Ad Astra

Boh…

Questi film di fantascienza evocativi di metafora, ultimamente, non riescono a piacermi…

Non mi è dispiaciuto Interstellar (2014), per via di una certa “simpatia” per i modelli melodrammatico-ottocenteschi dichiarati (e piango sempre come un idiota alla scena di Stay, accompagnata dalla musica strombazzata di Hans Zimmer, così come piango davanti ad Amneris che urla ai sacerdoti «Voi la terra ed i numi oltraggiate» seguita dalla musica strombazzata di Verdi in Aida [numero 24 di Operas III])…

Invece non m’hanno detto quasi niente i film di Denis Villeneuve (Arrival, 2016; e Blade Runner 2049, 2017), tutti suggestivo fumo pittorico a coprire una certa esibita freddezza indifferente un po’ antipatica…

Né, tanto meno, il First Man di Damien Chazelle (2018), completamente ridicolo…

Nel mio immaginario, di persona oramai quasi anziana, questo genere di film, oltre che con i classici e risaputi 2001 e Solaris (e quindi Dark Star e Alien), ha comunicato quel che doveva comunicare, in tempi recenti, solo con Sunshine di Danny Boyle, datato 2007… dopo Sunshine i lavori di Nolan, Villeneuve e Chazelle si incolonnano tutti come semplici tentativi

Un po’ più carino risulta forse essere Annihilation di Alex Garland (un “compare” di Boyle), del 2018… almeno aveva un equilibrio tra metafora e diegesi molto centrato (era uno sbaglio additarlo come un miracolo, dati 2001, Solaris, Alien, Dark Star e Sunshine, ma, all’interno della emulazione, o del surrogato, emulava e surrogava con molta consapevolezza…)

E l’equilibrio tra metafora e diegesi è proprio quello che manca ad Ad Astra

vediamo di capirsi…
qualsiasi diegesi è anche metafora, si sa…

la mente umana è quella che è, e rappresenta i suoi gangli (si autorappresenta) all’infinito nelle sue creazioni (che sono le creazioni umane): dalle osservazioni di Rupert Graves a quelle di Bruno Bettelheim, da Vladimir Propp a Joseph Campbell, tutto questo è assodato… (vedi l’eterno A mille ce n’è…)

  • qualsiasi puntura di un dito di ragazza, con conseguenti gocce di sangue sulla neve, è sia un evento diegetico sia una metafora di maturazione (di mestruo)…
  • qualsiasi superpotere di un adolescente è sia racconto sia metafora di maturazione… [si dice in Murder on the Orient Express]
  • qualsiasi pioggia è sia narrazione sia metafora di purificazione…
  • qualsiasi acqua è inconscio ma anche acqua in cui nuotare o bagnarsi (lo ripeto così tante volte da sfinirvi, e vi ripropino solo Gli ultimi Jedi)
  • qualsiasi uovo è vita ma anche uovo da mangiare (vedi The Shape of Water e Ready Player One)
  • qualsiasi happy end è l’happy end della vicenda ma anche metafora della mente pacificata tra Es, Io e Super-Io… ecc. ecc. ecc. [vedi anche quella sciocchezza di Passengers]

In Ad Astra, tutto questo meccanismo si inceppa… o meglio, si ingolfa nel troppo… nel pleonastico… e il connubio metafora/narrazione non è “naturale”, né “automatico”, ma è sempre ribadito, ripetuto, spiattellato, replicato, sottolineato, ridetto, riespresso, ribollito, riproposto…

In Ad Astra le cose non è che accadono, alimentando, in automatico e insieme, metafora e diegesi, ma riaccadono, e riaccadono spesso apposta per *spiegarci* la metafora perfino verbalmente…

Che sia tutto

  • un’elaborazione del lutto,
  • un tripudio edipico sofocleo o erodoteo,
  • un riflesso di gestione, financo “bellica”, tra bene e male [se ammazzo la gente, col mitra, sono cattivo, o se lo faccio per un bene superiore, sia esso personale o collettivo, allora sono buono?]
  • un amalgama tra Es e Super-Io [sono sia buono sia cattivo]

si sa…

…questo sono le storie…

Ad Astra invece sembra non saperlo…

e difatti quell’elaborazione, quei tripudi, quei riflessi, quell’amalgama, ce le spiega, ce le ribadisce, ce ne parla: con la voce fuori campo di Brad Pitt o con i dialoghi…
per farci capire che è elaborazione del lutto non basta raccontarci di un lutto, ci vuole proprio il personaggio morto che dice «lasciami andare! elabora il lutto!»…
per farci capire che non si sa se siamo buoni o cattivi si deve dire «non so se sono buono o cattivo, lo dirà solo la Storia»
per presentare l’Es brutale non basta far ammazzare, ma ci deve essere anche una scimmia rabbiosa sulla quale c’è da riflettere, in dialogo, dicendo «con la scimmia rabbiosa ho avuto empatia, perché anch’io sono rabbioso: la scimmia rappresenta me»

Alla lunga (e il film risulta molto lungo), questa spiegazione stanca…
Anche perché non è supportata dalle immagini…

È un film di letteratura (come Dunkirk, con cui condivide le immagini piattine di Hoyte van Hoytema), di citazioni verbatim di Erodoto, di elucubrazioni perorate spesso, dalla voce off, dalla voce non off, in un sempiterno “bubbolare” (in toscano “blaterare” o “brontolare”), un sempiterno esprimere in parola quello che accade, come succede quasi in Italo Svevo o in Louis-Ferdinand Céline: il personaggio chiacchiera dell’azione dopo averla fatta, si autoanalizza, si parla, a sé, di sé: un solipsismo soliloquiante raddoppiato, al quadrato, davvero stancante…
Anche perché l’analisi è sempre sugli stessi elementi: i problemi edipici, l’apatia del Super-Io, la rabbia dell’Es, e il dubbio di non sapere se il “procedere” è solo un “perdersi”…

Tutto questo è espresso a parole, e mai in immagini…
Le immagini sono retro, da fantascienza anni ’60-’70, e perfino ’50…
Non solo Kubrick e Tarkovskij vengono copiati e incollati, ma anche certe visualizzazioni ancora più “rudimentali”, tipo le architetture alla Antonio Margheriti, le sovrimpressioni alla Fred Wilcox, o come le idee scartate da Donner della gestione di Guy Hamilton per il Superman del ’78 (i tre funzionari audio che guardano il Pitt che legge il messaggio al babbo sembrano retroproiettati come Hamilton avrebbe voluto fossero i membri della giuria del Generale Zod all’inizio di Superman: Donner optò per una gigantizzazione molto più “cinetica”)… perfino la scimmia improvvisa sembra adocchiare all’idea *scartata* da Ridley Scott per Alien (la precedente gestione di Robert Aldrich voleva un Alien-scimmia: James Gray sembra, drammaticamente, realizzare quello scarto [vedi anche Alien: Covenant])…
Il silenzio e la lentezza delle scene d’azione sono ruffiane e furbe:
la macchina è sballottata ma mai “troppo”…
per non disorientare un pubblico mainstream la macchina fa sempre lo stacco al campo lungo chiarificante, che rassicura nel farci vedere dove siamo, dov’è l’eroe, dov’è il nemico, in qualche modo perfino *annullando* lo sballottamento, che quando ritorna è inutile: se lo sballottamento è farci “impersonare” a focalizzazione zero col personaggio, sballottare dopo un campo lungo che dal personaggio è il massimo dell’*estraneo*, dell’*esterno*, dell’*onnisciente* (un campo lungo per forza del *narratore*, non certo del personaggio), è del tutto inutile: l’identità di sguardo spettatore/personaggio si vanifica, e l’immissione di quel narratore “alto” non funziona come una sistemazione demiurgica, discreta, che si palesa qua e là, nel sottotesto, no no, in realtà si IMPONE, disturbando, e trasforma un film di mente in un film di racconto

ED ECCO IL PROBLEMA

Perché se il racconto e la metafora andassero di pari passo, allora il narratore si nasconderebbe in un narratario implicito, invisibile, che alla fine ci farebbe dire «ma Pitt nello spazio c’è andato o è tutto un viaggio mentale atto a pacificare la sua mente?»
e siccome la moraletta è quella delle metafore («elabora il lutto e vivi un po’: magari vivi l’amore con Liv Tyler, che ti vuole tanto bene!»), delle fiabe, perché quel narratario non c’è ma c’è un narratore onnisciente che sembra PRENDERE SUL SERIO, non come metafora ma proprio come trama, cose che come trama non funzionano un accidente!?

Tutti gli episodi di Donald Sutherland, della scimmia, della direttrice di Marte, vengono trattate, da queste immagini oggettive, del narratore onnisciente, come EFFETTIVE, come se accadessero sul serio!
Però poi la letteratura della sceneggiatura ce le *ripensa* come metafore!
Sicché erano metafora o trama?
E non potevano essere, come in tutti i racconti fatti bene, SIA trama SIA metafora???
Invece di una macchina onnisciente di campi lunghi, molto parca di immagini mentali (ci sono eh, ma ce ne sono abbastanza?), perché non c’è una macchina davvero sballottata?
Perché invece di DIRE «sto cadendo nel gorgo», non ci fa VEDERE il gorgo!
Invece di suggerire, in superficie, le metafora (gli shots di Tommy Lee Jones, deformato come Dracula o come la scimmia stessa), perché non viverla a pieno, con una macchina che, come Pitt, si *perde* nelle sue immagini mentali (per esempio: perché, mentre lotta con la scimmia, Pitt non vede che lotta con sé stesso, in shots alternati alla lotta con la scimmia)!?
Perché senza quella macchina, finisce che Pitt si perde solo a chiacchiere, e la macchina è sono ancella di quelle chiacchiere, servizio perfino ovvio di quelle chiacchiere (mettere a fuoco Liv Tyler alla fine quando all’inizio era sfocata è un espediente così facile che anche Nando Cicero ci sarebbe arrivato)… Senza quel *perdersi visivo*, la macchina è pura illustrazione di gusto retro del tutto INUTILE: un ninnolo suggestivo solo a tratti, ma il più delle volte ameno, pittoresco, perfino consolatorio… e che ci si consola a fare se Pitt sta dicendo che si sta perdendo???
La perdita è vera o è finta?
E se è finta perché non farcela vedere finta davvero e non a metà?

In tutto questo, la trama stessa, essendo disaccordata con la metafora, si spampana in ovvietà, in peripezie lapalissiane e in agnizioni ridicole: Pitt trova, nel viaggio, guarda caso, la quadra di tutti i suoi problemi d’infanzia: perché il suo viaggio è mentale? ma se è mentale perché le immagini che ce lo fanno vedere, invece, sono oggettive?

Ad Astra finisce per essere, esattamente come Arrival, un’operazione furbissima tra artistoidismo e consumo
Esacerba le metafore per accontentare gli artistoidi, ma le incastona in una trametta ovvia per renderle di consumo…
Fa sballottamenti artistoidi e campi lunghi di consumo…
Costruisce tutta una metafora “vivente”, artistoide, ma poi si affeziona alla sua confezione fantascientifica del tutto di consumo…

Per vedere le stesse metafore di «non ti ci fissare, vivi un po’, e accorgiti di Liv Tyler che ti vuole tanto bene» forse è bene riscoprire 127 Hours di Danny Boyle (rieccolo), 2010; o anche il Weather Man di Gore Verbinski, 2005; o Kontroll di Nimrod Antal, 2003…
Filmetti che sanno come esprimere una metafora in una trama, senza perdersi nell’operazione…

Sennò, se si vuole un filmetto di fantascienza, con metafora e trama che vanno avanti automaticamente, ce n’è a milioni!

E ci sono milioni anche di film artistoidi veri sull’argomento, oltre a Kubrick e Tarkovskij… vedi il solito Malick (Tree of Life, proprio con Pitt, 2011)

E, a questo punto, riguardiamo Annihilation, che, rispetto ad Ad Astra, dimostra una aderenza tra trama e metafora assai migliore… o anche il caro vecchio Black Swan di Darren Aronofsky (2010)…

Che dire?
Ad Astra per me è stato fuffa
non lo puoi stroncare perché la moraletta è condivisibile…
e perché, comunque, esistono film peggiori…

ma, boia… è un film che è in qualche modo un aborto

ed è in linea con altre complicatezze fatte da Pitt, tipo The Assassination of Jesse James

5 risposte a "Ad Astra"

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    1. Vacci dopo un bel caffé lungo… — però non so com’è in italiano eh… — magari hanno “ravvivato” un po’… (il direttore del doppiaggio è Marco Guadagno, che spesso “anima” molto i film a cui lavora)

  1. Interessante opinione, dopo averne lette tante tutte uguali che incensano questo film come incensano Arrival che mi ha lasciato abbastanza freddo (recensione a breve)! Grazie Nick! :–)

    1. Arrival è l’emblema dell’allucinazione collettiva: sono bastate le nebbioline sulle colline e l’intreccio non consequenziale a farne un capolavoro…

      1. Decisamente sopravvalutato, ha un’idea che sviluppa bene e tre che sviluppa male… E non è coerente, cambia registro cento volte… Insomma, anche io ne scriverò!

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