«Il bordo vertiginoso delle cose» di Gianrico Carofiglio

Anche Carofiglio, come Concita De Gregorio, in TV è off the charts
è il meglio del meglio nel bacchettare tutti i dementi salvidioti, tutti i destrorsi rincoglioniti, con il suo buon senso coltissimo, che arricchisce di aneddoti ficcanti e goduriosi basati su quel saggio (e ne tira fuori tantissimi: da Konrad Lorenz a Italo Calvino), sul quel romanzo, su quel caso, su quella situazione, che riflettono a mille la circostanza in analisi smascherando quella sciocchezza detta dal grillino o quella scemenza concettuale politichese a proposito della circostanza in analisi…

Vederlo è un paradiso…

Leggerlo è certamente piacevole: come ammette lui stesso nella diegesi del Bordo vertiginoso delle cose, leggerlo è come sentirlo: nella prosa del libro c’è la sua prosa parlata, la sua voce, che non puoi non “sentire” nella lettura mentale…

Il problema è che Il bordo vertiginoso delle cose fraintende certa poetica di “inconcluso” di Italo Calvino, quella, certamente, di Se una notte d’inverno un viaggiatore (1979), ma anche quella della Formica argentina (1952), della Nuvola di smog (1950) e di certi Amori difficili (1958 e 1970)…

Se si leggono bene i capitoli sedicenti “inconclusi” di Se una notte d’inverno un viaggiatore ci si accorge che, in realtà, in quei capitoli c’è ben poco da aggiungere: sono capitoli che, in effetti, si “concludono” eccome…
E nei finali “aperti” della Nuvola di smog e della Formica argentina si scorgono immagini che raggrumano tutto il senso del racconto…
E nelle chiusure degli Amori difficili si scorge tutta la metafora amara, anche nichilista, e un po’ saturnina di quelle storie che sembrano non risolversi…

Carofiglio non arriva a una conclusione simile nel Bordo vertiginoso delle cose: un libro che non si legge male, che ha anche una certa “tensione”, ma che, alla fin fine, «non sa cosa dire», finendo per dire banalità…
un libro che si dimostra una struttura senza però alcun contenuto…
si dimostra un pretesto banale sicuro di riuscire a usare il banale per scopi culturali e che invece si fa travolgere dal banale…

Cerchiamo di spiegarci…

La struttura binaria, di un presente inframezzato dai flashback, reggerebbe anche…

E una struttura del genere si innerverebbe se, nei flashback, il protagonista risolvesse storie “cattive”, vicende esistenziali, importanti, interiori…

Nei flashback, però, il protagonista trova solo la vecchia sbobba, banalissima, del «quando ero bimbo nella mia città ero completo e non me n’ero accorto, e nel mio non accorgermene ho gettato via la mia città scappando in un’altra, pensando di andare verso il meglio, ma in un altro luogo sono stato incompleto, infelice, e ho ritrovato la felicità solo tornando a casa, dai miei amici d’infanzia, dal mio amore dei 18 anni, a ridere e scherzare con la mia amica del liceo»

Una sbobba che solo Hölderlin e Novalis sono riusciti a rendere plausibile, eternizzandola e cosmicizzandola, perché se trattata senza quel cosmico e quell’eterno, quella sbobba rimane sbobba, simile, anche, a certo Ozpetek…

E Carofiglio è più dalle parti di Ozpetek che di Novalis, poiché questa sbobba finisce per essere il pretesto per perdersi in ampie, quanto inutili, descrizioni…

Il bordo vertiginoso delle cose è un libro di descrizione di diverse situazioni, che non si capisce come mai ci vengano descritte: sono situazioni che non fanno parte della sbobba, e che Carofiglio sembra snocciolare solo per dimostrare di essere capace di scrivere di certe cose…

Il bisogno di dimostrarci di essere uno scrittore fa descrivere a Carofiglio una pletora di personaggi secondari, congiunti o amici del protagonista, di cui, a noi lettori, non ce ne frega assolutamente niente: le nipoti, il fratello, l’amica del cuore, il venditore di dischi anarchico, il pescatore chiacchierone, la barbona, l’aspirante scrittore… tutti gratificati di una sfilza di dettagli ed emozioni (e quello col tumore, e quello col tic, e quello che dispensa perle di saggezza) che occupano moooooooolte pagine in modo del tutto gratuito…

Alla fine, tutti quei frammenti di persone e situazioni potrebbero ricongiungersi per eternizzare la sbobba, ma la sbobba invece rimane lì, da sola, senza alcuna connessione con nessuno di questi, a questo punto, meri riempitivi…

E la sbobba è difficile da mandare giù…

La spinta autobiografica, la caratterizzazione del contorno familiare e ambientale, sono cose centrate, e impagabile è la concretizzazione politica del racconto, ma tutto questo si dimostra al servizio di quella sbobba di «amore adolescenziale» classico, rivolto alla classica insegnante giovane e carina, che è di un ritrito che porta via…
…e quel ritrito di «amore adolescenziale» apre il fianco spesso alla sua natura di pretesto

perché l’amore adolescenziale, senza il quale non si va avanti, è stata l’insegnante? perché non la compagna di banco?
è l’insegnate perché così, nella tediosa e interminabile trascrizione “stenografica” delle sue lezioni, lo scrittore si può beare (come Concita De Gregorio) nello sfoggio delle proprie conoscenze su questo o quell’argomento…

per capitoli interi di flashback si assiste alle lezioni dell’insegnante giovane, non per ribadirne la bellezza e cementificare il mito, logoro, dell’«amore adolescenziale» (cose che rimangono in uno sfocatissimo sfondo), ma per avere l’occasione di parlare dei sofisti, di Hannah Arendt, di Artemisia Gentileschi, di Jackson Pollock…

e lì, come succede con Concita De Gregorio, ci si chiede: «ma se volevo impararmi i sofisti compravo Il bordo vertiginoso delle cose o compravo un libro sui sofisti?… forse la seconda… credo eh…»

La sbobba, l’amore adolescenziale, e, a questo punto, tutti i flashback, invece di *trama*, invece di *vicenda*, si palesano PRETESTI per lezioncine, per spiegazioni, per conferenzine su artisti, saggi, maestri… conferenzine e aneddotelli che, in TV, Carofiglio domina per “rigirarsi” i leghisti analfabeti, ma che nel libro semina *soffocando* tutto…
Quelle lezioncine si smascherano come il centro di un libro che sembra costruito solo per dare un contorno a quelle lezioncine…

Lezioncine che, perfino, spesso sono anche “antologiche”… cioè: la pletora di situazioni inutili che s’è detto si dimostra anche quella pretesto non di lezioncine ma di CITAZIONI… la pletora dei diafani personaggi è usata dal protagonista per arraffare stralci di romanzi che si citano verbatim e per intero, per pagine e pagine… pagine e pagine di citazione da Thomas Mann (soprattutto), da Dostoevskij, Poe, Hemingway, Dickens, Conrad, Scott Fitzgerald ecc….

pagine e pagine che riempiono quello che è un vero e proprio vuoto di utilità della sbobba…

perché la sbobba del «si stava meglio quando s’era giovani a casa di mamma anche quando non ci se n’accorgeva, e si stava meglio a fantasticare sull’insegnante che ad avere le corna con una moglie che non si ama [e Grazia Alcazzo]» fagocita tutto, fagocita quelle citazioni (che vorrebbero anche avere valenza metanarrativa ma risultano soltanto vacui sprechi di spazio diegetico), e fagocita tutta la struttura di flashback, tutta la sottotrama di coscienza politica (da trovare nel contesto del pressante terrorismo degli ultimi Anni di Piombo), in un sentimento di inconclusione che fraintende la poetica di Calvino rovesciandola: se Calvino concludeva, facendo finta di non concludere, Carofiglio non conclude apertamente facendo anche finta di concludere buttandola sulla “poetica”… ma che poetica è se la trama è solo una banale sbobba?

La conclusione della sbobba, col ritorno all’amore infantile con la professorina, basta davvero a giustificare ore e ore di citazione di Thomas Mann, ore e ore di descrizioni di tumori di amici del protagonista di cui non ci frega niente, ore e ore di lezioncina saputella su Artemisia Gentileschi?

Forse no…

Perché la sbobba è sempre la sbobba… [ed è una sbobba perfino simile a quella travasata di Lady Bird]

sempre consolatoria, sempre coccolante, sempre annullante qualunque problema nel rifugio dell’immaturità, nel ritorno a un “liquido amniotico” sognato in cui, appunto nei sogni, non c’era responsabilità…

una consolazione che la pretesa di consapevolezza data dal ritorno all’infanzia dopo una vitaccia non esclude…

anche se torni all’infanzia dopo una vita di cacca che ti ha fatto maturare, alla fine comunque torni all’infazia…

e non è questa una sconfitta nell’inutile?

Si potrebbe sviluppare il concetto con contesti che non siano sbobbe, senza amori facili, senza chimere con cui ricongiungersi… magari affidarsi proprio all’istanza di coscienza politica, così felicemente lambita dai flashback
ma quell’istanza Carofiglio decide proprio di lasciarla inerte nel contorno, perché vuole proprio concludere il suo romanzo con la sbobba sentimentale consolatoria del ricongiungimento con l’infanzia finalmente ritrovata, in barba a qualsiasi Mann, Hemingway, a qualsiasi Artemisia, e a qualsiasi tumore che ci ha raccontato invano…

L’illusione che la sbobba potesse essere solo struttura per supportare citazioni e lezioncine su Artemisia e Hemingway finisce per crollare…
Uno, perché scrivere un romanzo solo per parlare, a caso, di altri libri e autori, risulta alla fine ridicolo…
Due, perché la sbobba, in quanto metafisica banalità, tramortisce tutto: se il pretesto è la sbobba, la sbobba trabocca, consuma ogni cosa, anche tutte le buone intenzioni culturali…
…come si può fare cultura se, alla fine, quella cultura si regge sulla sbobba???

Io l’ho trovato interminabile e interminato…
che non si legge male, attenzione: la prosa di Carofiglio è lineare, scorrevole, cullante e ben disposta a livello di drammaturgia (il ping pong tra il presente e i flashback regge molto bene), ma è sbobba, una sbobba trapuntata di antologia del tutto inutile e di descrizioni secondarie del tutto insopportabili nella loro inconsistenza diegetica…

E odioso è l’aver usato Mann, Hemingway, Artemisia e Hannah Arendt per veicolare una sbobba…

Mann, Hemingway e Hannah Arendt non avevo scritto apposta per andare finalmente al di là dell’immaturità consolatoria della sbobba?

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