Parasite

È un film che in effetti stupisce…

La fattura della sceneggiatura è letteraria e teatrale e assomiglia a una pièce bien faite dell’Ottocento: cronometrica, millimetrica, precisa, impostata e studiata…

La resa visiva sorprende perché in un impianto complessivo asettico e asciutto si insinuano guizzi strambi, prima di montaggio (stacchi repentini per dare azione, o prolungamenti di frame anche dopo che l’azione ha abbondato quel frame, in linea con un consolidato “stile orientale” vigente da Ozu in poi), poi di colore, di risoluzione cromatica: alla freddezza piatta ma suggestiva (ricca di gustosi inserti oscuri) della maggior parte delle scene si affiancano rari ma ficcanti “deliri” metropolitani di esplosione colorata abissale, suggestivissima, onirica e pittoricissima (ricorda in quadri di Lévy-Dhurmer o Lesser Ury o Childe Hassam o Jeremy Mann o Leonid Afremov)…
La prima inquadratura e l’ultima dimostrano questa polarizzazione visiva tra grigiore e stracolore: sono identiche, ma la prima è grigia e l’ultima è coloratissima…

Questo modo visivo grigio/colorato illustra benissimo la polarizzazione sociale trattata nella pièce bien faite della sceneggiatura, che riecheggia i temi di Bong visti in Snowpiercer
Bong denuncia che, nella società capitalisticamente sfrenata e sovrapopolata come quella dell’Asia economicamente “occidentalizzata” (o come quella direttamente occidentale),

  1. il lavoro, per averlo, bisogna “rubarlo”
  2. le classi sociali ci sono e ricordano strutture generali simili a quelle dell’Ancien Régime
  3. il contratto sociale è così feroce con i poveri da costringerli a preferire il negarsi, il non essere della vita nascosta che li fa vivere solo di briciole rubacchiate/raccolte qua e là…
  4. il ricco sente di possedere il povero, perché è forte della sua possibilità di pagarlo… come in Fantozzi, il sillogismo «ti dànno lavoro e ti pagano, e nel farlo ti fanno un favore, sono buoni e quindi tu devi essere grato a loro e fare tutto quello che ti chiedono perché ti pagano apposta e senza di loro non avresti affatto denaro» è alla base di qualsiasi rapporto lavorativo…
  5. le effettive capacità e competenze sono vanificate da un sistema burocratico di organizzazione delle conoscenze che tarpa le ali ai poveri: anche se sei un super con photoshop, per esercitare le tue capacità occorre un diploma universitario che non puoi permetterti e lavoro non lo trovi…
  6. i ricchi vivono così tanto nella bambagia (e nella pseudo-istruzione che si sono pagati) da non riuscire a capire effettivamente nulla di ciò che accade a loro e agli altri…
  7. la quantità immensa della popolazione ammassata in grandi città crea mondi ghettizzanti e soluzioni abitative impossibili…

Tutte cose molto nutrienti da dire e sentire e, nella pièce bien faite, sono comunicate con uno estraniane equilibro tra ridancianeria e scioccante tragicità…
E, alla fine, la riflessione si conclude sull’evasione da questo aberrante milieu attraverso un impossibile sogno, insieme speranzoso e consapevole di essere irrealizzabile: un finale quasi alla Terry Gilliam (vedi Don Chisciotte), commoventissimo…

È un film, però, che gemella riflessione e sgradevolezza disturbante, sicuro che questo gemellaggio favorisca il primo elemento: visto che è associata a un sentimento di corteccia elementare (il disgusto primordiale), la riflessione permane nel cervello (nel ricordo associato alla sgradevolezza primordiale) invece di essere rifiutata, come avviene, nel pubblico odierno trumpiano-leghista, quando la si presenta nuda e senza fronzoli…

È un modo che a me non piace granché… sembra una sorta di «Cura Ludovico» al rovescio che surrettiziamente si fa subire ai leghisti: «a te, leghista di merda stracapitalista, adesso ti faccio stare male pur di farti ragionare!»
Ma è anche vero che «a mali estremi…» forse ci vogliono «…estremi rimedi» diegetici come questi di Bong… [e lo dico io che apprezzo invece assai i metodi più blandi di operazioni del tutto opposte, che puntano solo sulla “piacevolezza” invece che sul “fastidio”, vedi Green Book]
E, in ogni caso, la fattura, la coerenza, l’impostazione e l’esecuzione di questo modo sono così sopraffini che non si può che convenire sulla loro prorompente efficacia e qualità…

Alla fin fine, quindi, a me è piaciuto parecchietto…

Molto buono il doppiaggio assai professionale di Silvia Pepitoni…
mi sono rimasti in mente:
il quasi teatrale Dario Oppido sul padre povero…
la sbarazzina ma scura e tranciante Vittoria Bartolomei sulla sorella povera…
una straordinaria Valentina Mari sulla madre ricca, espertissima nella resa delle emozioni (e non è facile: si sta parlando di un mondo lontano dal nostro dove tutto il comparto espressivo è diverso)

manca, naturalmente, la resa della probabile varietà dialettale tra la parlata dei ricchi e quella dei poveri: tutto è allineato al più aulico e sottile italiano, che è buonissimo e ottimerrimo, ma si sente suonare assai letterario, forse poco vivo

Ancora più entusiasta di me è Sam Simon!

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