«In tempo di guerra» di Concita De Gregorio

Nonostante il buco nell’acqua di Nella notte, commetto il compulsivo errore di rileggere un libro di Concita De Gregorio…

Penso: «Tutte le volte che la vedo in TV è la migliore! Devo darle una seconda possibilità… E poi, stavolta, è Einaudi, la mia adorata collana Stile libero (anche se è il Kindle), e, dalla quarta di copertina, sembra parli della generazione perduta dei 30enni esclusi dal lavoro e indirizzati solo e soltanto a un’esistenza di desolazione e depressione: è un argomento interessante! Cosa potrà mai andare storto?»

Beh, sono andate storte un milione di cose…

In primis il “veicolo” del romanzo epistolare…

È senz’altro una cosetta carina, come no, ma l’espediente epistolare è nato in un’epoca, il Settecento, in cui si demonizzavano le cose finte, le storie, le finzioni, che si giudicavano frivole e inutili, e questo costrinse gli scrittori a «fare finta che il loro romanzo non fosse finto»… “giustificavano” il loro romanzo con espedienti di “verità” (pur fabbricata), dicevano: «questa che vi presento non è la storia di un naufrago che mi sono inventato io, ma è il vecchio diario di un vero naufrago! e quest’altra vicenda di arrampicamento sociale non è farina del mio sacco ma la evinco dalle vere lettere dei protagonisti che quella vicenda l’hanno vissuta e che io non faccio altro che presentarvi!»

Un espediente che, effettivamente, Defoe, Richardson, Montesquieu e Rousseau, maneggiavano bene, ma con una notarella: per quanto i loro siano capolavori indiscutibili, non risultano forse un pochino scioccarelli se paragonati ai lavori di Fielding o Sterne che li prendono in giro? Forse no… O, forse, la forma epistolare è maturata col tempo dando i veri frutti solo quando ha raggiunto una molto avanzata maturazione (a mio gusto, uno dei pochi romanzi epistolari che si riesce a “reggere” per davvero, nonostante Choderlos de Laclos e Goethe, è il Dracula di Stoker, scritto più di 150 anni dopo la Pamela di Richardson)

Tutto questo per dire che il romanzo epistolare è una materia difficile, che solo i veri giganti hanno amministrato, e che ha avuto sempre particolari problemi…

Per cui, sì, In tempo di guerra è epistolare, ed è un problema?

Non lo sarebbe se fosse effettivamente epistolare, ma invece…

…invece la struttura è quella dei compartimenti stagni “narrativi”, blocchi conchiusi di “concetti”, che si susseguono uno dopo l’altro, come indipendenti l’uno dall’altro: ne esce una sequela di “rubriche” di un giornale invece che un romanzo o un saggio…

Molti romanzi carini usano una “rubrica”, a fine o a inizio capitolo, che commenta o tange, in modo ancillare, azione e storia, sviluppando questo o quell’aspetto: è roba vecchia come il mondo (vedi l’inizio dei Libri del Tom Jones di Fielding, per esempio; i dossier alla fine degli albi di Watchmen; o anche le Home Pages del sito di Gossip Girl nei romanzi di Cecily von Ziegesar, tanto per presentare un range temporale ampio, pur limitato alle mie microscopiche conoscenze in merito)…

Concita De Gregorio, però, quelle “rubriche” le incorpora proprio nella struttura portante del libro, che è questa:

  • Lettere di Marco, il trentenne protagonista, a diversi destinatari…
  • Risposta dei destinatari a Marco
  • Diario del Marco dodicenne
  • Commento di De Gregorio sulle lettere di Marco e sulle risposte dei destinatari: commento veicolato, anch’esso, in forma di lettera a Marco…
  • da capo

Dalle lettere di Marco si evince che l’illustrare la condizione sociale del trentenne depresso, impossibilitato a lavorare come nella DDR, solo accidentalmente è motivo di analisi di sistemi, cause, effetti e, magari, denunce e proposte di “soluzione”…
Perché l’analisi è presentata subito, alla prima lettera: «è colpa di chi ci ha preceduto», e ci hanno preceduto governi di destra o di finti comunisti che hanno lavorato per se stessi e non per i propri figli…
soluzione?
cercare di non fare gli stessi errori, ma orami la frittata è fatta…
per cui come si fa, a questo punto, a non far vivere i trentenni nella bolla della mancanza di lavoro?

Boh…

È ovvio che la risposta non può essere contenuta in un libro/romanzo…
Ma nel libro/romanzo c’è la cronaca di quell’esistenza assurda a cui sono costretti i trentenni?

No…

Quel libro/romanzo sulla condizione dei trentenni è il libro/romanzo di un trentenne soltanto, Marco, e della sua vita rocambolesca da feuilleton che parla di tutto tranne che della condizione depressoide dei trentenni…

Marco è scontento dappertutto, e si trova male con i Testimoni di Geova, di cui si analizzano le assurdità (una cosa estraniante: pensavi di aver comprato un libro sulla condizione lavorativa dei trentenni, invece ti ritrovi con un trattato che dimostra quanto siano imbecilli i religiosi in generale e i testimoni di geova in particolare: c’era bisogno di leggere un libro per scoprirlo?)…

È scontento con gli ambientalisti perché sono tutti vegani e settari, mentre lui vorrebbe mangiare la carbonara senza sensi di colpa (e cioè la cacchiata del cibo come valore morale, come fondamento di modi di pensare tradizionali, che deturpa il pensiero di molti salviniani)… però simpatizza molto con la causa ambientalista, ma simpatizza in modo “altro”, perché lui è sempre “altro”, mai davvero coinvolto in niente…

È scontento con i suoi nipoti ché sono cretini e analfabeti funzionali (mentre lui che blatera delle carbonare mancate si ritiene intelligente)…

È scontento con il nonno comunista perché questi ha abdicato l’ideale per inseguire il compromesso (invece lui è duro e puro, naturalmente)…

È scontento e va a combattere coi curdi, ma non va bene nemmeno lì perché tanto il mondo non si accorge della resistenza curda… sicché farla è inutile (!?)

È scontento delle start up perché giustamente le start up sono minchiate…

Marco è uno scontento di natura perché è afflitto da tragedie sociali?
È scontento perché non riesce a lavorare?
È depresso perché i falsi comunisti gli hanno fatto trovare un mondo liberista che lui non riesce a penetrare e vorrebbe “scardinare” o almeno “denunciare” come assurdo?

Macché…

Marco è sempre scontento per ragioni personali, NON per ragioni sociali

Viene fuori che la grossa tragedia dei trentenni mica è tragedia del contratto sociale difettoso giunto a una crisi di sistema, no no: i trentenni sono scontenti NON perché non hanno il diritto al lavoro ma perché hanno i traumi infantili, hanno i babbi che li consideravano zero (perché non erano i veri padri: una cosa di un didascalico che fa paura), i nonni che manco li musavano, e le mamme assenti… tutta roba che ha fatto loro sviluppare la scontentezza vittimista che è microscopicamente *personale*, intima, *individuale*, non è sociale, non è politica, non è universale…

Marco è lamentevole come Claudia Durastanti, e la sua lamentevolezza, essendo tutta sua, non può essere denunciata, né può “risolversi” con le molotov, con la rivoluzione, con il rovescio del potere… perché è una questione del singolo, non del “tutti”… e quando fai la rivoluzione per le scontentezze del singolo (e non per le esigenze di tutti) finisci per fare come le “primavere” arabe, cioè finisci per regalare il paese agli estremisti religiosi (così uguali ai Testimoni di Geova che rappresentano molta porzione della responsabilità della scontentezza personale in prima istanza)…

Come si risolve tutto questo?

Con l’intervento di professionisti?

Con “unione”, almeno ideale, di particolare e universale (se riesco a stare bene io allora stanno bene anche gli altri?)

Macché…

La situazione si risolve, semplicemente, da sola…

Col tempo, quando Marco trova, per magia, qualcuno che gli voglia bene davvero, allora tutto scompare…

La società sbagliata? …scompare…
La scontentezza e la depressione? …scompaiono…
L’ingiustizia sociale? …sparisce…

E il mondo? Il contratto sociale difettoso? E la causa ambientalista? La condanna di una generazione finto-comunista che ha pensato per sé lasciando alle nuove generazioni le macellerie sociali del liberismo, della corruzione e del nepotismo lavorativo? E la “speranza” che le nuove generazioni riinneschino un circolo virtuoso?

…sono cose che, puf, svaniscono…

ma la speranza del futuro? quella certamente ci sarà: Marco, con il nuovo amore, sicuramente sarà agente di una nuova rinascita ecologica, vero?

mah… sì… forse…

quella “rinascita” è adombrata in un finale “progetto ecologico” da implementare: un progettino che è una goccia nel mare…

e non va bene?

sicuro, sì, va bene, e senz’altro è l’unica cosa da fare… ma quel progettino non è *destinato* a cedere al compromesso come aveva fatto il nonno comunista tanto condannato?
e non è *destinato* a concludersi in una robetta che il liberismo si mangerà?
quel progettino non è, nizzole e nazzola, esso stesso una start up? una minchiata?

E il libro come reagisce a tutto questo?

È nichilista o esistenzialista: e ci dice che è inutile cercare di migliorare un sistema entropico perché tanto l’entropia-destino sfascia tutto, e che il divenire indifferente porta via tutto, lasciandoci solo le briciole di una felicità personale che deve essere l’unica che possiamo perseguire pur sapendola un’illusione…?
È Kundera, Tolstoj, Virgilio?

Oh… no… non è questo…

Allora è positivo, barricadero, libertario, o “indignante”, come Naomi Klein, come John Reed? come Warren Beatty?

No… neanche questo…

Allora come è?…

È un feuilleton dell’Ottocento…
che era partito come politico, come Hugo, ma che poi arriva, con le agnizioni sensazionaliste, a un soffio di niente, a una tragedia che politica non è, è solo singola, senza che mai si dica che singolo e sociale, che macrocosmo e microcosmo, coincidono… non si dice mai… la “liberazione” di Marco è solo psicologica…
e, siccome è così, è una liberazione BANALE…
la conclusione di “svanimento in puf” di tutto quanto fa regredire il libro a burletta: tutta la denuncia dei finti-comunisti, del liberismo, delle start up, finisce in vacca: finisce in ORDINARIA vicenda, uguale a mille altre, di un post-adolescente stranito e vittimista per ragioni neanche tanto “assurde” né speciali, ma completamente quotidiane… La vicenda di Marco non è “esemplare”, ma è della peggiore routine: è la constatazione del tutti i giorni che non viene MAI trascesa né in catarsi né in “cronaca”, ma solo in piatta presentazione… come una fotografia che mostra la gente che mette i piatti in lavastoviglie, o che lava i piatti nell’acquaio…
Perché ce ne dovrebbe fregare qualcosa se quell’acquaio è uguale al nostro e se tramite quell’acquaio io non risolvo né in catarsi né in indignazione?
Potevo lavare i piatti io stesso invece di leggere il libro, invece di vedere in fotografia uno che lava i piatti!

Ma quella del lavapiatti è una bella fotografia?
Una fotografia artistica?

No…

perché i blocchi narrativi delle “rubriche” scricchiolano…

Quando la trama delle agnizioni prorompe, queste agnizioni vengono interrotte dal diario di Marco 12enne (che alla fine ci chiediamo perché mai sia stato incluso) e dai résumé dei commenti di De Gregorio… che si presentano tutte le volte implacabili… anche se non ci incastrano una beata mazza con nulla…

Almeno Gossip Girl ha le Home Page che rintuzzano significati e “illazioni” della trama che leggiamo… Fielding ci diletta con ragionamenti meta-narrativi su cosa poteva narrarci e come narrarcelo… Watchmen illumina, con diari, ritagli di giornale e quant’altro, parti di universo narrativo che catalizza il narrato…

le “rubriche” di De Gregorio, invece, sono solo antologie di libri che De Gregorio ricopia…

e, badiamo bene, non le ricopia in modo integrale: ne ricopia frasi qua e là, prive di contesto, slegate e staccate dal tutto dei romanzi a cui appartenevano, producendo un caleidoscopio di aforismi più o meno “geniali” (se si possono considerare geniali gli aforismi, che altro non sono che tweet idioti ante-litteram), giustapposti tra loro in un collage così alla «boia d’un giuda» che perde qualsiasi senso…

sono frasette che commentano quello che succede a Marco?

ovviamente no…

sono frasette di dimenticati capolavori ispanici o latinoamericani, che De Gregorio ci “regala” convinta di farci un favore, convinta di essere l’unica a conoscerli e l’unica a veicolarceli…

ma sono anche romanzi di Julio Cortázar… di cui De Gregorio tagliuzza enunciati qua e là…

Ma se uno vuole leggere Julio Cortázar, mi domando, non è che si compra direttamente Julio Cortázar invece di Concita De Gregorio?

I commenti sono anche frasette tratte da articoletti, arguti ma subito vetusti, di giornali, che sentenziano sul clima, sui giovani, sui depressi, con una spocchia assoluta, davvero degna di quella generazione pseudo-comunista che ha tramortito il mondo…

ma il libro non voleva essere contro quei detti apodittici di nulla che hanno riempito di fandonie i falsi comizi annullanti della politica piddina o berlusconiana o salviniana o pentastellata?

La cosa non si risolve, e lascia perplessi quando non direttamente indignati di aver buttato via tempo e denaro in una “seconda possibilità” da concedere a una giornalista che continui a stimare, ma che, devi rassegnarti, ha sbagliato del tutto due libri su due impantanandosi in quel nulla che lei dice di voler esorcizzare…

9 risposte a "«In tempo di guerra» di Concita De Gregorio"

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  1. Tristezza, per favore va’ via!
    E pure tu, Concita, lévati di torno che mi stai pure sulle p.!
    (Bellissimo post: perché leggere la De Gregorio, quando puoi leggere Nick più rapidamente e con più gusto?).

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