La piattezza di «Love & Mercy»

È un film del 2014, quindi ben dopo Walk the Line, e un anno seriore al Phil Spector di David Mamet con Al Pacino e Helen Mirren… ma prima di Rocketman e Bohemian Rhapsody

Tanto voluto da Brian Wilson (che di Phil Spector fu un arcinemico), Love & Mercy dimostra una sorta di scissione tra lo script di Oren Moverman (già collaboratore di Todd Haynes per I’m not There) e la regia di Bill Pohlad…
Moverman vorrebbe una sinergia tra passato e presente, che dovrebbe corroborare una permeabilità tra schizofrenia presente e condizioni pregresse, cioè vorrebbe giustificare il comportamento presente di Wilson (cioè degli anni 1970s, sotto il giogo del dottor Landy) mostrando il suo passato infelice (sotto il giogo del padre, del cugino e dei fratelli un po’ poco reattivi)…
Pohlad, invece, si vede vorrebbe più che altro documentare la vita della band e fare un reportage del rapporto di Wilson con Melinda Ledbetter e Eugene Landy…
Moverman prevederebbe echi e rapporti tra *ciò che è stato* e *ciò che è*, magari anche visivi…
Pohlad vuole invece solo stare a guardare la vita di studio e partecipare alle riunioni della band…

Finisce che Love & Mercy diventa un ibrido…

Lo script si vede essere interessante, ma si vede essere ignorato dalle scelte registiche…

Echi e memorie tra passato e presente si concretizzano solo in una facile Ringkomposition e in una tardiva dissoluzione psichica che arriva (in 2h ore tonde di film) solo agli ultimi 5 minuti…

La spinta documentaria è preponderante, e risulta in:

  • tante chiacchiere un po’ risapute sulla vita di studio (con suonatori coinvolti increduli dei tempi di recording)
  • le solite rivalità tra i membri della band
  • le riviste dicotomie antinomiche tra creazione e business
  • le ritrite crisi dell’artista tra espressione e mercato
  • le viete disperazioni dell’artista non compreso
  • la rivalità tra chi scrive e chi interpreta

Tutto questo è visto con

  • tanta, ma normalissima, macchina a mano
  • tante scene anticate per somigliare ai 1960s [alla fotografia c’è il grande Robert Yeoman]
  • basta…

Elementi di fiction e di sguardo che giustifichino il dialogo tra presente e flashback? Pochissimi…

  • Solo alcuni (ne ho contati solo 2) giri alla De Palma di 360 gradi: la macchina che sembra muoversi per fatti suoi e casualmente cattura quel che accade, spesso mostrandoci un personaggio che sembra da solo e che poi, alla conclusione del giro della macchina, si vede che ha invece qualcuno alle spalle
  • furbe sciocchezze di riprese allo specchio

Roba significativa ma senza dubbio non sufficiente ad amalgamare il tuttuno tra presente e passato…

La voglia di documento toglie posto alla diegesi di rinascita, che avrebbe avuto bisogno di più fiato espressionista…
Mancano, per esempio,

  • una visione un po’ meno naturalistica di Ledbetter:
    non dico di farne una santa come la June Carter di Walk the Line, o un angelo come Mary di Bohemian Rhapsody, ma resa così oggettiva la povera protagonista finisce quasi per “non esserci” a livello narrativo, e finisce per “esserci poco”, quindi, anche a livello documentario
  • una visione un po’ meno naturalistica del “cattivo”, di Eugene Landy:
    Landy era molto più grande (di stazza) e minaccioso di Paul Giamatti (oltre che molto più over the top a livello di movenze e comportamenti caricaturali): Giamatti è bravissimo ma la macchina si limita a guardarlo… nessun effetto filmico a sottolineare la sua follia, e nessuno a esporre la “paura” che tutti provano nei suoi confronti…

Tutto questo manca mentre certe cose, se si voleva fare un documentario, sono «in più»

  • la solita, insistita, problematica edipica (vera costante dei film rock che stiamo vedendo)
  • le scene oniriche che arrivano in ritardo (le tante scene in piscina, nell’acqua amniotica che abbiamo visto in Rocketman) e che non sono paragonabili, in diegesi e in efficacia, a certe scene sotto la pioggia (visibili in Walk the Line e Bohemian Rhapsody)

Sicché, che dire?
Che funziona poco, perché la schizofrenia presente è mostrata un po’ a scossoni e a tratti, e deve lottare con flashback molto più interessati a documentare la vita della band che a partecipare all’intento dicotomico (far vedere passato e presente) della sceneggiatura…
E il documentare la vita della band è una voglia che casca nello stancante e nel risaputo senza quell’afflato narrativo che proprio il rapporto presente/passato gli avrebbe potuto dare…

e gli ultimi 5 minuti psichici non bastano a raggrumare tutto…

rimangono le ottime prove degli attori (Cusack, Banks e Giamatti)…
una ottima colonna sonora di Atticus Ross…
e rimane l’interesse per il raccontato, che alcuni, però (per esempio la stessa Ledbetter), dicono essere stato molto edulcorato (si dice che Landy fosse assai peggiore, così come assai peggiori si dice fossero le condizioni comportamentali di Wilson, e peggiorissime fossero le angherie di Murry Wilson; tra l’altro Carl Wilson pare abbia avuto un ruolo molto più pregnante in eventi che nel film si descrivono tutti fatti da Ledbetter, e si dice che Van Dyke Parks non fosse solo il genialoide perfettino rappresentato nel film)

Wilson e Ledbetter hanno collaborato felici al film (Wilson ha detto che Dano l’ha interpretato meglio di Cusack, ed è stato molto vicino a Pohlad nella scelta delle canzoni da includere nella soundtrack… ha anche scritto la canzone dei titoli finali apposta), mentre tanti altri (da Mike Love a Van Dyke Parks a molti membri della famiglia Wilson) si sono un po’ lamentati di essere stati un pochino snobbati dalla produzione…

2 risposte a "La piattezza di «Love & Mercy»"

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  1. Caspita, mi ero perso l’uscita di questo film. Sono un fan dei Beach Boys, a quanto pare, distratto. Ho seguito anche la carriera solista di Wilson e vi ho trovato dei momenti pregevoli. Grazie per aver fatto luce su questo film.

    1. Guarda, anche a Firenze, fu in sala pochissimo… — io ne parlo peggio di quello che è, eh… per un cultore è ottimo! — e le persone che erano con me a vederlo l’hanno adorato!

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