Marriage Story di Netflix

E come Annihilation torno a parlare di un film NON visto in sala, che, pertanto, non comparirà nel Papiro dell’Agosto 2020…

Ho sentito tanto parlare bene di questo film che comincio a sospettare che tutti gli Osanna che sento sui film di Netflix siano in qualche modo indotti da una sorta di neuroni-specchio…
Il battage social e la campagna stampa sono sempre e solo positive sui prodotti Netflix: sono tutti capolavori…
E lo dicono tutti: critici, festival, rassegne, magazines…
Mah…

L’altro giorno constatavo che, dopo mesi e mesi, ci sono testate social (BestMovie, Movieplayer ecc. ecc.) che ancora discutono sui dettagli miserrimi di Endgame, con conclusioni davvero assurde (quelle del tipo «se l’uomo zanzara avesse girato all’incrocio a destra invece che a sinistra, quella sera al mare quando il fratello dell’uomo rana era ingessato, allora Iron Man si sarebbe salvato!»), per non parlare delle ennesime interviste alle maestranze di Joker con pareri più o meno sensati sull’esegesi del film (l’arredatore che dice «a me Phillips ha detto che Phoenix non era Joker» e con il focus puller che rilancia «a me Phoenix stesso ha detto che il colore del muro nella scena 31 prova che Joker è in continuità con Batman Begins e che Phoenix è Ledger da giovane!»)…
Com’è possibile che una testata di cinema, con in uscita film seri come quelli di Polanski o Allen o Gerwig o con altre nerdate sul piatto come Star Wars, vada sempre a rimestare in filmetti distribuiti praticamente un anno fa?
Su Star Wars, in effetti, la stessa spazzatura non è rara (i titoloni su McDiarmid che odia Abrams, le immancabili presunte scontentezze di Lucas e le impagabili connessioni del suppellettile tenuto in mano 6 secondi da Oscar Isaac con il videogioco di Star Wars uscito nel 1998!), ma, cacchio, Star Wars è appena uscito, Endgame è davvero di un anno fa, porco boja…

La mia risposta è che Marvel, Netflix e Warner Bros., in qualche modo, PAGANO queste testate per tenere alto l’hype
Oppure, ancora peggio, che il mercato è ormai così consustanziale all’essere umano che le testate fanno quegli articoli convinti di NON stare in realtà facendo pubblicità gratuita a film che ancora campano di streaming domestico e Home Video… Le testate pubblicizzano involontariamente facendo quell’azione che si fa senza pensare che, in realtà, è un’azione “mercificata”: come dire «passami un Kleenex» invece di «passami un fazzoletto», o dire «Scotch» invece di «nastro adesivo»: quelle antonomasie che si tramutano in azioni: parlo di Netflix senza sapere che parlando di Netflix faccio pubblicità a Netflix e senza pensare che Netflix mi dovrebbe PAGARE per l’aiuto che do alla sua impresa!

Ma a parte questo antipatico panegirico anti-capitalista molto generico e privo di un vero senso (e simile alle smaronate post-sovietiche di Goffredo Fofi), la questione mi serve per dire che, a sentire la pubblicità gratuita social che la gente normale fa, non retribuita, a Netflix, tutti i film Netflix sono il top del top: Roma era top, Annihilation era top, e adesso Marriage Story è top, il meglio film in assoluto!

Capisco che quando uno si trova bene con un prodotto che lo rende felice è propenso a idolatrarlo…
Molti MacUsers idolatrano i Mac e ricomprano Mac quando c’è da cambiare un device vecchio; molti abituati ai Samsung adorano i Samsung e ricomprano Samsung, ecc. ecc.
Sicché ci sta che chi si trova bene con Netflix voglia solo «ancora più Netflix», ma, accidenti, davvero Netflix non ne sbaglia una???

Io mi sono quasi rallegrato che qualcuno abbia avuto da ridire su Irishman, ritenuto dagli utenti lungo e noioso… almeno era una breccia di critica nell’orizzonte piano e mefitico della gioia pura imbambolata!

Però, poi, si riflette:
Irishman lungo e noioso? e allora Roma che era???

e se Irishman è lungo e noioso, perché, invece, Marriage Story è un capolavoro?

Si finisce a dire che Marriage Story, Roma, Annihilation, ritenuti sublimi, sono ritenuti sublimi perché si incastrano perfettamente nel prodotto Netflix che Netflix vende così bene, e che invece Irishman “tradisce”…

Netflix vende *roba di poltrona*…

Sì… bellina, carina, mediamente intelligente…
ma copia di mille riassunti di certi film belli del passato (venuti fuori soprattutto negli anni ’70: Roma è anche ambientato nei ’70s; Annihilation è remake di Solaris [’72] e Stalker [’79]; Marriage Story ammicca a Kramer vs Kramer [’79]; Irishman potrebbe nicchiare verso il Padrino [’72 e ’74]; e le serie Netflix cavalcano sempre gli anni ’80, con Stranger Things e altre menate)…
copia di mille riassunti che ha un fit di durata e di ritmo (e in questi parametri forse Scorsese ha traboccato),
che è intelligente ma non rompicapo,
che ti fa ragionare un attimino ma non troppo (le esegesi di Annihilation come se si parlasse dei poemi metafisici di John Donne erano davvero ridicole),
che fa i piani sequenza ma solo per dimostrarti la diegesi, mai per senso dell’immagine…

Sono cosette che a me ricordano molto i FilmTV prodotti in posti come l’Alsazia e basati sui racconti di Rosamunde Pilcher ambientati in Gran Bretagna… o che sono prodotti in Canada o nel New England seguendo le trame di chissà quale romanzetto paperback gratificato da più di 4 copie vendute nel Vermont… FilmTV che popolano i palinsesti RAI e Mediaset a Natale, Pasqua ed Estate, per riempire le ferie di Marco Liorni, Magalli, la Balivo, Costanzo, la Panicucci, la D’Urso o chiunque ci sia adesso…
Robetta da vedere mentre si fa da mangiare
Da vedere per conciliare il sonno dopo pranzo
Da sbirciare con l’aria condizionata o col termosifone a mille quando fuori è troppo freddo o caldo per passeggiare, in paesini, magari, dove tutto è chiuso (giustamente) per le feste o dove ancora vige la chiusura «per pranzo» presa in giro da Billy Wilder in Avanti! (1972), poiché tale chiusura va, quando va male, anche dalle 12 alle 17!!!
FilmTV che, comunque, ti fanno due zebedei grossi come case! Pieni di buoni sentimenti, di zucchero, di vaniglia caramellata, e di risoluzione dei problemi, che bello! [nel tardo pomeriggio del 24 dicembre ho visto quasi metà di L.M. Montgomery’s Anne of Green Gables di John Kent Harrison con Martin Sheen, subito prima della cena della vigilia, boja: il diabete era proprio al livello di guardia!; vedi anche The Professor and the Madman]

Marriage Story è così

Però viene idolatrato…
forse perché chi lo idolatra è pagato
o perché ormai è così addentro a quelle rappresentazioni, così radicato in esse, che ritiene quelle rappresentazioni le uniche possibili, e schifa tutto ciò che da quelle rappresentazioni esonda (tipo Scorsese o tutto il resto)

Fatto sta che Marriage Story ha diversi punti buoni, certo, come lo hanno tutti i film Netflix citati:

  1. Gli attori proprio ci credono: piangono, si contorcono, trasudano passioni disperanti, buttano fuori tutto, dànno i cazzotti al muro, si urlano addosso, strepitano, ringhiano…
    Se tutto questo succedesse in un film di Muccino tutti riderebbero (e farebbero bene), ma siccome accade in un film Netflix allora gli attori sono bravissimi, stupefacenti, da esaltare, da piangere con loro, da rotolarsi per terra dal godimento per le performance…
  2. Il montaggio è lavorato molto bene: non essendoci quasi per niente movimenti di macchina, tutto è frame da ricucire, cosa che il montaggio fa in maniera ottima…
    Certo, ha i suoi scivoloni: il regista indovina una dissolvenza, dopo una conversazione dei due al telefono, con il profilo di Johansson a sinistra che dissolve nel profilo di Driver a destra, molto carina (per una frazione di secondo i due, lontani, sembrano “guardarsi” durante la dissolvenza: geniale)… ma quella dissolvenza viene vanificata da un controcampo del profilo di Driver che fa tornare Driver a sinistra!
    L’effetto è quello dello sciacquone che disturba una sinfonia di Mahler!
  3. La sceneggiatura è bella pimpante e sviscera ogni cosa sull’argomento, sbalzando molto bene i personaggi…
    È però una sceneggiatura ritrita: il compianto Mike Nichols (citato anche, all’inizio, nei dialoghi) oltre che Kramer vs Kramer e perfino Intolerable Cruelty dei Coen sono lì come attestazione di passato di referenza senza il quale, evidentemente, Netflix non produce nulla…

Per il resto Marriage Story sembra quasi teatro (che è un background importante della trama)…
Quando nei titoli finali ho visto che la fotografia era di Robbie Ryan (quello della Favorita) mi sono stupito…
Come detto prima la macchina non si muove mai, è ferma in shots asettici e statici…
Ryan sembra potersi “esprimere” solo facendo spuntare, alla metà del frame, Driver dall’angusto spazio di porte semi-aperte, e sembra concentrarsi solo sul farci distinguere le infinite sfumature di bianco-panna presentate nella tavolozza cromatica…
Tutto è marmato, immobile, asciutto…

La scena che dovrebbe fare impressione (la resa dei conti verbale tra Driver e Johansson dopo il tribunale) si risolve in shots lesti esistenti solo per far vedere quegli attori esagitati ed esaltati che abbiamo detto: la macchina da presa è il palcoscenico di una performance che è totalmente di teatro: è solo l’attore davanti a noi che recita e la mdp è quasi una finestra che ce lo fa vedere, e nient’altro…
Confrontarla con i litigioni doppi di Closer e Angels in America di Nichols (o anche con Metti una sera a cena di Patroni Griffi) è desolante: la macchina di Marriage Story non partecipa, organizza e basta una recita in modo che chi è in poltrona a vedere Netflix non sia disturbato da niente, da nessun espediente visivo, da nessuno stimolo visivo, da alcunché di cinema: una macchina che è solo ripresa

Il Driver spuntante dalle porte semi-chiuse è una cosa decente, ma non tanto al di là delle cose che facevano Michael Gershman e Ray Stella [che tra l’altro erano due professionisti coi controcazzi: Stella era l’operator di Dean Cundey nell’Halloween di Carpenter, non so se rendo l’idea] in Buffy, e allora nessuno gridò al miracolo, anzi (ci furono i soliti «Buffy fa schifo!»), però per Marriage Story tutti invece sono qui a sproloquiare del capolavoro e a chiedere, magari anche giustamente, le nomination per Johansson, Driver e per Laura Dern (che davvero se la meriterebbe perché almeno rimane credibile)

Perché ritenere una cosetta da pomeriggio di Rete4 una cosa da nomination?
Perché spacciare queste lucciole per lanterne? E farlo a voce così grossa, pagando testate per pubblicizzarsi e “lobbyzzare” nomination, o sfruttando l’assuefazione mercificatoria di certo pubblico morto (come quello di The Dead Don’t Die)?

Io non riesco a spiegarmelo…

In tutto questo, sì, Marriage Story è forse meglio di Endgame, forse…
Ma solo per questo merita?
Mah…

La musica del vecchio Randy Newman, riecheggiante certi suoni anni ’50 alla Nelson Riddle, è orripilante!

4 risposte a "Marriage Story di Netflix"

Add yours

  1. Ecco il caro vecchio Nick, che ci va giù duro…😁
    Io dico solo che mi stupisce trovare questo film in tutte le (non dico top ten ma) top three di fine anno…
    Cioè, il film non è brutto, beninteso, ma non mi è sembrato tra i migliori della stagione…
    L’unica cosa che mi trova d’accordo con la moltitudine di adoratori di questo film è la grandissima prova della Johansson

    1. Anche per me è inconcepibile!
      Vabbé che i gusti sono gusti, ma il “complottismo” (che siano tutti pagati per metterlo in top ten), con tutti questi esagerati peana, te lo tirano fuori con le tenaglie!
      Sì, sicuro, attori molto bravi, e meriteranno di certo fior fiori di nomination (anche se io farei gareggiare Netflix nel campionato dei televisivi invece che in quello delle sale cinematografiche: in me, anziano, le stringenze produttive sono troppo dirimenti), ma, accidenti, potevano ottenere anche nomination ai Tony, a premi teatrali più che cinematografici!
      Poi, sì, a gusto mio sono performance troppo urlate, ma è gusto mio…

      1. Non so, ma per certi versi il tuo chiamare in causa Muccino non è così sbagliato…
        Tu che analizzi sempre anche il doppiaggio (ma non in questo caso, forse perché l’hai visto in l.o. o perché eri troppo arrabbiato per farlo😁) che mi dici della D’Amico, secondo me eccezionale?

      2. Uh sì, l’ho visto in inglese, non posso dire…
        E devo confessarti che, da quanto l’adoravo 20 anni fa, oggi D’Amico non mi piace praticamente mai… la trovo sempre uguale a sé stessa, però chissà in questo caso!
        Certamente, parlando solo di gusto, su Johansson molto meglio D’Amico di Ilaria Stagni!
        E, devo confessare, che, su Johansson, vorrei sentirci sempre Perla Liberatori (come in Lost in Translation), a mio avviso sarebbe sempre una scelta ottima…

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