5a e 6a di Beethoven streaming di Nézet-Séguin da una Verizon Hall vuota

La Verizon Hall, all’interno del Kimmel Center for the Performing Arts di Philadelphia, è la home della Philadelphia Orchestra

Dal 2012, il capo della Philadelphia Orchestra è Yannick Nézet-Séguin (gli altri sono stati: Fritz Scheel [1900-1907], Karl Pohlin [1908-1912], Leopold Stokowski [1912-1938: Stokowski ha fatto partecipare l’orchestra a Fantasia di Disney, uscito nel 1940], Eugene Ormandy [1938-1980: un po’ parecchio: ma a quei tempi in America era così: direttore e orchestra si incollavano], Riccardo Muti [1980-1992], Wolfgang Sawallisch [1993-2003], Christoph Eschenbach [2003-2008] e Charles Dutoit [2008-2012])

Canadese palestrato e virtuoso della bacchetta in diversi repertori, Nézet-Séguin (classe 1975), dopo una giovinezza di ben voluto in tutti gli ambienti classici passata tra dischi (incisi soprattutto con l’Orchestre Métropolitain di Montréal [sua dal 2000 al 2010], con la Rotterdams Philharmonisch [sua dal 2006 al 2015], e con la Chamber of Europe) e ospitate di superlusso (un ben volere che lasciò alcuni perplessi), dopo la nomina fissa a Philadelphia e il quasi parallelo ingaggio al MET di New York (effettivo già dal 2016 anche se burocraticamente attivo solo da quest’anno), è rimasto quasi del tutto in USA, abbandonando un po’ gli ambienti blasonati della musica europea (dove invece ha attecchito Andris Nelsons, del 1978, che è riuscito a rimanere sia americano con la Boston Symphony sia europeo col Gewandhaus di Lipsia, cosa che lo ha fatto arrivare perfino al Concerto di Capodanno dei Wiener Philharmoniker)…

È probabilmente su di lui che Bradley Cooper ha studiato per impersonare Leonard Bernstein in un imminente film, visto che Bernstein è stato, prima di Nézet-Séguin, un direttore d’orchestra americano (lasciamo perdere la cittadinanza canadese), palestratissimo, carismatico e gay…

Nézet-Séguin, però, pur avendo i meriti di svecchiare un po’ l’offerta del MET (con Wozzeck, Porgy and Bess o Dialogue des Carmelites), in quanto a effettivo merito interpretativo non ha mai granché brillato…
il suo Mozart/Da Ponte (inciso con la Chamber of Europe live da Baden-Baden tra il 2011 e il 2015) veloce e sbrindellato non ha incontrato molto favore…
le sue sinfonie di Schumann (Chamber of Europe da Parigi, 2012) un po’ rachitiche, neanche…
Si è rivelato un po’ meglio nel secondo Ottocento: davvero buoni il suo Čajkovskij (affrontato soprattutto con Rotterdam tra 2010 e 2015: la non frequente Francesca da Rimini arriva quasi al top) e il suo Franck (la Sinfonia in re minore con la Métropolitain del 2010 non sfigura tra le maggiori incisioni)…
più che decente, ma discontinuo, nel Novecento: molto buono il suo Rachmaninov (con Philadelphia e Daniil Trifonov al pianoforte, 2015) e la sua Sacre du Printemps (con Philadelphia, 2012), ma un po’ smorto il suo Ravel (Daphnis et Chloé e Ma mère l’oye con Rotterdam, 2009)…

Con Philadelphia, nel 2015, ha anche inciso la non frequentatissima Mass di Bernstein (opera di cui si parla un po’ qui, tra i meandri di Zeffirelli) e adesso, con i 40 anni arrivati, età che molti direttori considerano minima per affrontarlo come se fosse una sorta di senato della musica classica, si approccia a Beethoven… prima lo ha attaccato non continuativamente con Rotterdam (ha registrato il concerto per violino con Renaud Capuçon nel 2009 [non brutto, con un solido equilibrio tra scintillio classico e riflessione sturmer] e la sinfonia 8 nel 2015), poi con la Chamber of Europe da Parigi, nel 2017, e adesso lo studia con Philadelphia, proprio quando il Covid-19 giunge in USA… [era previsto un ciclo di tutte e 9 le sinfonie che forse verrà posticipato e magari anche inciso all’interno dell’anniversario tondo dei 250 anni dalla nascita di Beethoven, visto che anche altri direttori coetanei di Nézet-Séguin ne hanno ormai uno all’attivo: Nelsons ha registrato il suo con i Wiener Philharmoniker, e Philippe Jordan con i Wiener Symphoniker, entrambi nel 2017 ed entrambi un po’ stroncati dalla critica che aspetta al varco anche Nézet-Séguin! — tra parentesi sia detto che si aspetta un disco delle sinfonie di Beethoven anche di Daniel Harding, nato nel 1975 e venuto violentemente meno al non detto diktat di affrontare Beethoven solo dopo i 40 anni, avendolo diretto già dai 25 producendo sì uno stuolo di live su YouTube da tutte le parti del mondo (e comparendo, perfino, nel film Lezione 21 di Baricco, del 2008, mentre dirige la 7a), ma ancora all’asciutto di testimonianze registrate ufficiali (ha inciso solo qualche ouvertures con la Deutsche Kammerphilharmonie di Brema, e i concerti 3 e 4 per pianoforte con Maria Joãn Pires e l’orchestra della radio svedese) — uno invece che ha affrontato Beethoven già a 20 e che, al contrario, ha già un integrale registrato delle sinfonie (con la Simón Bolívar Youth Orchestra, 2015), oltre a dozzine di testimonianze live e in studio in fin troppe salse (molte sinfonie le registrò tra il 2006 e il 2012 con la stessa orchestra), è Gustavo Dudamel, nato nel 1981]

Per allietare un pubblico privato del lavoro dell’orchestra, anche la Philadelphia Orchestra, come la Bayerische Staatsoper e molte altre istituzioni, propone un servizio di performance streaming, e propone dei veri live a sala vuota invece che registrazioni di vecchi concerti…
Rispetto ad altre piattaforme locali, Philadelphia Orchestra ha optato direttamente per le dirette YouTube e le ha lasciate free sul tubo invece di metterle a disposizione solo per breve tempo (almeno per ora sembra così)…

La Verizon Hall vuota fa un certo effetto nel video catturato il 12 marzo 2020…

Prima di Beethoven, Nézet-Séguin propone un pezzo del giovanissimo Iman Habibi, Jeder Baum spricht, proposto in prima mondiale (commissionato proprio dalla Philadelphia Orchestra), e senza soluzione di continuità alla fine di quel pezzo attacca immediatamente la famosissima Quinta (la numero 1 di Symphonies): l’effetto è ottimo, anche se la resa musicale di Nézet-Séguin è piena di criticità…
Mozartiana e leggera, quasi come da prassi esecutiva (anche se agita con strumenti odierni), la 5a di Nézet-Séguin è scattosa ma incorporea, priva sia della dionisiaca scioltezza di Gardiner, sia della forza rabbiosa di Harnoncourt o Chailly, sia della atleticità virtuosistica di Norrington e Hogwood, sia della serenità illuminista di Brüggen e Drahos (per rimanere su quelli che seguono l’approccio mozartiano da prassi esecutiva, vedi qui) e con troppo fastidiosi sbalzi degli ottavini… La mancanza di spessore sonoro nel finale è atroce, e una certa idea danzante riscatta solo in parte il secondo movimento, mentre il famoso primo tempo appare quasi sfiatato, anche se animato da una eccellente verve ritmica…

La Sesta (numero 4 delle Symphonies), invece, risulta migliore…
Sul Tubo è disponibile la precedente lettura della sinfonia, già ricordata, che Nézet-Séguin ha attuato con la Chamber of Europe nel 2017 a Parigi…
Rispetto a quella, il direttore fa progressi dal punto di vista della morbidezza: la sua è una 6a meno intrippata nei meandri della prassi esecutiva e quindi sfrutta meglio il fraseggio e l’agilità degli strumenti moderni, senza stare troppo a cercare di ricreare il presunto suono tagliente e sbalzellante che oggi si sente fin troppo spesso nelle orchestre normali (vedi Vänskä, Rattle o anche Nagano) quando sarebbe più di casa nelle orchestre antiche
il secondo movimento culla molto placidamente e il temporale esplode come si deve (non con il senso di «fiato corto» sentito a Parigi)…
per i miei gusti il quinto movimento ha un passo ancora troppo svelto, ma è decisamente migliore dello strimpellio di Parigi, anche perché le fantastiche fughette centrali sono trattate con la cura che meritano invece di essere gettate via come puri virtuosismi… [sulla Sesta vedi anche qui]

Interessantissime, pur involontariamente, sono le implicazioni della ripresa live del video…

Che una ripresa decisa da un regista disturbi il libero fluttuare dell’occhio che guarda dal vivo l’orchestra è una questione vecchia come il mondo, ma ancora cocente per molti…

Ciclicamente ci sono quelli che ritengono il semplice vedere in video l’orchestra che suona un qualcosa di poco interessante, e allora cercano di destare l’interesse inquadrando tutto tranne che l’orchestra… un atteggiamento che si vede bene anche nel Concerto di Capodanno di Vienna, per anni in mano a Brian Large e oggi diretto da Michael Beyer e Henning Kasten, registi che non perdono mai occasione di staccare sui fiori invece che sugli strumenti, o sul pubblico invece che sul direttore: una cosa che fanno davvero tutte le volte che possono, come se gli strumenti stessero loro antipatici!…

Altri, invece, hanno cercato di rendere giustizia a quell’ipotetico occhio dello spettatore, attratto da diverse occhiate, dividendo direttamente lo schermo con lo split screen: idea ardita ma non priva di interesse: davanti alle tante porzioni di screen, all’occhio dello spettatore si ripropone la scelta di cosa guardare che ha, presumibilmente, nel live… alla lunga, però, anche lo split screen è stato giudicato distraente, perché era troppa visione e poca musica [lo split screen è stato usato per molti anni dalla RAI, per la Musica di Raitre, vedi cenni in La Frontiera]

L’idea imperante è quella di usare molte camere, quasi sempre fissate su singoli reparti dell’orchestra e, nei casi particolari, sui singoli strumentisti sbalzanti sul resto (e.g. le prime parti dei fiati o il primo violino), tenendo a parte una postazione forse un pochino più mobile per i totali e una apposita per il direttore…
Le camere fissate non procedono quasi mai a muoversi e lo showing che ne viene fuori è una serie di stacchi: l’orchestra diventa un mosaico di frame
Una cosa che, molte volte, non è accompagnata da alcun totale, per cui finisce per rendere l’orchestra un mosaico parcellizzato: una moltitudine di parti che non partecipa a nessun tutto

Quest’idea è stata, in passaggi successivi, in un certo qual modo stabilita nei tardi anni ’50 (quando il video di musica, complice anche la diffusione internazionale della televisione, cominciò a essere “di massa” dopo le ancora rare riprese cinematografiche) da Herbert von Karajan, uno dei direttori che, nel suo narcisismo, fu molto favorevole alle riprese dei concerti (che erano, per lui, fondamentalmente, riprese della sua persona!): egli la implementò via via con la collaborazione di diversi registi, e quello che contribuì di più fu Henri-Georges Clouzot… alla fine, però, Karajan decise questa impostazione per conto suo, proprio preordinando le inquadrature a un esecutore al montaggio o alla semplice attuazione materiale degli stacchi già decisi dei live (gli “esecutori” che usò di più furono Åke Falck, François Reichenbach ed Ernst Wild; è curioso vedere quanto, nelle crew di Karajan, abbiano fatto gavetta anche maestri del cinema: nel film del primo concerto per pianoforte di Čajkovskij, con Alexis Weissenberg, girato alla Philharmonie di Berlino nell’aprile del 1967, il direttore della fotografia è addirittura Mac Ahlberg!)…
L’impostazione “alla Karajan” divenne verbo in Germania, un paese assai attivo nella musica classica, e in cui operava una enorme compagnia audiovisiva specializzata proprio nella ripresa della musica, la Unitel (di Oberhaching, nell’hinterland di Monaco di Baviera): tutti i registi della Unitel (Franz Kabelka, José Montes-Baquer, Hugo Käch ecc.) la adottarono… e si insinuò, piano piano, in tutta Europa (in primis nella BBC inglese, il cui referente musicale numero uno fu Benjamin Britten che si affidò a registi come Brian Large, Cedric Messina, Walter Todds, Peter Maniura, Christopher Nupen, e producers come John Culshaw; Francia e Italia, per molti anni, attuarono tipologie analoghe ma sempre peculiari) e America (alla PBS, plasmata da Leonard Bernstein con gente come Kirk Browning e poi, soprattutto, Humphrey Burton)…
Negli anni ’80, un vate della ripresa televisiva divenne Brian Large della BBC: a lui si affidò tutto il mondo della musica, e lui cementificò ancora di più l’impostazione “alla Karajan”, solo edulcorandone un pochino le caratteristiche un po’ troppo divinizzanti la figura del direttore (dagli anni ’80, su mefitico influsso di Large, adottano il “karajanismo”, nella sua mutazione di “largeismo”, definitivamente anche Francia e Italia)…

Solo oggi, dopo quasi 30 anni, il “karajanismo” si sta stemperando, o ramificando nei meandri che abbiamo detto (tra split screen e coloro che inquadrano tutto tranne che la musica), ma è ancora assai vigente, con solo sporadiche idee nuove proposte per aggirarlo (idee che giungono spesso dalla Francia, da registi come Andy Sommer, François Roussillon o Corentin Leconte; oggi ha ottime idee François-René Martin), incentrate soprattutto sull’aprire ai movimenti di macchina, capaci di ricongiungere quel mosaico di frame in un tutto

Vedere questo streaming di Philadelphia trasmette gioia perché il purtroppo non accreditato regista del live rappresenta una di queste sporadiche idee nuove!

Ha solo due postazioni, molto lontane dall’orchestra… perciò non può attuare l’idea “karajanosa” di macchina fissa generante il mosaico… la lontananza del punto macchina gli rende impossibili i dettagli e i piani ravvicinati sui singoli reparti… per cui egli decide di muovere la macchina!
inquadra sì, molte volte, singole porzioni dell’ensemble, ma mai esclusivamente, cioè non riserva il frame solo a loro: dal singolo reparto la macchina si muove verso altri reparti!
Per rendere meno repentini gli stacchi opta per quello che io adoro vedere nella ripresa della musica classica: la dissolvenza incrociata! Una tessera che il “karajanismo” usava molto di rado e che Large in qualche modo “proibì” (lui era amante dello stacco puro: la mia idiosincrasia verso Large si legge anche a proposito dell’Otello scaligero di Zeffirelli)… una tessera invece molto attiva nei sistemi francese e italiano che resistettero più a lungo al “karajanismo” (Carlo Battistoni ne era un maestro)…
Rivederla è per me una gioia!

L’aspetto principale dell’anonimo regista di Philadelphia è comunque l’evidenza che la dissolvenza e il movimento li attui non per filosofia dell’immagine ma per necessità, ed è evidente anche che la musica non la conosce così tanto e quindi si tiene lontano e sulle generali per inquadrare più gente possibile…
La cosa davvero fantastica è che questo suo tenersi cauto per ignoranza risulta in un video fantasticamente stimolante!
Rispetto al découpage soporifero e prevedibile del mosaico del “karajanismo” e del “largeismo”, dove si sa sempre quel che verrà inquadrato, con questo regista la ripresa sembra quella di una postazione fissa di sorveglianza invece che quella di un regista! Il concerto sembra quindi inquadrato come The Conversation di Coppola (1974)!
La macchina bascula da un reparto all’altro (soprattutto con riprese linearissime, in stile anime, vedi Kodocha) anche AGGIUSTANDO IL TIRO di quello che inquadra (come un film di Alan McKay o come Carlo Di Palma in Husbands and Wives di Woody Allen!), mentre stacca con le dissolvenze (che, a questo punto, somigliano perfino a quelle di Abel Ferrara!)
Molte volte giunge al limite del dare fastidio, magari perché non sta inquadrando qualcosa di importante per la musica (per esempio un solista impegnato o il direttore), ma proprio quando sta per andare fuori dal focus rientra immediatamente nei ranghi con una dissolvenza verso uno shot più ampio, che recupera tutta l’unità del senso della musica (emblematico il finale della 5a: proprio alla fine del tempo utile il regista sembra distratto a inquadrare le viole in un indugio che sembra inutile visto che si sa che preso l’orchestra esploderà e quindi sarebbe più opportuno vedere il direttore, ma una frazione di secondo prima dell’esplodere del quarto movimento ecco la dissolvenza verso il totale dell’orchestra, proprio quando ella erompe: splendido, tensivo e quasi da cliffhanger!)

Assolutamente commovente il discorso iniziale di Nézet-Séguin, che spiega la natura della commissione del pezzo di Habibi (incentrato sui disastri del cambiamento climatico: un pezzo certamente necessario nel mondo minacciato proprio nella sua salute), la sua connessione contemporaneista con Beethoven (che fu un inossidabile contemporaneo essendo tutta l’Arte contemporanea, checché ne dica lo Strauss post-nazista) e la necessità di nutrirsi di musica per rendere il mondo migliore dopo il contagio…

…lacrime!

3 risposte a "5a e 6a di Beethoven streaming di Nézet-Séguin da una Verizon Hall vuota"

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