Maleficent, signora del male

Il primo film di Robert Stromberg (con interventi di John Lee Hancock) m’aveva un po’ stomacato…

Le operazioni di switch tra buoni e cattivi sembrano tanto belline in superficie ma, come dimostrano tutte le letture intelligenti (scritte da esperti) sulla materia dello storytelling e del suo ruolo psicanalitico nello sviluppo mentale, lasciano, in sostanza, il tempo che trovano…

Mi spiego: fare lo swtich sembra una genialata, e chi lo fa spesso esclama «ho cambiato i buoni con i cattivi ahahahaah, adesso i buoni sono cattivi e i cattivi buoni, yuhuuu! che bello!», e così hanno fatto gli autori di Maleficent, ma facendo ciò si dimentica che uno switch del genere non è “genio”, è puro gioco sciocco, poiché la struttura del racconto rimane quella: il buono c’è lo stesso e il cattivo c’è lo stesso: il racconto di buoni e cattivi non è “rivoluzionato” (come le esultanze credono di aver fatto) ma del tutto confermato: chi esulta di aver “cambiato” non ha cambiato proprio niente, ha solo fatto una proprietà commutativa, vantandosi di averla fatta ma dimenticandosi che anche con il cambio di “ordine” dei fattori in gioco il risultato rimane il medesimo: una storia di buoni e cattivi… e il semplice apparente rovesciamento di chi era chi non inficia affatto sulla storia finale: fare Stefano cattivo e Malefica buona ottiene solo una uguale, identica, e logora, storia di buoni e cattivi che si fronteggiano…

la vendetta dei cattivi tramutati in buoni cosa genera?
genera solo altri cattivi…
la funzione del cattivo non è né eliminata né trasformata, come invece le esultanze pensano di aver fatto…

Non solo:
far slittare il bacio d’amore da Amore sentimentale (e, sarò drastico, *sessuale*) ad Amore filiale turba di molto il ruolo del racconto nello sviluppo mentale del lettore…
Un conto è dire «vedi? quando ti innamorerai, quando cioè svilupperai a livello sessuale [e ti verranno le mestruazioni, simboleggiate dal sangue della puntura del fuso, vedi anche Ad Astra], allora sarai pronto a svegliarti», così contribuisci ad annullare la paura della crescita e contribuisci a formare una mente che sarà adulta (e la consolerai nel dirgli «anche se ci vorranno 100 anni di sonno in mezzo a un bosco di rovi, qualcuno prima o poi arriverà [sarò volgare] a farti *bagnare* o a farti *eccitare*, sicché tranquillizzati!»)…
Un altro è dire: «anche se non ti *bagni* rimarrai sempre l’amore di mamma, cioè puoi stare con mamma chioccia tutto il tempo che vorrai, anche se non cresci… anzi: se non cresci, e se resti a giocare con la fatine fino a 110 anni, a mamma va anche meglio!»: in questo modo, boh, non so se si contribuisce alla crescita
…ma potrei ovviamente sbagliarmi…
conosco migliaia di persone che hanno ritenuto Maleficent un film perfino decente, e sono persone che vanno in giro a dire che la fiaba di Barbablu è diseducativa perché femminicida, con buona pace della natura simbolica di Barbablu (componente interiore “violenta” e “cattiva” dell’anima umana, con cui rapportarsi e avere a che fare, non certo un effettivo duca uxoricida, come si dice nelle Opere per Halloween, al numero 11, e nelle Donne che corrono coi lupi)…
E di Maleficent hanno apprezzato l’idea (che alla fin fine nel film si tenta nel finale) di coincidentia oppositorum tra buoni e cattivi, con Malefica a incarnare sia istanze buone sia cattive: una Malefica, quindi, simbolo di mente pacificata, di componente “cattiva” dell’animo umano che si deve armonizzare con tutte le altri componenti, incarnate dal visino da paresi gioiosa di Aurora (e in questo caso Malefica sarebbe, quindi, esattamente come Barbablu: perché se quella componente è Barbablu la fiaba è femminicida e se invece è Malefica è una fiaba bella? perché contano sempre più i ninnoli superficiali superflui della corteccia e dell’indispensabile? — non si sa: ma l’umanità è così: se si ha il superfluo [i reality show] ci si dimentica subito dell’indispensabile [la libertà])

E tutto quello che mi è rimasto sulle palle di Maleficent si potrebbe ripeterlo per una serie oggi dimenticata ma che ai tempi era centrale: Once Upon a Time della Disney (2011-2018)…

In ogni caso, a mio avviso, nonostante lo stupeficio visivo, Maleficent, senza un regista, finiva per frantumarsi, e per frantumare di molto i testicoli dello spettatore…

e allora perché andare a vederne il seguito!?

avete perfettamente ragione!
non c’è un accidente di motivo!
e si può dire che io abbia perso il mio tempo…

C’è di buono, però, che questo secondo capitolo risulta molto più compatto…

  1. Ha un regista, Rønning, molto bravo…
    Parliamoci chiaro: si sta parlando di uno shooter, di desolante scuola diegetica, assimilabile ai registi dei film Marvel, ma comunque di uno che gira: non è uno scenografo…
    Il fatto che lo vogliano un sacco di produttori (ha in cantiere fin troppi film con Bruckheimer, con Spielberg, con Tom Cruise ecc.) significa che il set lo sa tenere, e anche in questo Maleficent, signora del male si vede che tutti quanti (i tecnici e gli attori) hanno avuto qualcuno con cui rapportarsi durante la principal photography e la post-produzione, in un lavoro che si vede fatto con cura in poco tempo…
    Massimo risultato con minimo sforzo… cosa che a Hollywood idolatrano…
    e che non dispiace anche a noi spettatori…
  2. Rispetto a Stromberg, Rønning non ha Dean Semler alla fotografia, e quindi le sue immagini non sono bellissimissime, ma “belle” sono lo stesso (alla fotografia c’è Henry Braham, un serio professionista di blockbuster plasticosi)…
  3. Rønning non è scenografo lui stesso, come era Stromberg, ma alla scenografia ha chiamato Patrick Tatopoulos, che, a parte gli alti e bassi, ancora sa come fare: è Tatopoulos che impone una non splendida (perché trita e ritrita immagine fiabescosa) ma neanche brutta idea di iconografia esatta medievalistico-romantica: Bosch, Bruegel, Cranach, Dürer, Schinkel, i liuti e le ghironde rinascimentali si vedono che sono frutto di uno “studio”, e anche se non fanno una figura ottimale (perché, ripeto, peccano di “esattizzare” qualcosa, come la fiaba, che “esatto” non è) non fanno per nulla una figura “deteriore”: è un film che si guarda bene come si guardava quello di Stromberg, con in più una guida, una direzione iconografica e diegetica molto più pronta…
  4. Rønning deve essere stato presente al sempre infernale processo di scrittura, che ha visto Linda Woolverton e poi Jez Butterworth alle prese con le infinite riunioni coi produttori in Disney (riunioni che per le ragioni più sceme hanno fatto risultare accreditati nei titoli due writers che sembra abbiano fatto poco e niente)…
    Rønning deve aver insistito nel raccontare una storia sola, quella solita e risaputa della suocera cattiva, arrivando a mandare un unico e nutriente messaggio (non contano le origini ma gli affetti: una cosa più che salutare in questi tempi di prima gli italiani de stocazzo, o di «sono Giorgia sono italiana sono cristiana» e altre puttanate), a un target sottile ma molto definito…
  5. Maleficent, signora del male è un film per ragazzini: si rivolge a loro, è fatto per loro: cercarci idee per gente più grande è del tutto fuori luogo…
    e per i ragazzini, vedere Bruegel e Schinkel, e ascoltare un messaggio antileghista illustrato, semplicemente ma con grande professionalità, mi sa che è più che ottimo…
  6. Inoltre, far vedere uno sposalizio in cui si dà precedenza al volere degli sposi invece che a quelli del parentame lurido e bigotto, beh, fa sempre bene!

Per il resto, certo…

  1. è un film lungo, in cui cala la palpebra a metà…
  2. è un film di tempi morti a mille: tutta la parte centrale degli angeli di tundra è luuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuunga
  3. è un film prevedibilissimo anche per i 12enni: è di quelli che sai intonare tutte le battute e preannunciare tutte le situazioni..

ma vabbé: è Maleficent… che ci s’aspettava???

Ho trovato assolutamente (e sorprendentemente) eccezionale il doppiaggio di Maura Vespini…
Emanuela Rossi e Claudia Catani sono le “proprietarie vocali italiane” di Pfeiffer (manierata a mille) e Jolie (sotto tono), e Vespini è brava a non far pesare tutto questo e a tenerle nella giusta briglia per non farle andare troppo in scioltezza…
Margherita De Risi è perfettissima su Elle Fanning…
Simone D’Andrea (Ejiofor), Stefano Crescentini (Ed Skrein), Gianni Giuliano (Robert Lindsay, il re) donano accenti supersonicamente nobili ai loro personaggi…
Un doppiaggio regale, “imperiale”, blasonato e poderoso…
Sarò curiosissimo di valutarlo una volta sentito l’originale…

Geoff Zanelli, alle musiche, non fa che riutilizzare le piacevoli 10 note composte da James Newton Howard per il film precedente…

La mia adorata Juno Temple replica il suo ruolo del tutto inutile in una delle tre bruttissime e antipaticissime fatine…

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