Hammamet

Si può certamente trovare atroce la piaggeria della dichiarazione dei titoli finali «ogni riferimento a persone reali, eccettuata la figura del Presidente, è da ritenersi casuale»…
Beh, chiamare Craxi «Presidente», addirittura con la maiuscola, lui che “presidente” è stato davvero di poche cose, potrebbe certamente fare incavolare…

…a me, invece, certe cose fanno ridere: sono poveracci quelli che idolatrano chi che sia, che “baciano le mani” e che si inginocchiano davanti ai totem come se la loro esistenza dipendesse da quell’inginocchiarsi… io li vedo inginocchiarsi e non li compatisco né capisco, semplicemente rido di loro (o quanto sono merda???)

Tale piaggeria si spiega molto facilmente col fatto che Hammamet è prodotto dal mitologico Agostino Saccà, quello che telefonava a Berlusconi rassicurandolo, con mille salamelecchi e leccate di culo (altro che inginocchiamenti ai totem), che RaiFiction era, e sotto la direzione di Saccà sarebbe rimasta, succursale berlusconiana dove dare lavoro a qualsiasi puttanella di turno (certe cose vengono magnificamente prese in giro in Loro 2)… e si sa che Craxi e Berlusconi sono uno la continuazione dell’altro, sia in termini di metodi che di ideologie…

Tale personalità a produrre, e la conduzione anodina del regista Gianni Amelio, hanno súbito etichettato il film come glorificazione della narrazione del Craxi auto-esiliato, poverino, che non se lo meritava e altre cacchiate (palesi falsi storici)…

Io sono andato a vedere Hammamet con questi pregiudizi, convinto di vedere questa odiosa glorificazione del ladro scambiato per profeta (in tempi dove, proprio nella blogosfera, leggo elogi perfino di Francesco Cossiga, e in un oggi dove più rubi e più sequestri la gente di colore sulle navi e più sei considerato un super)… e vedendo il nome di Saccà ho davvero temuto il peggio…

Hammamet, in effetti, non condanna… …fa capire la condanna… ma forse non abbastanza…

cerco di spiegarmi…

La presa di posizione «Craxi era una merda» non c’è… ma c’è una leeeeeeenta e discola narrazione, sibillina e dispettosa, che alla fine conclude sì che Craxi era una merda, alla fine della vita un folle disperato circondato (come si era circondato da sempre) da poveri scimuniti che lo adorano (i suoi figli, il nipote, le amanti: educati apposta all’idolatria del marito, amasio, marito e nonno, e incapaci di fare qualsiasi altra cosa se non avere cura di quel colosso che credono di avere in casa), ma ci si arriva con una gradualità “glaciale” e “oggettiva” che è molto facile far coincidere con l’assoluzione (perché, in termini dicotomici, dove c’è A e B, *non dire* A equivale sempre nel *dire* B, anche se la lettera B non la si pronuncia mai: è una cosa che si dovrebbe tenere a mente quando si narra solo per sistemi binari, forse troppo influenzati dai computer)…

Il problema morale e politico è che questa lenta narrazione la fa la macchina da presa, cosa che fa di Hammamet, nonostante tutto, un gran bel pezzo di cinema, e bello grosso…

La macchina sembra sempre attaccata al personaggio, sembra un narratore classico, che non prende posizione, ma invece, quando meno te lo aspetti, CRACK!, la macchina posizione la prende eccome!

  1. La prende concentrandosi spesso sul campo e meno sul controcampo, per esempio
  2. La prende *facendo finta* di accarezzare il personaggio per ELUDERE un particolare…
  3. La prende *facendo finta* che i suoi movimenti siano innocenti dimostrazioni di servizio a un occhio guardante “comodo” invece che uno strumento di un furbacchionissimo narratore onnisciente che ti frega come vuole, facendoti vedere solo quello che vuole farti vedere lui!

La macchina da presa è una macchina di carrelli all’indietro e di movimenti fluidi, semplici quanto, spesso, inconcludenti, che accontentano l’occhio solo apparentemente, perché, se guardati bene, brillano più per assenza di informazioni che per diegesi…
La macchina entra nelle stanze, ogni tanto anche con timidezza (quasi come a dire «ma io che ci faccio qui?»), sbircia dalle pareti come se lei “non sapesse niente”, ma spesso si ferma improvvisamente davanti a qualcosa, forse un ostacolo, o forse un volontario accidente del narratore che NON TI VUOLE FAR VEDERE…
E infatti, subito dopo, dopo uno stacco bello grosso, l’azione si è spostata, e siamo da un’altra parte: quel fermarsi della macchina era un distrarti per ingannarti, per raggirarti…
Tutto questo è evidente nella scena in cui Fausto scompare: la macchina inquadra, apparentemente timida e innocente, i motociclisti, con un bel movimento placido e calmo, un movimento di una macchina che si distrae, una macchina che non sa, una macchina che non è complice ma solo spettatore… ma dopo che i motociclisti sono scomparsi all’orizzonte, la macchina, bella calma, ritorna su Craxi e “scopre”, quasi cadendo con noi dal pero, che Fausto è sparito…
Il concentrarsi sui motociclisti *sembrava* innocente, ma innocente non era per nulla: era un raggiro, era fumo negli occhi, un diversivo!

Un diversivo dispettoso e discolo, che aumenta quando Fausto attacca a fare le riprese con la telecamerina, sancendo sensi e smentite del tutto visivi alle fumisterie dei monologhi di Craxi, palesati in questo modo come bugie…

Ma Amelio sarà senza dubbio tacciato di “assoluzione del mostro” proprio perché non rende inequivocabilmente follia le comunque folli dichiarazioni di Craxi…
Il Craxi di Amelio dice che una politica coincidente col rubare era palese e la praticavano tutti, anzi, che la politica era così per necessità, perché senza quel sistema l’Italia non funzionava: e il Craxi di Amelio ne è convinto…
…e la macchina discola e sibillina di Amelio lo smentisce con il visivo, certo, ma non sottolinea questa smentita troppo…
anche la smentita visiva è “discola” e “sibillina” come qualsiasi altra cosa trattata dalla macchina da presa…

Alcune dichiarazioni del Craxi diegetico, certo, lo smentiscono (Favino dice a Carpentieri «se mi vogliono processare mi devono pagare», palesando quanto Craxi abbia fatto tutto solo quando era a libro paga, con buona pace della nobiltà della politica che tanto pontificava; quando è convinto che ci siano fotografi per vedere la sua gamba malata ma invece non c’è nessuno è ben detto che il Favino/Craxi ormai «è andato»; e il monologo del sogno, in cui Favino si autocelebra per essere stato l’unico a difendere uno status quo di malaffare ritenuto, nel suo cervello bacato, indispensabile per far andare avanti il sistema-Italia, è palesemente una cosa pazzoide), e lo smentisce anche l’onirismo finale (in cui Favino si rende conto di meritare la presa in giro del simil-Bagaglino di Olcese e Margiotta), ma lo smentiscono tardi, dopo 2h di film che è una mattonata di lentezza anodina, in cui effettivamente si capisce che questo Craxi è un demente solo attaccandosi all’occhio e alla macchina da presa, la quale produce un SOTTOTESTO, da scovare tirandolo fuori con le unghie e con i denti e che quindi rimarrà aleatorio
Si può quindi sì accusare Amelio di non aver fatto granché…

O di aver fatto qualcosa solo nel finale, in cui la macchina da presa discola si palesa essere discola come Craxi stesso, dipinto come un monello diavolesco che ride di essere merda proprio mentre ha i ginocchi sui ceci, di cui noi pubblico abbiamo visto le malefatte, cioè rompere i vetri di Brera, nella prima scena, in un Ringkomposition che dovrebbe essere semico:
tutto il film è una ripresa discola di un discolo…
ma basta davvero?
Amelio ha davvero fatto di tutto per farci passare questo messaggio qui?

Forse sì…
perché c’è un altro elemento, anzi due:

  • un Fausto andato fuori di cervello dà ad Anita il microfilm (come mai italiani e americani aspettino sempre un MacGuffin di microfilm, dove vengono svelati i segreti, è mistero: anche perché di Craxi si sa effettivamente già tutto) mentre si congratula con lei di aver reso suo padre un martire apposta per non farlo passare per ladro (quale era)
  • Anita prende il microfilm della verità e scende dalle scale… la macchina, dispettosa, sembra seguirla giù per le scale, ma si ferma… e inquadra la vetrata dell’ospedale, che è uguale alle vetrate di Brera che il Craxi piccolo spaccava… e la vetrata si spacca!

Tutto questo sta a dire che la verità, la verità del microfilm, è solo e soltanto quella che Craxi è sempre stato ladro e che noi lo vediamo martire solo perché si è martirizzato?
E che Craxi è sempre stato quel discolo monello cattivo e che ha sguazzato nella politica dei ladri perché ci stava proprio “di casa”, e ha lottato apposta per mantenere il suo ambiente politico monello, discolo e ladro come lui…?

Ci sta…

o, almeno, il SOTTOTESTO dice questo…
e il SOTTOTESTO è abbastanza in due ore di film macignoso di noia?

forse no…

o forse sì…

boh…

Naturalmente, tutti gli elogi con cui verrà incensato Favino se li merita tutti…

Per documentarsi di quanto Craxi fosse mefitico per l’Italia, a livello proprio storico, non per sentito dire politico, leggersi i saggi sulla storia d’Italia di Paul Ginsborg o Enrico Deaglio: lì c’è tutto di quanto Craxi, Andreotti e Forlani (un ufficioso triumvirato chiamato dagli storici «CAF») si spartissero l’Italia e le tangenti a solo scopo di mantenere il «potere» per il gusto del «potere»

Un aneddoto strambo…
negli anni ’80-’90 Claudio Bonivento e Michele Placido ebbero difficoltà a fare un film su Renato Vallanzasca… il loro progetto venne accantonato per il pericolo di glorificazione della bestia che il film avrebbe potuto avere…
Placido riuscì a portare sullo schermo la storia di Vallanzasca solo nel 2010, con Kim Rossi Stuart…
alcuni dissero che Placido aveva senza pietà rubato il progetto a Bonivento…

Durante la promozione televisiva di Vallanzasca, Placido andò dalla Dandini a dire che in Italia era impossibile fare un film su Craxi, perché il soggetto era ancora scomodo…

Oggi, quasi 10 anni dopo, il film su Craxi lo fa Gianni Amelio…

Placido è stato, anch’egli, “derubato” del soggetto, e chi la fa l’aspetti?

Forse…

Ultima nota: molto bello l’unico brano musicale composto per il film da Nicola Piovani… davvero di classe!

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