1917

“Inquadro” meglio questo film se illustro alcuni pregressi sulla Prima Guerra Mondiale e il piano sequenza su cui mi sono trovato a plasmarmi

per esempio:

  1. SULLA PRIMA GUERRA MONDIALE
    • più che tanti libri “storici”, la tragedia della Prima Guerra Mondiale io l’ho vissuta più che altro con gli War Poets britannici, soprattutto con Siegfried Sassoon e Wilfred Owen…
      • Sulle poesie di Owen si basa il War Requiem di Britten (1962), per me indispensabile…
      • Sul rapporto tra Owen e Sassoon lessi Regeneration di Pat Barker (1991), nella traduzione di Norman Gobetti per Il Melangolo di Genova (1997)
    • ma è ovvio che su di me hanno avuto molto importanza i film: sia Paths of Glory di Kubrick (1957), naturalmente, sia Torneranno i prati di Ermanno Olmi (2014)
  2. SUL PIANO SEQUENZA
    • Io sopporto meno i piani sequenza teatrali, anche se so bene che il piano sequenza è nato come “teatrale” con Luchino Visconti e La terra trema nel 1948…
      Visconti aveva attori non professionisti e un’idea di cinema come palcoscenico (lo diceva sempre anche il suo costumista Piero Tosi: per Visconti il set era il teatro), perciò allestì l’azione teatrale e la guardò con una ripresa continua in modo da fare un buona la prima agevolante i figuranti…
      Questo sistema ha avuto le sue ramificazioni “degeneri” e le sue ramificazioni “vivide”
      • derivazione degenere è il long take di puro servizio e di “risparmio” di tempo e visione presente in molte pubblicità e fiction… le sciocchezze televisive di Renato De Maria (Distretto di polizia, 2000) o la ciofecata Grandi domani di Vincenzo Terracciano (2005) erano tutte fatte con long takes di servizio all’attore poco accorto (Grandi domani era popolato da poveri dilettanti allo sbaraglio scelti solo per gli addominali scolpiti) con la logica del buona la prima, e questo sistema “poveraccista” si è usato, da allora, in tutte le fiction Mediaset di shooters come Alexis Sweet, Monica Vullo o Eros Puglielli…
        • derivazione degenere è il long take di illustrazione del niente che ci ammorba oggi: i long takes di Iñárritu e di Chazelle, che, come i precedenti, si possono considerare one take di salvadanaio più che long takes
      • derivazione “vivida” è il long take di Kenneth Branagh…
        Sì, anch’esso, di idea teatrale, ma percorrente un palcoscenico molto più vasto di quello concepito da Visconti, un palcoscenico molto vicino al cinema, perché Branagh, nella sua funzione scopica di regista inquadra appunto come regista e non come spettatore: il suo è lo sguardo di chi agisce (=dirige) e non di chi sta seduto a immergersi nelle immagini in modo passivo…
        Branagh, col suo piano sequenza, non ci fa mai vedere quel che vogliamo, ma ci stimola, ci gigantizza le possibilità del vedere, con contesti e sfumature che si insinuano nella scena stessa: la sequenza in long take, per Branagh, ha un profilmico teatrale che trascende in cinematografico proprio in quanto inquadrato in long take da un regista attivo, che trasforma quel profilmico teatrale proprio mentre lo inquadra, e lo trasforma con un tipo di visione enhanced, allargando spettro di visione e possibilità semantica di ciò che è inquadrato…
        Durante il Strike Up, Pipers di Much Ado About Nothing (1993), il palcoscenico di Branagh è sia coreografia sia personaggio, sia movimento sia sguardo, che si allarga, a mille, prima a includere l’intero profilmico (la villa) poi il Chianti, dicendo che Shakespeare e il Teatro sono la geografia stessa, la terra stessa, la vita stessa…
        Un uso del long take che va ben al di là del semplice virtuosismo di La La Land, di Birdman e Revenant, la cui pretese di immersività rimangono solo preteste…
    • Io sopporto di più i piani sequenza totalmente filmici, designanti tensioni non riferibili in altri modi… i piani sequenza di Fassbinder, per esempio, o di Dreyer, o il meraviglioso funerale di Soy Cuba, per non parlare, naturalmente, dei piani sequenza di Professione: reporter (quello famoso finale e quello, forse ancor più “importante” [in quanto travalica spazio e tempo], all’inizio) o quelli di Brian De Palma (Snake Eyes e The Bonfire of Vanities) e Cuarón (Children of Men e Gravity, prima che rimbecillisse con Roma): roba in cui la macchina non è che guarda un palcoscenico profilmico su cui avvengono più o meno azioni, è la macchina stessa che con la sua presenza determina, crea o addirittura nasconde l’azione… [sulla questione vedi anche le considerazioni sulla Giornata particolare]

Naturalmente, si sa, qualsiasi long take davvero lungo è finto: un po’ perché, ai tempi della pellicola un rullo conteneva (più o meno) non più di 8 minuti di pellicola, un po’ perché esiste la termodinamica…
Oggi, certo, col digitale è più facile fare certe cose…
Quando Hitchcock fece un film intero in long take (Rope, nel 1948) dovette penare molto…
Quando Aleksándr Sokúrov fece altrettanto, 54 anni dopo (Rússkij Kovčég, 2002), le cose furono sì complesse, ma ben diverse a livello di gestione della ripresa…

Date queste premesse io dico che 1917 tratta abbastanza bene la poetica antibellica, ma cade in diversi cliché, tra cui il ritrovamento della solita vergine madre, biondissima e bellissima, tra le macerie nemiche, pronta ad aiutare il protagonista (quando in Cold Mountain, il fuggiasco Jude Law trova la vergine madre durante la Guerra di Secessione americana, quella vergine madre è addirittura Natalie Portman: davvero verosimile)…
E per dare spazio a questi cliché e alla pura azione magari si dimentica certi contesti più riflessivi, che si ritrovano meglio in Kubrick, in Olmi e in Owen…

È carina la rivelazione finale di Erlebnis familiare del protagonista, che rende 1917 una sorta di omaggio al passato del regista… E certo, la missione di 1917 è assai più stringente di quella “peregrinante” di Saving Private Ryan

però, un po’ di già visto lo si avverte, senza che sia bilanciato con una adeguata presa di coscienza nichilista alla Strange Meeting, per esempio…

Dal punto di vista filmico, certo, 1917 è un film che desta meraviglia…
Mendes, Deakins, Gassner, Thomas Newman e Lee Smith hanno ottenuto un long take quasi alla Branagh, pieno di tensione, di forza diegetica e di suggestione visiva mastodontica: il villaggio in fiamme, le rovine crepuscolari, le trincee orripilanti, la distruzione annullante come i prati in fiore e i boschi odorosi hanno tutti un impatto oculare splendido…

Certo, anche in questa bellezza alcuni cliché ci sono: la caduta nel fiume feliciona, per esempio, nonostante le cascate, e le strombazzate di ottoni innodistiche musicali a commentare le corse, pompanti ma molto a buon mercato…

Per cui, che dire:
un film bello, meglio di roba come Dunkirk (per il bellicismo, in Nolan molto tronfio) o Birdman (che ha un long take molto più idiota di questo di 1917), e nutriente per il pubblico salviniano e guerresco odierno…
…ma se rapportato ad altri paradigmi sulla Prima Guerra Mondiale, o ad altri paradigmi più “alti” di long take (Fassbinder, Dreyer ecc.), sì, risulta comunque molto bello, ma molto “rivisto”…

Parlano poco, ma il doppiaggio di Rodolfo Bianchi, seppur ci regali voci di lusso (ottime le caratterizzazioni di Simone D’Andrea per Scott, Luca Biagini per Firth e Niseem Onorato per Cumberbatch), soffre anch’esso di certi cliché (un Prando un po’ “tromboneggiante” su Strong) e di molto annullamento dei diversi dialetti: ma questo si sa che è così…

13 risposte a "1917"

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  1. Ancora oggi se piazzi un filmone epico di guerra, qualche candidatura agli Oscar è quasi automatica. Ma in sostanza, è ancora possibile essere innovativi o addirittura originali su un film di questo tipo?

    1. Il lavoro fatto è splendido eh, e il piano sequenza meraviglioso, davvero “immersivo” nella tremenda atmosfera bellica… ma in effetti, sono cose che si sanno già…
      oppure non si sanno, dato che stiamo vivendo in un ricorso storco di ignoranza…
      …perciò, magari, questo «1917» risulterà “rivisto” a noi altri che qualcosa abbiamo visto, ma potrebbe essere vitale per qualcun altro, magari giovane, che ancora non ha visto nulla… un «1917» “propedeutico” più che “originale” (dicendo anche che, si sa, l’originalità è un concetto astratto del tutto inesistente)

  2. Lo voglio vedere. Forse ci andrò domani, non ne sono certo. Comunque almeno tu hai fatto un’analisi interessante di tutta la questione ch eè stata tirata in ballo con 1917. Ho letto certi giornalisti scrivere cose assurde e poco professionali, cosa che mi ha abbastanza deluso. Fortunatamente non sono tutti così.

    1. Io sono costretto a dire che Sam Mendes, a me, non lascia quasi mai “contento” al 100%…
      Sì, i suoi film sono carini («American Beauty» mi fece ribrezzo; «Road To Perdition» mi lasciò freddo; «Jarhead» era interessante e una buona premessa visiva a «1917»; «Revolutionary Road», sì, carino, ma boh; «Away We Go» simpatico, ma poco ficcante; «Skyfall» discreto ma non troppo; «Spectre» piacevole ma non di più) ma, tirando le somme, alla fine “dicono” ma non troppo…
      Questo «1917» è bello di fattura cinematografica, proprio tanto, ma a livello di scrittura siamo ancora lì: al “bene ma non benissimo”…

      1. Io sono uno di quelli che non ha mai capito perché American Beauty sia così apprezzato. Mi ha lasciato… vuoto. Ed è orribile quando un film non ti dice niente.

      2. Mamma mia: nel 1999 «American Beauty» aveva innescato quasi un “fanatismo”: se dicevi che non ti piaceva eri tacciato di insensibilità e di iniquità…
        Io, ancora oggi, non riesco a guardarlo: lo trovo un concentrato di banalità, e anche io ci avverto un “vuoto pneumatico” interno…

      3. In realtà anche adesso c’è chi è pronto a difendere a spada tratta quel film. Però ne trovo tanti altri che non capiscono cosa ci sia di bello. Tecnicamente è fatto bene, la forma è ottima ma la sostanza…ecco manca la sostanza. E per me un grande film deve avere sia forma che sostanza ben resi.

      4. Sono d’accordo!
        Pur ammettendo che, in teoria, «forma è sostanza», io non riesco mai ad apprezzare chi è tutta forma e zero sostanza sperando di adagiarsi proprio sulla teoria e uscendosene: «sì, c’è poca sostanza ma tanta forma e allora va bene perché la forma è sostanza!»…
        Per me, ancora, tanta forma e poca sostanza equivale a «tanto fumo e poco arrosto»…

  3. A me ha fatto un effetto proprio strano.
    Questo long take unico, con uno sguardo ravvicinato e quasi sulle spalle dei protagonisti, mi ha ricordato tantissimo la classica telecamera dei videogame in terza persona. La sparatoria contro il cecchino in particolare mi ha dato i flash da PTD delle mie disastrose esperienze su PUBG (nelle quali in realtà facevo io la fine del cecchino scarsissimo)… Ma un po’ tutto, compresi i movimenti per allargare il campo e restringerlo, per presentare gli ambienti e stagliarci contro le silhouette dei personaggi di spalle, mi sono sembrati già visti in tantissimi videogiochi… questo per dire che nella sua ricerca dell’immersività, questo espediente è finito per farmi l’effetto opposto: mi ha distratto tantissimo. Sono stato sicuramente più attratto dai movimenti della macchina che da quello che avveniva in campo, a parte alcuni ovvi momenti che come dici tu sono visivamente folgoranti. Il tutto mi è sembrato comunque artefatto, ad esempio non mi è stato possibile non vedere la trincea come un set, con ogni comparsa indaffaratissima. Il film presenta tutto un mondo, umano ma anche naturale, che entra ed esce dal campo, invitante di spunti e distrazioni, senza che ci sia la possibilità di inseguirlo, scoprirlo, e mi è parso alla fin fine di aver più che altro aleggiato sulle umane miserie che di avervi compartecipato.
    E’ una sensazione strana, ma evidente ad esempio quando la camera si posa e diventa fissa nei momenti più di pathos: mentre li osservavo in realtà ero in ansia più per quella fissità, a chiedermi quando si sarebbe rianimata, ad aspettare un segnale che dicesse ok, questa pausa è finita, dove andiamo adesso? E da dove mi farai passare?

    1. Che tutto il “costruito” della scenografia faccia l’effetto del «fatto apposta in studio» te lo “quoto” a mille!
      Potrebbe essere, a livello teorico, un fatto ambivalente tra il “subilime” e il “difetto bello grosso”: è un *cinema* molto entrante e invadente… agli estetici cinemistici potrebbe piacere, i cinemistici più concreti e con meno “fronzoli” possono certamente storcere il naso («troppo “mezzo” e poco “messaggio”, e quindi troppa confidenza che il “mezzo sia il messaggio”»)…

    1. Occhio che la critica fatta nei commenti che «troppo “cinema” stroppia e rende tutto un po’ fintino e inutilino» vale parecchio eh!
      Poi ci dici!

      1. Vedo se ci riesco, che giusto ora sono in fila dal dottore per una febbre che non se ne va da giorni… :–(

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