Dark Waters

Tecnicamente è un film “approvato” da Steven Spielberg…
la Participant Media, distributrice del film, è consociata nel conglomerato finanziario di Spielberg…
spieghiamoci:
si diceva in GGG che, per stare a galla dopo l’effettivo affondamento della DreamWorks, Spielberg aveva “venduto” agli indiani della Reliance, ma la Reliance è una cosa enorme, occupata in tutto (dalle autostrade ai farmaci, e dalle centrali elettriche alle banche), e non ha certo tutto questo interesse a mettere bocca negli affari privati di Spielberg, che sono comunque tanti: di essi Reliance vuole solo la percentuale alla fine dell’anno…
perciò Spielberg è stato bravo a mantenere “privato” il suo “privato” (appunto), con la creazione di una compagnia apposta (la Storyteller Distribution, che tutela il magazzino, enorme, di Spielberg), ed è stato bravo a muoversi, a livello produttivo, sì come sussidiario di Reliance (che alla fine dell’anno vuole comunque i soldi), ma anche come attore attivo: è riuscito a insinuarsi qua e là come socio minoritario ma pesante (tipo 38% qui e 40% là) di diverse compagnie, tra cui proprio la Participant e la Universal (il cui reparto filmico, la famosa Universal Pictures, rimane gestionalmente “separato” dalla proprietaria Comcast che, pare, si limiti, come Reliance con Spielberg, a chiedere la percentuale alla fine dell’anno), con le quali (cioè con le quote minoritarie ma pesanti di Spielberg nelle diverse compagnie) ha formato un gruppo “informale” ma proficuo, chiamato proprio Amblin Group (come il primo cortometraggio di Spielberg del 1968 e come la compagnia, la Amblin Entertainment, che, prima della débacle DreamWorks, controllava tutti i film spielberghiani), con cui Todd Haynes ha firmato il contratto per Dark Waters

Per Haynes, quindi, un regista il più delle volte “artistoide”, si tratta, bene o male, di un lavoro su commissione, in un territorio, il legal drama o il film verité, punti forti della Participant (sulla scia del successo ottenuto nel 2015 da Spotlight di Tom McCarthy dove c’era proprio Ruffalo, che in Dark Waters mette anche qualche soldo di suo pugno), che lui, autenticamente sentimentale, strange e neoclassico (vedi le sue rievocazioni di Douglas Sirk, da Far from Heaven a Carol), ha bazzicato forse mai…

E vedere Haynes bazzicare certi territori di genere non è un brutto vedere…

Naturalmente, guardando al soggetto del film, salta subito all’occhio un altro ipotesto, oltre a Spotlight, precedente film della Participant, e cioè la famossissima Erin Brockovich di Steven Soderbergh del 2000…

La trama è senza dubbio la stessa…

Perciò, accostare i due film, Erin Brockovich e Dark Waters, aiuta molto nel farci riflettere sull’importanza del modo in cui si racconta una storia… il famoso discorso con cui si racconta una storia di cui si parla spessissimo in questo blog (l’ho sempre detto: «viva Seymour Chatman»)

Soderbergh non è uno sciocco: Erin Brockovich fu candidato all’Oscar per la miglior regia e, quell’anno, Soderbergh era candidato nella stessa categoria anche per Traffic, che alla fine vinse, in un anno in cui Gladiator e La tigre e il dragone si spartirono gran parte del bottino… Ma Erin Brockovich, pur presentando diverse idee interessanti di strappo del découpage classico di narrazione, cosa che senza dubbio giustificò la nomination per la regia, era comunque un solido film inchiesta narrativissimo…

La sceneggiatura di Erin Brockovich è il massimo dell’antirealismo, nonostante le pretese…
è la sceneggiatura di un film, seppur basato su fatto reale… un film che piega molto di quel fatto reale alle esigenze di presentabilità drammaturgica:

  • l’happy end di Erin Brockovich è plateale e perfino “trionfale”;
  • i fatti presentati sono lineari e “franchi”, privi di complicatezze e di fraintendimenti;
  • la love story con Aaron Eckhardt, pur finita male nella vita reale, è vista in sceneggiatura come, bene o male, effettiva…

Soderbergh illustra questa sceneggiatura sì con un buon gusto strambo nel montaggio, ma senza mai mettere a rischio la visibilità e la comprensione dei fatti, che faceva rimanere, appunto, lineari e franchi anche a livello visivo… solo l’emozione e i sentimenti (la rabbia dei personaggi malati di cancro che subiscono perdite personali a causa del ritardo della class action) aprono a sovrapposizioni di frame meno lisci e consequenziali, ma, per il resto, la macchina a mano sballottante di Soderbergh sembra sempre dirci che «quel che inquadra, succede» e che quindi, in atto, a livello visivo, non c’è una finzione, ma un real time di racconto… un racconto comunque *finto* visto che ha l’happy end trionfale ed è privo di tempi morti

Soderbergh, in Erin Brockovich ha fatto proprio uno spettacolo classico in termini “aristotelici”, o “tespiani”, da Tespi, il mitico primo attore che si staccò dal coro danzante apposta per fingere di essere qualcun altro, sicuro che in quella finzione il pubblico potesse specchiarsi catarticamente e comprendere, nel simbolo/simulacro della vicenda agita “per finta”, ciò che gli stava avvenendo realmente a livello psicologico così da poterlo elaborare meglio in termini di “personalità” e di “miglioramento” inconscio (e Tespi faceva questo nella Grecia Antica mentre altre popolazioni, nel resto del mondo, facevano cose simili con i rituali religiosi agiti da sciamani o altri Riti di passaggio in cui si muovevano, bene o male, gli stessi simboli e gli stessi simulacri che mosse Tespi, persona che, per altro, come Omero, non è mai esistita: è solo un nome per designare un fatto… naturalmente questo che sto dicendo io è una sciocchezza rispetto a tutto ciò che c’è dietro e che gli interessati possono leggere nel classicone I riti di passaggio di Arnold van Gennep dal quale, certamente, desumere altri testi molto più aggiornati, essendo quel libro certo fondamentale ma comunque scritto nel 1909)

In Dark Waters, Todd Haynes è alle prese con una sceneggiatura che, al contrario, è il massimo del realismo
Basata su articoli di giornale documentatissimi, è la sceneggiatura quasi di un documentario, che non piega per niente i fatti alla loro raccontabilità: i fatti sono quelli, e sono presentati in maniera nuda e cruda senza mediazione:

  • l’happy end è negato;
  • la love story vacilla;
  • i tempi morti sono all’ordine del giorno;
  • la dimensione non è “localistica” (come, bene o male, è quella presentata in Erin Brockovich) ma è “mondiale”, continuativa nel tempo e contrappuntata di dati e dettagli cronachistici;
  • i fatti presentati sono tutti da dimostrare in tribunale e quindi “sfuggono” alla verità lineare…

ma in tutto questo realismo, Haynes, in modo assai sorprendente, a livello visivo non agisce affatto come Soderbergh e come Tespi…

Le immagini di Haynes per Dark Waters fanno di tutto per suggerire la loro costruzione, la loro fintezza, la loro obliquità

Nel realismo dei fatti, Haynes trova l’assurdo dell’esistenza: alla Beckett, o alla Garrone…

Se il fatto è lì ma lo si deve dimostrare in tribunale, e questo comporta anni e anni di chiacchiere e tempi morti, allora il fatto, pur vero, è sfuggente… è un fatto che c’è ma non c’è… è un fatto “ondeggiante”, impalpabile, che sembra *sicuro* ma invece è fallace, che sembra certo ma invece è indeterminato…

un fatto che è quasi come un sogno: sembra vero ma poi non lo è… perché su e durante quel fatto accadono cose assurde

E assurdo non è lo stesso avere a che fare con fatti che sono davanti ai nostri occhi ma che abbisognano di dimostrazione?
come si dimostra che 2+2 fa 4?
c’è da tirare fuori la matematica, la logica, i sillogismi, la fisica, la termodinamica e la meccanica quantistica…
ma non sono proprio queste scienze che ci dimostrano che tutto quello che vediamo è un’illusione e che la realtà newtoniano-galileiana crolla a livello subatomico tra fantasmi e ombre? [Prince of Darkness di Carpenter, c’è anche il video, e il mio post]

E il Dr. Manhattan di Watchmen (di Alan Moore & Dave Gibbons, 1986-’87) ci dice che certe cose accadono in così breve tempo che manco, spesso, si può dire che siano davvero accadute… l’Ununoctio, e cioè l’Oganesson, l’elemento con numero atomico 118, è esistito o no? Quella frazione di secondo in cui si è palesato davanti ai sensori nucleari basta a renderlo vero?

e se i fatti non esistono, allora dove viviamo?
la realtà e i tempi morti che tutti agiamo durante le nostre esistenze cosa sono?
sono forse un sogno subatomico? fantasmi e ombre di allucinazione entropica?

Haynes la pensa così: e allora inquadra il suo film iperrealistico come se fosse un horror soprannaturale

quello che accade è deviato, slabbrato, e ripreso da una macchina da presa consapevole della sua fallacia, oppure impegnata a farci intendere ciò che avviene come incerto, sfumato, insicuro…

Le mucche pazze, le ragazzine fantasmatiche e i cani alienati che si inquadrano, soprattutto nella prima parte, sembrano usciti da un film di Carpenter o Bava…

Non solo: quasi mai Haynes, con il suo dop abituale Ed Lachman, piazza la macchina dove è facile e dove l’immagine si vede… la piazza spesso là dove c’è qualcosa in mezzo, tipo vetri, tende o intralci vari… e quella immagine la sporca con fuori fuoco, salti di montaggio, scatti di ripresa, deformazioni d’obbiettivo…

L’immagine-film che vediamo, e che riprende fatti reali ma sfuggenti, è essa stessa reale e sfuggente…
è la ripresa o di un narratario fin troppo consapevole di riprendere (che fa apposta a torbidare il visivo) o è la ripresa di quel sogno dei fatti che il film illustra…
è la ripresa di quella realtà magmatico-fluido-incerto-subatomica che potrebbe non esistere…

Che tutto il film, e che tutta la sua presentazione di documenti, possa essere solo e soltanto l’immaginazione espressionista della mente di Mark Ruffalo, allucinato dalla mission di scoprire una verità che sa esserci ma che si nega davanti a lui frustrandolo, è un’ipotesi più che affascinante…

e tutto ciò ben esprime quell’astio e quella insoddisfazione che tutti quanti si ha, di quando in quando, in relazione alla vita stessa, quando organizzata in un contratto sociale così sbilanciato e artificiale come quello che viviamo ogni giorno…

La multinazionale che sovrintende e attende a ogni singolo aspetto della vita, dalla nascita all’istruzione all’alimentazione al lavoro, in modalità del tutto al di là di qualsiasi organismo statale, in un liberismo privatistico, del tutto “guadagnante”, è un’ente possibile?

E tutte le persone, cioè tutto il mondo occidentale-capitalistico, soggette a questo contratto finanziario più che sociale con la multinazionale, vivono forse un’esistenza logica o sono immerse in un un magma fluido-subatomico-espressionista-onirico-irrealista, fatto di paure, atrocità, e svarionate pazzoidi come quelle che ci fa vedere Haynes nei suoi frame?

metterci nelle mani di aziende private, come si fa ogni volta, è un atteggiamento logico? o è irrazionale?
e farlo comporta un vita normale o, forse, una vita nella paura? la paura di esistere sotto controlli “guadagnanti” invece che “esistenti” (vedi la sanità, l’istruzione, la difesa: cose che, nel sistema finanziario di vita sotto il giogo della multinazionale, si frantumano in aspetti più spaventosi che rassicuranti, in fattori più schiavizzanti che dovuti per diritto)…

in tutto questo l’unica difesa è il titanismo di Ruffalo che, da solo, e con la consapevolezza di non venirne a capo mai, affronta l’assurdo con le armi di una legalità ugualmente elefantiaca di sillogismi fantasmosi-subatomici?

magari sì

e a noi italiani tutto ciò in qualche modo ci fa riflettere su realtà appunto assurde, su aporie, come quella dell’Ilva a Taranto…

Siccome parla di tutto questo, Dark Waters è un film affascinante, che, al di là delle speculazioni, regala interpretazioni magistrali (non solo Ruffalo, ma anche Anne Hathaway, Tim Robbins e Victor Garber) e una fattura cinematografica sopraffina, ma ha il rovescio della medaglia di essere limaccioso, con una parte centrale infinita, e una gestione del ritmo inesistente…
cose che non sono difetti, ma sono precise intenzioni di configurazione, di rappresentazione, ma che, purtroppo, potrebbero affliggere comunque uno spettatore che va aspettandosi di vedere la linearità di Erin Brockovich o Spotlight

Ma questo è proprio il conflitto tra storia e discorso, tra film facile e film non facile, tra cinema teorico e cinema narrativo, tra lavoro di unione tra forma e drammaturgia, e lavoro di sopraffino ma generico e uguale a mille altri racconto…

Dark Waters è un film che polarizza questi conflitti tra “perfettisti” e “artistoidi”, tra “bel film costruito” e “bel film pensato”, tra mente ed essere, tra corpo e spirito…

un conflitto in cui io esco a ossa rotte dimidiato: preferisco Dark Waters a Erin Brockovich e Spotlight, anche se sono uscito da Dark Waters con le palle frullate…

…ma ogni tanto (come magari in Song to song), le palle è bene romperle per “liberarle” un pochino da quella prigione della rappresentazione paragonabile alla prigione dell’esistenza sotto il giogo di un’azienda denunciata ancora da Alan Moore in V for Vendetta

è senza dubbio gustoso notare che nella polarizzazione tra Dark Waters da una parte ed Erin Brokovich e Spotlight dall’altra esiste una particolare via di mezzo tutta da esplorare: Promise Land di Gus Van Sant (2012)…
apertissimo all’onirico più strange, ma anche ancorato a un tipo di racconto quasi più “convenzionale” di quello di Erin Brockovich e forse più “inconcludente”…

Haynes è il regista di Velvet Goldmine

9 risposte a "Dark Waters"

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      1. Secondo me Haynes va molto più in là di Soderbergh in questo film: non solo a livello di gender “shift” ma affrontando proprio temi cinematografici molto seri che Soderbergh manco concepì, pur in prodotto godibilissimo…
        Ma io sono fin troppo indifferente verso certe tematiche di “gender”… io sono di quelli che, con Tom Mankiewicz, pensa che certe “funzioni” siano al di là di qualsiasi “genere”…
        L’«oggetto del desiderio», spesso, è stata la donna, ma, nel cinema, quello che è stato più «oggetto del desiderio», in termini di film fatti, è stato Robert Redford, che si è mosso sempre e quasi soltanto se era il “bellone” conteso tra diverse donne, un ruolo del tutto congruente con quello che, tradizionalmente, in letteratura ha avuto la donna…
        In «The Way We Were», la persona debolina, sempre bisognosa di sicurezza e oscillante nei gusti e nei comportamenti, caratteristiche che, tradizionalmente i pregiudizi attribuiscono alle donne, è Robert Redford, mentre Barbra Streisand è del tutto “tradizionalmente maschile”…
        Tutto questo per dire che io discerno molto male ciò che, per altri, costituisce distinzione molto evidente tra uomini e donne…

  1. Bella recensione! Interessanti i riferimenti che fai, e quando nomini Carpenter non posso non essere intrigato… Sabato prossimo dovrei avere un bonus cinema, vediamo se riesco ad andare a vedere questo o altro (certo, la parte delle palle frullate non mi attira particolarmente…)!

  2. Mi è nato il dubbio su un romanzo che avevo letto anni fa e che aveva lo stesso titolo. Ma non è un libro da cui è tratto un film, almeno credevo. Ora mi è venuto il dubbio e devo andare a cercare tra le montagne dei libri…sennò non ci dormo più 😆

    1. A me risultano:
      1) «Cattive acque» di Martin Amis, tradotto da Massimo Bocchiola, Torino, Einaudi, 2000: una raccolta di racconti, che in inglese si intitola «Heavy Water»…
      2) «Cattive acque. Storia della Valle del Sacco» di Carlo Ruggiero, Roma, Round Robin, 2014: un saggio su un fiume inquinatissimo…

      1. Scusa era il romanzo “Acque Morte” di Somerset Maugham. Credo che non ci abbiano mai fatto un film. È un libro che lessi tempo fa, mi aveva preso per una certa atmosfera oscura di rari luoghi esotici. Ma non è quello del film 😆

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