A Rainy Day in New York

Tutti sappiamo la storia:
Allen gira il film all’interno del suo relativamente neonato accordo con Amazon, e Andrea Occhipinti contratta con Amazon la distribuzione italiana con la sua Lucky Red, com’era avvenuto per Wonder Wheel
Poi scatta lo scandalo Weinstein e il movimento MeToo, le cui conseguenze si sono già in parte viste in Polanski
Il MeToo rinfaccia ad Allen un processo da lui subito nel 1992-1993…
Allen si stava separando da Mia Farrow e, durante la causa di divorzio, Farrow disse che Allen aveva violentato la loro figlia adottiva Dylan, che all’epoca aveva 7 anni, durante una visita di Allen nella casa di Farrow mentre Farrow non c’era: una visita approvata dal tribunale in vista delle decisioni sulla custodia dei figli (del naturale Satchel e degli adottati Dylan e Moses, quest’ultimo, 14enne, era presente alla visita indagata)…
Le testimonianze furono contraddittorie (il personale di servizio di Farrow disse di aver perso di vista Allen e Dylan per diverso tempo durante la visita incriminata, o, anzi, di aver visto Allen con la testa sulle gambe di Dylan, o, addirittura, di aver visto Dylan senza mutande!; Moses, invece, disse di essere sempre stato presente e che non era successo un cavolo di niente) e il clima del divorzio atroce, con Farrow e Allen a darsele e rinfacciarsele di santa ragione…
Le perizie del tribunale decretarono Dylan fisicamente e psicologicamente “sana”, priva di qualsiasi sintomo biologico e psichico di violenza… e il giudice concluse a coda di pesce: negò ad Allen la custodia dei figli, dicendo che, sebbene non dimostrabili in tribunale o in ambulatorio, Allen aveva coi figli una condotta non adatta ad allevarli…
Durante il MeToo, Dylan, 32enne, ripropose le accuse dicendo di essere stata violentata e che Allen aveva corrotto i medici… Allen dice che Dylan, oggi come allora, è sobillata da una crudele e manipolatrice Mia Farrow…
Molto establishment hollywoodiano ha dato ragione a Dylan e si è buttato contro Allen: gli attori di Rainy Day in New York (tranne, in qualche modo, Jude Law e Cherry Jones, mentre Rebecca Hall ed Elle Fanning hanno cercato di defilarsi dalla questione) hanno disconosciuto il film e Amazon lo ha ritirato dal mercato annullando il contratto con Allen che prevedeva altri film futuri…
Allen fa causa ad Amazon, ma Amazon patteggia per una pena pecuniaria (irrisoria per un colosso commerciale di quella stazza) restituendo ad Allen sì i diritti di A Rainy Day in New York ma lasciandolo completamente solo nella distribuzione…
Forte del suo contratto a parte per la distribuzione italiana, Occhipinti, a distanza di qualche mese dallo scandalo Weinstein e dalle reazioni del cast e del MeToo, programma regolarmente A Rainy Day in New York nelle sale italiane…
Seguendo Occhipinti, molti altri distributori accordatesi con Amazon per le release locali fanno uscire il film… finisce che A Rainy Day in New York è comunque uscito in gran parte d’Europa e del Sud America oltre che in alcune zone dell’Asia…

Tutto questo scandalo per quello che fa parte dei filmetti dell’ultimo Allen…
e definire “l’ultimo Allen” è difficile…
C’è chi fa risalire il ripiegamento creativo proprio a quel 1992 del processo subito, che fu un periodo bello pesantino per Allen: oltre al divorzio difficile e alle accuse di molestie sulla figlia adottiva, Allen vide bene di contribuire ancora di più agli “scandali” cominciando a frequentare una delle figlie di Farrow adottata nel precedente matrimonio di lei (con André Previn): Soon-yi Previn, che aveva 21 anni quando ha cominciato a “concedersi” a un Allen quasi 60enne, o, almeno, così s’è sempre pensato visto che l’effettivo compleanno di Soon-yi Previn rimane un mistero: Farrow e Previn l’hanno adottata in Corea (stava letteralmente morendo di fame a Seoul) nel 1976 e hanno stimato che avesse circa 6 anni ma chissà…
In quel periodo Allen gira Husbands and Wives e Shadows and Fog, che, per alcuni, sono le «ultime cartucce buone», dopo le quali comincia un oggettivo periodo di stanca durato fino al 2005, quando Match Point torna a intercettare il pubblico…
Per altri, invece, il vero Allen finisce con la separazione artistica da Gordon Willis e Mel Bourne (dop e scenografo), nel 1984 (il loro ultimo film è Broadway Danny Rose): già allora, secondo tanti, con Carlo Di Palma e Sven Nykvist alla fotografia, Stuart Wurtzel e Santo Loquasto alla scenografia [e Loquasto fu un paio di volte costumista con Bourne e Willis], Allen cominciò a ripiegare, con un ultimo picco in Crimes and Misdemeanors del 1989… Anche per questi, però, Match Point è una rinascita
C’è anche gente che considera il ripiego di Allen solo a partire dal 1998, quando c’è il distacco artistico da Carlo Di Palma e Sven Nykvist, dalla montatrice Susan E. Morse e dal costumista Jeffrey Kurland, cioè quella che fu la sua seconda squadra dopo Willis e Bourne (l’ultimo film “degno” sarebbe in questo caso Celebrity)… ma anche per questi c’è una rinascita di Allen con Match Point
Dopo Match Point, quindi, qualcosa è successo quasi all’unanimità [e questo decreta un distacco critico pressoché condiviso per i 6 film che Allen gira tra il 1999 e il 2004], e c’è chi apprezza molto i film successivi a Match Point che, per me, sono davvero da considerare «i film dell’ultimo Allen»… alcuni di loro saranno anche carini, ma altri sono scotti… E A Rainy Day in New York, dicevo, è piacevole, ma fa parte proprio degli scotti

Tra i «film dell’ultimo Allen», del dopo Match Point, gli ultimi (Café Society, Wonder Wheel e questo Rainy Day in New York) sono stati girati con Vittorio Storaro…

In Café Society i due si sono “studiati” ma in Wonder Wheel hanno fatto un capolavorino di meta-testo: le luci di Storaro sviluppavano una storia tutta loro, parallela e contingente a quella della meta-teatrale sceneggiatura: una cosa splendida…

In A Rainy Day in New York ritorna un certo stacco tra la chiarezza delle immagini di Storaro e l’inconsistenza un pochino sbarazzina della sceneggiatura…

Rainy Day in New York è leggerino… ricorda quasi To Rome with Love (2012)… è scacciapensieri, e si crogiola nel casuale come Café Society o Everyone Says I Love You (del ’96) o, addirittura, Broadway Danny Rose (che è dell”84)…

Storaro ci butta tutta la sua inventiva:
il cambio di clima dal sole alla pioggia è illustrato con una grazia appassionante…
le scene con le luci del tramonto di taglio soffondono gioia di vivere!
quelle con i personaggi inquadrati attraverso i vetri bagnati luminescenti sono superbe…
il virtuosismo dei punti luce e dell’illuminazione, quasi nebulizzata in migliaia di lampadine che inondano le sontuosissime scene interne (da rimarcare il lavoro di Santo Loquasto, l’unico vero collaboratore che non ha mai smesso di lavorare con Allen: hanno lavorato a 29 film insieme), è da Sindrome di Stendhal…
…ma senza alcun appiglio diegetico, Storaro, da solo, non ce la fa a raccontare la sua storia luminosa parallela come aveva fatto in Wonder Wheel, e perciò finisce, purtroppo, quasi per fare calligrafia, portando a casa un risultato paragonabile a quello di Darius Khondji in Magic in the Moonlight (2014), altra altissima perfezione fotografica a supporto di una storiella da «nonno al camino»…

Tra gli attori nessuno “ci crede” davvero a parte Elle Fanning, impegnatissima a rendere le iperboliche vampate passionali di un personaggio però un po’ mal scritto…
Chalamet è vacuo e generico…
Schreiber, Law e Hall sembrano ottimi professionisti che “se la godono” invece di lavorare davvero…
Selena Gomez è efficace, ma è proprio da un’altra parte…
Fa una bella figura la bellissima Kelly Rohrbach, in neanche 2 minuti di apparizione (cosa che non era riuscita a fare Blake Lively in Café Society)

Passi il tempo (un’oretta e mezzo)
ti strappa due risate
ti godi le immagini
ma alla fine rimani molto com’eri prima…

vedi anche a recensione di Café Society

13 risposte a "A Rainy Day in New York"

Add yours

  1. L’ho perso… gli Allen leggeri sono a volte quelli che preferisco, per cui gli darò comunque una chance in home video (non sono quei film che ti penti se non hai visto al cinema)…
    Quanto all’introduzione: siamo al solito discorso, bisognerebbe scindere il giudizio sulla persona (e a ciò sono deputati i magistrati) e quello sull’autore (che per fortuna possono esprimere tutti, non essendo pesante e -talvolta- definitivo come il primo)…

    1. “Quoto” (come si diceva una volta)…
      Ma occhio al discorso di vederlo Home Video: siamo “esperti” (ironicamente, ovviamente) e quindi cogliamo la fotografia anche in TV o al PC, ma Storaro, sul grande schermo, sfonda anche in questo filmetto!

  2. Sono perfettamente d’accordo con te, filmetto; si guarda perché si lascia guardare, come tutto l’”ultimo Allen”, e per trovarci quei particolari da salvare, come le luci e gli arredamenti, un po’ di romanticismo di recupero sullo sfondo del Central Park e una Elle Fanning convintissima e divertente.
    Ma comunque la marchetta del film di Allen sotto natale ormai è una tradizione rassicurante e mi sarebbe spiaciuto perderla per cause diverse dalla dipartita dell’autore (che a questo punto spero avvenga dopo l’estinzione di internet, per non dovermi incazzare con quei commenti che vorranno appiattire tutta la carriera di Allen su quei punti oscuri personali). Speriamo in bene per la marchetta dell’anno prossimo.

    1. Pare si chiami «Rifkin’s Festival» e sia girato in Spagna (si sa che quando le cose “vanno male”, Allen la butta sul turistico). I soldi sembrano direttamente spagnoli, si vedrà la distribuzione!

  3. Tra i belli dell’ultimo Allen per me c’è senz’altro “Blue Jasmine”. E poi appunto è una marchetta che non fa male… Meglio un filmetto di Allen che tanta altra roba. Certo che, un po’ come Van Morrison, sembra abbia girato un film di 20 ore e ce lo propini a pezzi di 90 minuti. Personaggi di un mondo che (forse) non c’è più e che di sicuro è mai stato il mio (mai avuto parenti ricchi o scrittori o critici d’arte) ma che alla fine sento lo stesso parte di me

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