storico. Grazie per la risposta! :)

      2. I miei zebedei sono stati ridotti in poltiglia dall’ultimo film che ho visto (Vittoria e Abdul appunto), quindi qualsiasi cosa tu abbia scritto su Zeffirelli mi sembrerà oro al confronto! :) Tu invece qual è l’ultimo film che hai visto?

      3. Io nel 2020 ho visto solo 3 film in sala: Tolo Tolo, City of Crime e Il diritto di opporsi. Il primo è un cesso, gli altri 2 invece sono ottimi.
        Tra l’altro in entrambi i casi sono successe 2 cose memorabili: con City of Crime ho trovato una sala piena fino all’ultimo posto disponibile (non mi succedeva dai tempi di Selma, quindi dal 2015), con Il diritto di opporsi è scattato l’applauso a fine proiezione. A te è mai capitata quest’esperienza?

      4. Le sale pienissime, purtroppo, le ho viste molte volte, sia in gioventù sia in anni più recenti…
        Entrare in sala per vedere i blockbusters anni ’80 e 90 era un’impresa («Indiana Jones», «Batman», «Batman Returns», i film Disney 1989-1994, il «Robin Hood» di Kevin Costner, «Titanic» [che rimase praticamente un anno e mezzo in sala]), e le reazioni del pubblico alle battute, in sale così piene (e si sta parlando di sale immense, prima dell’avvento dei multisala: qualsiasi paesino aveva nelle vicinanze un cinema con almeno 1000 posti, con platea e galleria), era imprevedibile (quando Max Shreck, in «Batman Returns», alla fine, scoprendo che Selina è Catwoman, dice «Selina Kyle, sei licenziata!» originò un applauso gigantesco in tutta la sala)…
        Anche recentemente (per la saga di Harry Potter, per i Batman di Nolan, per i Pirati dei Caraibi, per Star Wars, per gli Avengers, per l’IT di Muschietti, per le Birds of Prey), oltre all’applausone ho riscontrato il commento ad alta voce su tutti gli aspetti del film: a vedere l’ultimo Harry Potter, per esempio, in un sala unica [non ripartita in platea e galleria ma con un’unica platea] gremita, c’era un pubblico che rendicontava di tutte le differenze tra film e libro in tempo reale, alieno e irrispettoso di qualsiasi richiesta di silenzio…
        Negli anni ’80-’90, aggiungo, andava di moda anche riempire i silenzi dei film con commentini sarcastici riguardo qualsiasi comportamento di qualsiasi personaggio…
        Sicché, sì, è un’esperienza che ho vissuto più volte e nelle più varie manifestazioni, come credo chiunque abbia frequentato le sale cinematografiche…

      5. Riguardo a Titanic, anch’io ho vissuto un’esperienza analoga: Titanic e Fuochi d’artificio sono stati gli unici 2 film per cui c’era così tanta fila che non riuscii a prendere i biglietti in tempo, e quindi mi toccò tornare allo spettacolo successivo.
        Riguardo a Birds of Prey, non avrei mai detto che avesse raccolto un applauso a fine proiezione, perché è stato ingiustamente bistrattato sia dal pubblico che dalla critica.
        A me invece l’applauso a fine proiezione è capitato con i seguenti film (elencati in ordine di uscita):

        The Butler
        My father Jack
        A United Kingdom
        Seven Sisters
        Blakkklansman
        Il diritto di opporsi

        My father Jack però non fa testo, perché con questo film mi è capitata l’esperienza opposta a quella di Titanic e Fuochi d’artificio: ero l’unico spettatore in tutta la sala. Comunque, il mio applauso solitario l’è pienamente meritato.
        Anche a te è capitato di guardare un film in una sala totalmente vuota a parte te?

      6. Birds of Prey ebbe più che altro i commenti in mezzo al film!
        Negli anni universitari andavo alle proiezioni pomeridiane e mi è capitato qualche volta di essere solo… Per «Femme Fatale» di De Palma, per esempio…

      7. E’ una vita che ho in programma di vedere quel film, ma non lo faccio mai: quando finalmente risolverò questo punto in sospeso, ti farò sapere come l’ho trovato! :) Grazie mille per la piacevolissima chiacchierata, e buon appetito! :)

      8. Mi ricordo il pienone per The Doors di Stone…Sempre odiate le sale strapiene ma se la buriana passasse accetterei di buon grado anche questo!

      9. Ahahhha!
        Tra l’altro probabilmente le sale saranno contingentate per altri mesi (potranno, che ne so, vendere solo metà dei biglietti disponibili e far sedere tutti a grandi distanze, su posti contrassegnati come usabili)… per un po’, a mio avviso, sarà un’impresa vederle piene…

  3. Questo film era, a suo tempo, il mio secondo film preferito, dopo “Morte a Venezia” e non solo lo vidi più volte, trascinata anche dalle musiche sublimi di Peter Gabriel, ma comorai e lessi anche l’opera scritta da quell’autore per me ancora sconosciuto. Essendo cresciuta in una famiglia “falsa cattolica” non avevo mai potuto ricevere una versione alternativa della vita di Gesù e in questo film trovai finalmente la verità che cercavo. Comunque sei molto bravo nelle tue recensioni, prova a mandare qualcosa a delle riviste o dei siti di cinema. Hai talento 😉

  4. Non credo proprio di poter trovare analisi e recensioni più approfondite delle tue. Anche su The Last temptation of Christ, sono rimasto stupito dalla quantità di informazioni che hai scritto e dal modo in cui sei riuscito a parlare del film, sottolineando il conflitto che prova Scorsese per quanto riguarda il concetto di fede e religione, uno die motivi per cui questo film ai tempi venne criticato dalla Chiesa. Una recensione per nulla semplice, tremo al solo pensiero di dover parlare di un’opera così complessa e personale. Per questo ti faccio i miei complimenti!

    1. Ti ringrazio molto!
      Davanti a film così c’è solo da tremare, perciò affastello suggestioni random sperando che alla fine le suggestioni si compattino in un tutto: sono proprio capolavori impossibili da analizzare: vanno solo guardati, con somma gioia…

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