Stefano Bollani e Jesus Christ Superstar

Per festeggiare i 50 anni dell’album (che fu registrato nel 1970 all’Olympic Studio di Londra, con Ian Gillan come Jesus, Murray Head come Judas, Yvonne Elliman come Magdalene, Victor Brox come Caiaphas e Barry Dennen come Pilate; il singolo Superstar fu però inciso nell’ottobre del 1969), Stefano Bollani “compone” queste Piano Variations on Jesus Christ Superstar, distribuite dall’etichetta Alobar nell’aprile 2020, ma registrate nello studio Liberation Of Arts District (LOAD) di Roma tra il 4 e il 7 ottobre 2019…

La mia adorazione per JCS, e specialmente per il film, è detta qui, e tale adorazione è confermata dalla sfaccettata lettura trasformante che ne fa Bollani…

Priva del testo (si sentono le parole della sola Superstar), la sola musica si sviscera davanti a noi sul pianoforte di Bollani, che più che eseguire sembra analizzare i singoli temi di Lloyd Webber, cercandoci, certo, lo sbrindellío jazz “improvvisativo”, ma ottenendo altresì uno scavo ermeneutico sulla struttura del tema, sul materiale del tema, che somiglia molto a una decostruzione davvero “studiante”, ermeneutica… Bollani, suonandole, sembra osservare col microscopio le diverse cellule melodiche di JCS, e propone a noi una sorta di “relazione” del suo studio… uno studio che si sente essere rigoroso, ma che arriva a noi con la leggerezza dell’happanening, di un micracoloso “studio in musica”, impagabile, che richiama altissimi precedenti (tipo l’orchestrazione di Anton Webern del BWV 1079 di Bach, o la Rapsodija na temu Paganini di Sergej Rachmaninov)

Nella sua lettura, concentrata sui temi, Bollani evita i molti richiami e gli echi di musica “ripetuta”, che rappresentano la drammaturgia teatrale di JCS: Bollani, una volta letto il tema la prima volta, evita più che può di ripeterlo… per questa ragione è omessa gran parte del secondo atto (l’album dura solo 63 minuti, mentre il JCS del 1970 ne durava 86)… e questo perché la sua è una lettura musicale, non scenica, non diegetica: la protagonista è la musica…

Separandola dal contesto narrativo, Bollani scopre in quella musica intenzioni nascoste, geometrie costruttive, purezze lineari e profumi cólti piacevolissimi… Per esempio, Everything’s Alright palesa una intenzione malinconica, Hosanna manifesta la sua ambivalente natura di gioia e inquietudine, e Pilate’s Dream è gigantizzato in richiami debussyani…

Naturalmente, il repetita juvant di un tema importante, per esempio quello di John Nineteen: Forty-One, è visto anche da Bollani come indispensabile, e lo ripete, ma lo comunica in maniera distillata: è richiamo “finale”, costruttivo della partitura, e non del suo soggetto drammatico extramusicale…

Senza le ripetizioni tematiche, pezzi come The Last Supper e Trial Before Pilate sono costellazioni jazz, nebulizzazione quasi puntillista delle microcellule che rimangono (in Last Supper, per esempio, tutti i quattro minuti si basano soltanto su «Look at all my trial and tribulations»): Bollani gioca dadaisticamente su quelle cellule…

Il gioco “dadaista” è utilizzato da Bollani anche per dare una coerenza alle sue Piano Versions… Usando appunto puntillisticamente i temi di Lloyd Webber, Bollani arriva a comporre di suo, evocando senza ricopiare Lloyd Webber, un preludietto, che pone al posto dell’ouverture (i cui temi, Bollani li “tratta” in Trial Before Pilate), che è adattissimo a immergerci da subito nell’atmosfera dell’album, che finisce per essere una riimmaginazione della musica di JCS, una riimmaginazione tutto sommato serena, leggera, strutturalista di JCS

Una, dicevamo, analisi in musica di quello che è un capolavoro, che Bollani restituisce leggendolo con gioia, animandolo di divertimento, entusiasmandosi delle varie intenzioni e delle varie sfumature che Bollani riconosce nella musica di per sé

Sviscerando quelle intenzioni della sola musica, Bollani, alla fine, però non fa che interrogarsi sulla forza di quelle melodie…
Analizzando quelle melodie, da dritto e rovescio con felicità, Bollani non produce soltanto un divertissement fine a se stesso, di puro edonismo… Analizzando e variando i temi, Bollani “obbedisce” al compito che JCS sottindente… Non a caso Superstar è l’unica canzone di cui mantiene il testo (cantato da Bollani con Frida Bollani, Manuela Bollani e Valentina Cenni) poiché è in quel testo che si palesa il grande messaggio di JCS, la sua natura di interrogazione esistenziale che lo rende così speciale…

Interrogazione a cui Bollani non rinuncia… che, anzi, costruisce in musica: una musica di analisi della musica!
Un “cubo” di interrogazione, che finisce, sì, nella tristezza di John Nineteen: Forty-One, ma che è stata una cavalcata di immersione musicale “positiva”, una immersione nelle endorfine dell’analisi della musica… un viaggio in una musica di Lloyd Webber che Bollani ha sentito come un cielo di mille stelle: notturno, scuro, ma pieno di mille luci su cui riflettere per conoscere noi stessi…

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