The Irishman

Dopo il 1988 (da The Last Temptation of Christ), Scorsese e Harvey Keitel non hanno più lavorato direttamente insieme…
Quando interrogato sull’argomento, Keitel diceva: «Martin è un grande… faremo insieme il nostro ultimo film!»

Scorsese è del ’42
Keitel del ’39
De Niro, Pesci e Robbie Robertson (alle musiche) del ’43
Pacino e Schoonmaker (la montatrice) del ’40
Irwin Winkler (il produttore) del ’31
Zaillian è del ’53 (è relativamente giovane rispetto a tutti i precedenti: e si dice che la sceneggiatura effettiva l’abbia scritta Charles Brandt, l’autore del saggio del 2004 su cui il film è basato, saggio che alcuni hanno un po’ accusato di ritenere fin troppo vere le farneticazioni di un vecchio rimbambito [ma Brandt pare aver trovato molti documenti corroboranti le confessioni dell’Irishman])

Come Space Cowboys di Clint Eastwood (2000), The Irishman è un film di vecchi in un mondo (Marvel e Disney) di giovani e di giovanissimi…
Un film di metafore e storytelling lenta e sapiente, e di impatto visivo compatto e complesso (non si contano i poetici piani sequenza) che si sposa al trattamento degli effetti speciali digitali, la “roba nuova” che affolla proprio i film Marvel e Disney dei giovanissimi…

Eccezione a questa centralità anagrafica è Rodrigo Prieto alla fotografia, che è del ’65 e ha lavorato con Scorsese in The Wolf of Wall Street (2013) e nel corto The Audition (2015)…
Scorsese avrebbe potuto chiamare Robert Richardson, 10 anni più vecchio di Prieto, e con cui Scorsese ha lavorato più volte… ma Richardson era impegnato con Tarantino in Once Upon a Time in Hollywood
Prieto è stata quindi una scelta naturale visto che degli altri dop storici di Scorsese ne sono rimasti pochi:
Michael Ballhaus è morto nel 2017;
Laszlo Kovacz è morto nel 2007 (e ha lavorato davvero con Scorsese solo 2 volte: New York, New York, 1977; e The Last Waltz, ’78, per altro incentrato su Robbie Robertson!);
Kent Wakeford è nato nel 1928 e non fa film dal 1999: difficile vederlo calcare un set: Wakeford ha plasmato molto stile visivo di Scorsese, ma l’ultima volta che hanno lavorato insieme era il 1974…;
Fred Schuler è del ’40 e rientrerebbe perfettamente, ma è da 20 anni che lavora solo in Germania, e con Scorsese ha lavorato molto “indirettamente”: praticamente solo in The King of Comedy (’82) è stato dop principale, mentre in Taxi Driver (’75) e The Last Waltz (’78) era operatore di Michael Chapman…
Chapman è del ’35, e non fa film dal 2007: con Scorsese ha fatto due film “chiave” (Taxi Driver nel ’75 e Ranging Bull nell”80); i documentari The Last Waltz e American Boy: A Profile of Steve Prince (entrambi del ’78); e il video di Bad di Michael Jackson (’87)…
per molti anni si disse che Chapman e Scorsese si erano “lasciati male” e che Chapman, “geloso” di essere stato praticamente rimpiazzato da Ballhaus, avesse un po’ stroncato i film di Scorsese successivi all”87: Scorsese stesso ha detto che tutto quanto era frutto di equivoci e malelingue e che invece hanno continuato, anche dopo l”87, a interagire: Scorsese ha messo i soldi nei video che Chapman ha girato per Peter Gabriel (il Live in Athens, appunto dell”87 ma uscito nel 2013, e PoV, del ’90) e insieme sono tornati con gioia a parlare dei loro film leggendari nei contenuti speciali per i DVD di Taxi Driver e Ranging Bull: ma collaborazioni filmiche, in effetti, dall”80 in poi non ci sono più state…
Freddie Francis, che lavorò con Scorsese solo in Cape Fear, è morto nel 2007 a quasi 90 anni…
infine, il grande Roger Deakins, nato nel ’49, ha lavorato con Scorsese solo nello sfortunato Kundun (’97)…

I vecchietti (Scorsese, De Niro, Keitel, Pacino, Winkler, Schoonmaker, Robertson ecc) tornano a lavorare insieme dopo un po’…
Joe Pesci ha praticamente smesso dopo Lethal Weapon 4 nel 1998: da allora ha solo fatto particine (una l’ha fatta lussuosissima per De Niro in The Good Shepherd nel 2006): solo per Scorsese è tornato in un ruolo quasi di lead, dopo esserlo stato per lui in Ranging Bull, Goodfellas (’90) e in Casino (1995)…
Di Keitel s’è detto…
A parte un cameo nel corto The Audition, De Niro, come Pesci, non era lead di un film di Scorsese (insieme hanno lavorato almeno 12 volte) da Casino nel ’95…
Robbie Robertson era dall”86 che non componeva musiche direttamente per un film di Scorsese…
E questi trovano Al Pacino, che è stato un’importante maschera degli amici di Scorsese Brian De Palma e Francis Ford Coppola, ma non è mai stato diretto in prima persona da Scorsese (come non lo era mai stato Jack Nicholson in The Departed nel 2006), e con De Niro è stato in scena insieme solo in Heat (di Michael Mann, ’95) e Righteous Kill (di Jon Avnet, 2008) [The Godfather, Part II del 1974, come tutti sanno, non può purtroppo contare in quanto in esso De Niro e Pacino non hanno mai un’inquadratura insieme]

E lavorano insieme in una storia classica e risaputa, per altro già (per certi versi e versanti) raccontata da Norman Jewison (F.I.S.T., 1978: Hoffa è il referente del personaggio interpretato da Sylvester Stallone) e Danny De Vito (Hoffa, 1992: Hoffa è interpretato da Jack Nicholson e Tim Burton vi appare in un cameo come una delle vittime di una rappresaglia di polizia), e la raccontano con toni e contorni del tutto identici a quelli che Scorsese, De Niro e Pesci hanno usato in Goodfellas nel 1990 (Nicholas Pileggi, lo sceneggiatore di Goodfellas, compare nei titoli nelle vesti di un producer), rendendo The Irishman una sorta di remake di Goodfellas

Sicché i vecchietti tornano a raccontare le loro storie, le loro vecchie storie, con linguaggi consapevoli e sapienti (i piani sequenza goduriosi e semantici) da unire agli SFX giovanissimi…

Tutto questo che dice?
I vecchietti che dicono?

Secondo me dicono, senza paternalismo, che gli SFX ci sono e sono mezzi interessanti, e perfino indispensabili, per raccontare delle storie…
…e dicono, altresì, che però sono proprio le storie il fine di quei mezzi: sono le storie quelle che contano…
storie importanti, magari (e certamente) risapute, ma comunque importanti…

è importante parlare di mafia, di omertà…
è importante parlare della mafia come continuo tradimento di amicizie e affetti…
della mafia come di aristocrazia rovesciata che va d’accordo solo con soldatini, con servi, con sudditi, che all’aristocrazia sacrificano non solo vita, amici e famiglia, ma proprio esistenza tout court, perfino esistenza interiore
è importante dire che la mafia è quel Big Brother che vuole solo amore, al di là di tutto, e che vuole che tu, alla domanda «quanto fa 2+2?», tu risponda NON secondo logica («4») ma tu risponda solo come ti viene detto (e il Big Brother ti dice di rispondere «5») [interessante notare che, prima di Orwell, tutto questo era stato denunciato da Shakespeare, ironicamente, nel Taming of the Shrew, rappresentata in un periodo compreso tra il 1590 e il 1592]

ed è importante dire tutto questo, raccontare questa storia, con mezzi all’avanguardia (gli SFX) e con la sapienza dei vecchi, degli Oldest and Wisest, degli aristos, creando, paradossalmente ma plasticamente, una aristocrazia di segno opposto e diverso all’aristocrazia della mafia: un’aristocrazia secondo giustizia diegetica che si contrappone a una aristocrazia rovesciata del crimine…
una sapienza dei vecchi che si vede sia nelle straordinarie prove attoriche, sia nella disinvolta maestria che Scorsese, Prieto e Schoonmaker (e lo scenografo Bob Shaw, che lavora da 40 anni; e la costumista Sandy Powell, nata nel ’60, e che lavora da 30 anni) sciorinano…
In The Irishman vediamo all’opera un maestro, vediamo all’opera i maestri, come si erano visti all’opera in Dolor y Gloria di Almodovar…

Tutto questo non deve, certo, far dimenticare che si sta vedendo un film che in qualche modo, in ogni caso, si autocelebra, facendosi spesso alcuni “complimenti”…

e non deve far dimenticare che, per puro narcisismo, è un film che decide di durare 3h e mezzo… 3h e mezzo che alcuni vedranno “regalo” di un autorone al pubblico, ma che possono anche essere lette come appropriazione indebita, da parte di Netflix, del nostro tempo (secondo la dicotomia della durata presentata nel Secondo »It« di Muschietti)

ma, anche se questi “difetti” vengono tenuti presenti, The Irishman è un lavoro che conquista…
…magari è più adatto per essere visto in poltrona, creando anche dibattito con una compagnia di spettatori (e senz’altro Netflix lo venderà così dopo la limitatissima circolazione in sala), ma la visione la merita a mille…

Tra le prove attoriche, il mio gusto inclina per il gigioneggiante Pacino (che mi ha davvero divertito) e non ho invidiato l’ottimo Stephen Graham nell’avere a che fare con lui!

è impossibile criticare le prove degli altri, e quindi elogerò quelle dei più giovani Bobby Cannavale, Anna Paquin, Ray Romano e ancora Graham…

Sull’inferno che deve essere lavorare con Pacino non posso che segnalare l’esperienza negativa che con lui ha avuto William Friedkin in Cruising (1980)…
In The Friedkin Connection (New York, HarperCollins, 2013; tradotto nello stesso anno come Il buio e la luce: la mia vita e i miei film da Bompiani, il traduttore è stato Alberto Pezzotta), Friedkin riconosce che con Cruising non sapeva che fare, che ne trovò una discutibile quadra solo al montaggio e che durante la lavorazione era indeciso e sconfortato, cosa che si rifletteva in tutti i coinvolti, attori e tecnici, ma racconta altresì che in questo clima di “incuria” Pacino fu assurdo: per averlo sul set alle 9 gli si doveva dire di presentarsi alle 6: richiedeva ulteriori takes in modo compulsivo, proprio dicendo «un’altra» anche prima di aver concluso la precedente e senza consultare il regista (con la pellicola che si consumava in un film che era a bassissimo costo!)… davvero un delirio!
[pare che poco piacevole sia stato, per Scorsese, anche lavorare con Nicholson in The Departed: si dice che Scorsese abbia acconsentito a girare una versione «according to Jack» di diverse scene solo per farlo contento!]

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