Un po’ di Mad Max, parte III

Continua dalla seconda parte

Beyond Thunderdome dura un bel quarto d’ora in più degli altri…

Dicevamo che, pare, molto sia stato girato da George Ogilvie, che non era un demente… 14 anni più anziano di Miller, una sorta di guru del teatro e della TV australiana: un maestro di regie teatrali, operistiche, e perfino coreografiche: una specie di Mike Nichols del Down Under: è stato, in Beyond Thunderdome, forse, quasi quello che fu Irvin Kershner alla guida di Empire Strikes Back
Pare che, con un Miller in lutto per la morte di Kennedy, Ogilvie abbia impresso un metodo di lavoro costruito su prove teatrali, che impose anche alla troupe, in cui ritornano Semler, Walker e Moriceau, e a cui si aggiunge il grande montatore Richard Francis-Bruce…

Un “cambio di mano” che si vede nello showing
Si mantengono le dissolvenze incrociate, le transizioni a tendina, e le tensioni velocizzanti degli zoom in avanti sui personaggi… e si introduce un’estetica molto più attratta dai long takes, dal gusto del tableau pittoricamente coerente, e dalla capacità inventiva davvero stupefacente… Beyond Thunderdome è il capitolo con i tramonti più goduriosi, i più compiaciuti contro-luce riflettenti e maestosi (cose “nate” in Road Warrior, ma molto accentuate in questo terzo capitolo), e il più visivamente fantasioso: la comunità del Captain Walker è animata da una miriade di idee visive stupende, estetiche, proprio “artistico-figurative” che rappresentano il top del lavoro di Dean Semler (molti suoi lavori successivi quasi riprendono i risultati di Beyond Thunderdome nella creazione di mondi fantastico-etnografici — con Kevin Costner otterrà la pluralità di luci di Dances with Wolves e il post-atomico acquatico di Waterworld, del tutto copiato da Beyond Thunderdome; e con lo stesso Mel Gibson creerà i finti Maya di Apocalypto)…

Un cambio di mano che si avverte, in sceneggiatura (comunque firmata dal solo Miller con Terry Hayes: lo stesso team del secondo), oltre che in una inaspettata sterzata perfino comica (evidente nell’irruzione dei bambini a Bartertown e nell’inseguimento del treno), nel propendere per una configurazione attanziale di peculiare idea fantastica, ancora più fantasy rispetto al secondo…
Il deserto, Bartertown e la comunità bambinosa del Captain Walker, guadagnano un aspetto di luoghi dell’anima: sono davvero foreste e boschi leggendari, accostabili a Camelot, ad Avalon, alla “terra promessa”, anche perché, specie la comunità del Captain Walker, sono gigantizzati in pensiero etnografico, gonfiati di fantasia, di mitologia essi stessi: comunità basate sulla credenza e forse anche sulla superstizione: Bartertown ha la religio dell’economia e del baratto, con gorghi irrazionali violenti, vedi lo stesso Thunderdome usato come amministrazione di giustizia; la comunità di Walker ha la religio della Tomorrow-Morrow Land costruitasi su una sovrapposizione, affascinante quanto sognante, perfino “allucinante”, di ricordi impastati di supposizione e di suggestione irrazionale…
I bambini della comunità di Walker sembrano una allegoria del post-moderno: giocano e ricombinano istanze di pop culture in maniere ipnotizzanti da quanto sono interessanti: Miller, Ogilvie e Hayes ci tengono a farci capire quanto le nostre icone (aeroplani, Bugs Bunny, immagini, diapositive, cinema, dischi) diverranno le macerie di nuove culture, segni di nuovi discorsi, mattoncini di nuove iconicità, “altre da noi”, avulse, trasformate, in un intento etnografico alla rovescia, rivolto al futuro invece che al presente, che crea “fantasy” invece che “documentario”…
In questo aspetto c’è la cifra più sorprendente di Beyond Thunderdome, la sua caratteristica più unica, cioè di essere, ripeto, etnografia e fantascienza, post-atomico e fantasy
I ragazzini di Walker, così tanti e così costruiti come un corpo “unitario” di comunità fatto però di singoli personaggi (un tutto particolareggiato e parcellizzato in più entità a cui Ogilvie, teatrale, deve aver dato non pochi contributi di realizzazione creativa), sono al di là di ogni immaginazione, e molto più sorprendenti dei coevi Goonies di Spielberg e Donner o dei ragazzini, di là da venire, di Hook di Spielberg: sono proprio qualcosa di fenomenale…

Ancora riguardo alla sceneggiatura, Beyond Thunderdome apre a un look lessicale di Mad Max fatto di formule magiche ripetute e neologismi («Two men enters, one man leave», «This is the Thunderdome», «Bust the/a deal, face the wheel», «the Poxeclipse full of pain», «Mr. Dead», «Fly the sky», «Bidey-Bie», «V-V-Video», «The River of Light», «Skyraft»), uguali a come saranno nel quarto («Witness!», «Who killed the world?», «Mediocre», «Aqua Cola»), che contribuiscono, oltre a quanto detto, a renderlo il capitolo davvero più leggendario, più tolkieniano, più sword and sorcerers, in cui l’ambientazione post-atomica si rivela quasi un bidimensionale décors a qualcos’altro, non solo al fantasy che si diceva, ma anche alla fiaba, alla quest arturiana, alla ricerca di un idealizzato Graal di libertà, o di rinascita, che Miller (e Ogilvie), genialmente, come tutte le leggende (e come era nel secondo e sarà nel quarto), lascia alla possibilità e non alla certezza (l’arrivo nella Sydney sfasciata non è l’arrivo all’ideale, alla Tomorrow-Morrow Land, ma è solo un primo passo di costruzione di un futuro)…

Rispetto agli altri due, ma forse non a causa di Ogilvie, cambia la musica, che è di Maurice Jarre invece che di Brian May… Jarre fa una cosa più melodica e bozzettistica, che ha i suoi modelli più in Miklós Rózsa che in Bartók (e Jarre si autocita al massimo, ripescando molto dalle sue partiture per David Lean e Franco Zeffirelli), e usa a man bassa, all’inizio, suoni “caratteristici” aborigeni nel massimo del colore locale australiano…

Forse non di Ogilvie, ma di Miller (stando agli sviluppi che quanto stiamo per dire avranno in Fury Road), è la voglia politica di Beyond Thunderdome
La descrizione dello schiavismo di Bartertown, così come la non idealizzazione gratuita della comunità di Walker, denotano un ottimo discorso sociale, che nel primo era strumento di tragedia e nel secondo di diegesi, e che nel terzo può dirsi davvero compiuto, quasi al centro del raccontato…

Ma Beyond Thunderdome non è solo rottura coi precedenti, ma è anche in continuità: l’inseguimento al treno è il luogo di identità di Mad Max: si può dire, come abbiamo detto, che il primo esula quasi dalla serie proprio perché non ha un chase finale così come stabilito in Road Warrior con la cisterna: un chase che è quello del treno di Beyond Thunderdome e come sarà tutto Fury Road

Altra continuità, soprattutto con Road Warrior, è il discorso meta-cinematografico…

Inutile osservare che la Tomorrow-Morrow Land altro non è che un cinema da raggiungere “elevandosi” (con l’aereo): ci si palesa davanti proprio con l’aparecchio per le diapositive (un vero e proprio kinetoscopio), e con pitture rupestri immaginose, eternate da racconti di cantastorie che imitano perfino uno schermo nei loro utensili di racconto (ci sono anche impagabili problemi di adesione tra immaginato visivo e sonoro: stupendi i ragazzini che cercano di “comunicare un suono” con i giradischi: tentativi di rendere coerenti i propri sogni di cinema)

Un cinema che in Beyond Thunderdome si palesa in molti più frangenti: l’azione, il deal per uccidere Master-Blaster, si origina con un cinema, col vedere Master-Blaster dal periscopio, di nuovo metafora, come la Tomorrow-Morrow Land, di kinetoscopio
Cinema è quasi la ruota che gira come un meccanismo di zootropo…
E cinema è la battaglia del Thunderdome, sfera di spettacolo che sorprende molto vedere, con 25 anni di anticipo, identica a un’idea di sala IMAX (con una gustosa ibridazione da cinema di fiera, vista la presenza di un imbonitore)… Un Thunderdome anche ricco di suggestioni di altri esempi anni ’80: il primo che viene in mente è la prima partita di Flynn in Tron (1982), con Sark a urlare «Finish the game!» [non so se è il caso di scomodare i sandaloni o Spartacus per rintracciarne prodromi più antichi: forse sì]… Un Thunderdome, poi, che di cose simili ne ha ispirate a mille!

Una parentela con altri esempi anni ’80 che in Beyond Thunderdome è molto più accentuata rispetto al Road Warrior (che pur aveva la Valchiria come Conan e Red Sonja)…

La scena della mancata presa del vento con l’aereo arenato nel deserto è una sorta di rovescio, in fallimento, della cavalcata del vermone di Paul Atreides nel Dune di Lynch: è forse una delle scene più solide della mitopoiesi dell’epicità anni ’80…

E sarebbero da notare, a sottolineare la congiuntura più comica di Beyond Thunderdome (da attribuire forse a Ogilvie), alcune gag molto simili a quelle di Indiana Jones (Max che corre dietro al solo meccanico e poi torna indietro, lui stesso inseguito, perché il meccanico ha con sé un esercitino; oppure i ragazzini al seguito di Max che guardano da un punto di vista in alto, e che poi vanno a far casino da basso, come succede in Temple of Doom o nella sua riproposizione nel Young Sherlock Holmes; o la fuga su rotaia, l’unica di Mad Max, parallela ai trenini di miniera del Temple of Doom), delineando una mente collettiva del film eroico anni ’80: i Mad Max e gli Indiana Jones hanno avuto lavorazioni così parallele e coeve, in punti così lontani nella geografia, che diventa davvero inutile fare raffronti su assurde precedenze di uscita…

Per andare verso interpretazioni varie si può dire che Bartertown è la prova generale della Citadel, come Humungus era la prova generale di Immortan Joe…

E si può buttare là il fatto che Max non faccia una piega a sentire il suono del sassofono al primo incontro con Auntie… il sassofono è lo strumento che, in teoria, suonava sua moglie (in feuilleton dell’Ottocento, o in un mondo seriale come quello in cui viviamo, questo particolare avrebbe dato avvio a miliardi di scene madri: pensiamo a quella che suscita la «penna d’oro» di Vicky nel medesimo Mel Gibson di Lethal Weapon 2 di Dick Donner, 1989, ritmato proprio dal sassofono!)

Magari non l’ho detto nella seconda parte, ma Bruce Spence è il più grande caratterista australiano di tutti i tempi e in Beyond Thunderdome lo dimostra quanto lo aveva dimostrato in Road Warrior, in quello che Ogilvie e Miller gli hanno descritto come un riflesso del Gyro Captain…

Molto foriera di riflessione è la dicotomia tra l’eden di Walker e Bartertown…
Un eden di cinema di fantasia e sogni contro un groviglio di cinema violento e fracassone…
Un eden di velleità contro un ginepraio di schiavismo…
Una comunità tutta giovane con pluralità di leader e idee che, pur contrapposte, non recano violenza; e una dittatura di una regina che uccide chi le rode il potere…
Un paradiso di acqua e natura; e una ferrosa città di merda di maiale…
Ma solo passando da Bartertown il cinema fantasioso di Walker riesce davvero a spiccare il volo…
Sono Super-Io ed Es che devono sintetizzarsi in Io grazie alla libertà (Max) e l’intelligenza (Master)? [la solita interpretazione psicanalitica: che persiste anche constatando che Bartertown, anche se sembra abbastanza fallita alla fine del film, finisce per avere tutte le sue componenti, sempre antagoniste, belle vive e vegete: la spinta scura, allo schiavismo come alla dittatura, non può, purtroppo, mai davvero morire]
O sono natura e industria che debbono solo trovare una quadra in un futuro pacificato da un nuovo contratto sociale?

Max alla fine resta fuori dall’ipotetico nuovo contratto sociale, anche se la sua figura è stata evocata dal cinema dei ragazzini (Max è l’immagine del Captain Walker), e, come nel secondo, ha determinato col suo “eroismo” il partire per la sognata libertà del nuovo cinema

Brecht diceva che è disperata la terra che ha bisogno di eroi… e difatti Tina Tuner, alla fine, oltre a lasciare vivo quel Max che tanto le ha rotto le uova nel paniere, canta «we don’t need another hero […] all we want is life beyond the Thunderdome»… una vita oltre il cinema del Thunderdome? una vita oltre la magia delle formule apodittiche, delle leggi farlocche del taglione e della vendetta? una vita oltre l’economia schiavista?
Forse sì…
E per raggiungere questa vita, sì, non occorrono eroi, ma solo immagini di eroi, cinema di eroi, occorre cioè Max…
Più sbalzato rispetto al fallace ricordo del Feral Kid del secondo, il Max di Beyond Thunderdome è metafora più matura, figura a tutto tondo di libertà, simbolo di liberazione, agente metafisico di rinascita: da subito agisce con in mente nuovi contratti sociali basati sulla pietà invece che sulla vendetta (risparmia Blaster), e da subito considera la necessità di dover portare nella Tomorrow-Morrow Land l’intelligenza (il Master)… non comincia bene, ma il suo tentativo di dettar legge nella comunità di Walker dura un attimo, lo spazio di una notte: già la mattina dopo Max torna a essere libertà e società… non ce la fa a unirsi nella partenza con tutti quanti, ma stavolta voleva davvero andare, e il suo non essere incluso, alla fine, lo eternizza non in mero ricordo di racconto (di un bambino), come era nel secondo, non come figurina archetipica strumentale, ma come entità ben precisa di libertà… come, infatti, apparirà nel quarto, col volto di Tom Hardy…

Spesso considerato il peggiore della serie, Beyond Thunderdome proprio per le sue ibridazioni comiche, per le sue idee etnologico-fantastiche, e per essere quello, forse, più accostabile allo stile hollywoodiano (si sono viste le somiglianze con lo Spielberg di quegli anni e con tanti altri paradigmi anni ’80)… ma è davvero quello più mitopoietico e affascinante da studiare… quello meno violento e più di massa, ma forse quello, prima di Fury Road, più comunicativo… il primo “politico” e il primo utopico dei Mad Max…

Se in Road Warrior le metafore di scontro tra idee di cinema erano latenti e sullo sfondo, il cinema di Beyond Thunderdome è moltiplicato e preponderante, e struttura tutto quanto oltre all’atmosfera etno-fiabesca e alla conquista della libertà…
In Beyond Thunderdome si finisce per dire che tutta l’esistenza, la conoscenza e la società, è tutto quanto una questione di cinema, di racconto da fare davanti al falò, da dipingere sui muri, da ricordare nei miti e nelle leggende… [sembra la prefazione di Gógol’ alle Veglie alla fattoria presso Dikan’ka]
E Max, la libertà, è lì, sempre sfuggente, sempre invocata, che crea e sovrintende tutto, anche se forse è solo un sogno…

Indimenticabile

Per Miller, il Beyond Thunderdome, nonostante un successo del terzo capitolo più moderato dei precedenti (che non ha impedito di farne un cult supercitato al pari degli altri), è stata la Hollywood vera: sono stati Spielberg e Landis che lo ingaggiano in Twilight Zone, è stata la Warner Bros. che gli rimontava Witches of Eastwick e, molti anni dopo, gli annullava la Justice League; è stato trovare soldi per Lorenzo’s Oil, e poi è stato finanziarsi finalmente da solo e trovare strepitosi successi in proprio, di nuovo a metà tra etnografia (stavolta etologia) e mito (Babe e Happy Feet, che fanno anche incetta di Oscar oltre che di soldi, anche se più in coda lunga che in bestselling)… tutti, però, per un target, i bambini, molto diverso da quello di Mad Max

Fury Road arriva ben 30 anni dopo Beyond Thunderdome

ma lo spirito di Max vi permane immutato, e forse ancora più ruggente!

…continua nella parte quarta

Una risposta a "Un po’ di Mad Max, parte III"

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  1. Molto interessante questa tua analisi! Io con Beyond Thunderdome fallisco nell’andare oltre le terribili musiche anni 80 e il ritmo spezzato dall’esistenza di quasi due film diversi in uno… Poi non reggo Tina Turner, non riesco a prenderla sul serio. È quello che ho visto meno di quattro, ma a leggere ciò che hai scritto mi hai fatto venire voglia di rivederlo… Dovrei pure comprarlo, è l’unico che non ho in DVD/Bluray! O.o

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