Un nuovo «Lion King»

Mi aggiungo al coro di quelli che certe operazioni non le capiscono…
E non posso che rimestare in vecchie storie che questo blog rimescola ogni volta onde sviluppare questo concetto…

QUESTIONE NUMERO UNO: LA REALTÀ

Che il cinema, nell’idea Lumière, sia nato come documentazione del reale, sì, può darsi anche che sia vero (ma non dimentichiamoci che parliamo del 1896: nell”800 era considerato scienza anche lo spiritismo)… ma è anche vero che Lumière ben presto s’è accorto che vero non era per nulla (se ne parla in Elogio di EVA): o meglio, precisiamo, Lumière per tutta la vita s’è considerato uno scienziato, ma i film di fiction li faceva in ogni caso spesso e volentieri!

Sicché tornare a dire che con questi remake si rendono realistiche cose che realistiche non erano, boh, a me fa sempre ridere… anche tenendo conto che si sta facendo un film realistico in cui i leoni chiacchierano recitando l’Amleto senza avere i testicoli, come nota ridancianamente Maurizio Merluzzo… cioè, fai il film realistico coi leoni, ma i leoni non hanno i testicoli… boja…

La voglia oltranzistica di realtà travalica verso il nonsense in film come questi, dato che, non è una novità, il fittizio tracima anche dove la realtà dovrebbe farla da padrona…
I documentari sono girati e montati e quindi sono essi stessi finti anche quando documentano il vero… poiché la realtà del profilmico è annullata ogni volta dal processo di ripresa…
Qualsiasi ripresa di un evento sportivo, come di un evento politico, si vede, nella pluralità di canali informativi che abbiamo oggi, quanto cambi e radicalmente se vista con telecamere e regie diverse (una partita su Sky è uguale a una partita vista sulla RAI? probabilmente sì, ma nei racconti che si faranno chi vede le due riprese coinciderà? e coinciderà con il racconto di chi ha visto la partita dal vivo in tribuna? e di quello che l’ha vista dal vivo in curva? — il servizio del TG2 sul Conte Bis è uguale al servizio di La7? o intervengono problematiche di edizione e quindi di fintizzazione dell’evento?)…
Inoltre, è controprovato che è l’immaginario che conduce un certo modo di creare l’audiovisivo, con una serie di inganni che sembrano connaturati all’occhio…
Quando Andrew Adamson realizzò Shrek, nel 2001, ci mise una scena contro sole, e la arricchì con i caratteristici esagoni di luce (uno dietro all’altro progressivamente più piccoli), propri di una ripresa su pellicola (quando il sole penetrava nel diaframma, le cui membrane si aprivano appunto a esagono), anche se il suo film, essendo di animazione CGI, non era un film girato: non aveva una macchina da presa presente sul set; non ce l’aveva un set; non fu girato al sole! Ma Adamson ci volle lo stesso gli esagoni di luce…
Perché?
Perché nella mente umana, abituata e forse assuefatta a un secolo di cinema, la ripresa contro sole *implicava* una serie di esagoni di luce *per forza*: se non ci fossero stati gli esagoni, il film sarebbe apparso impossibile, ancora più impossibile di quello che era! Anzi, non sarebbe stato considerato un film! Senza quegli esagoni gli spettatori di Shrek sarebbero tutti andati in botta psichica come Luigi Pirandello, nel Fu Mattia Pascal, si immagina succeda alla marionetta che vede lo strappo nel cielo di carta del suo teatrino! Un’impasse esistenziale!
Naturalmente non è affatto così: nel 1993, Henry Selick, in un film di animazione virtuale in stop-motion, Nightmare Before Christmas, ce la mette una ripresa contro sole, ma non ci fabbrica affatto degli esagoni di luce, e a nessuno fregò un accidente!
Ma Shrek era uno dei primi film mainstream in CGI, tecnica già da 5 o 6 anni criticata per il suo essere un fintume pauroso, e allora la nobilitò con gli esagoni di luce…
Ma era una suggestione, una sciocchezza…
Una sciocchezza, però, del tutto comprovante quello che si dice: che realismo e finzione, al cinema, sono parte di un tutto, coinquilini consustanziali di un mondo di luce e colore…
E non lo sono soltanto al cinema…
Quando inventarono i primi players di mp3 per computer non gli dettero un design identico ai giradischi e ai mixer? Non disegnarono interfacce grafiche con il volume che si alza e si abbassa con manopole e levette? e non fecero somigliare le uscite audio a delle piccole casse?
Tutto per rendere più facile la sopportazione della novità a dei cervelli che a quella novità dovevano reagire e relazionarsi… perciò il virtuale finto fu in qualche modo *conformato* a un analogico vero…
Sicché un film come questo, come Lion King del 2019, perché lo si fa con la pretesa di realismo…??? Anche quando le permeabilità tra vero e finto incorrono così spesso nella vita di tutti i giorni?

QUESTIONE NUMERO DUE: IL FRAINTENDIMENTO

Lo diceva, fantasticamente, Rutger Hauer a proposito di Blade Runner 2049 (e se ne parlava giusto oggi con amici nei commenti a L’ottava vibrazione) [sull’opinione di Hauer vedi anche il numero 18 del Papiro del ’17/’18]: il Blade Runner del 1982 NON PARLAVA di replicanti ma di quello che voleva dire essere umani… come mai se ne fa un remake, o un seguito, in cui si parla solo di replicanti e dei loro immaginati messia?
Perché lo si fraintende: perché si scambia la sostanza con la superficie…

Il Lion King del 1994 era un film coi leoni?
mi sembrava di no…
Mai come allora un film di animazione aveva reso i personaggi così espressivi, così *umani*…
Gli occhi di Nala piccola, terrorizzati dalla vista del cimitero degli elefanti, così come la noia di Nala, mentre la leccano per il bagno, ad ascoltare i piani di Simba di andare alla pozza dell’acqua, erano cose RECITATIVE meravigliose, ottenute da Aaron Blaise con Niketa Calame…
Scar era il capolavoro recitativo di Jeremy Irons, a cui Andreas Deja non faceva che fornire una maschera, adatta e cucita sulle intenzioni dell’attore… e così James Earl Jones con Tony Fucile, Robert Guillaume con James Baxter, Rowan Atkinsons con Ellen Woodbury, Nathan Lane con Michael Surrey, Ernie Sabella con Tony Bancroft ecc. ecc.
Matthew Broderick ERA Simba e Moira Kelly ERA Nala nel Lion King del 1994…
ERANO ATTORI CHE RECITAVANO AMLETO CON MASCHERE DI LEONE fornite dagli animatori!
un qualcosa a metà tra l’atellana e la commedia di carattere! Tra Menandro e Ruzante! Era Shakespeare fatto da Ruzante, con le maschere di leone costruite da altri performers/costumisti!
e un qualcosa di simile anche a certi balletti di Stravinskij (Les Noces, Renard, Histoire du Soldat), in cui il personaggio è agito in voce da solisti cantanti, in orchestra, e in corpo da ballerini, sul palco!
o anche allo stesso teatro di marionette, in cui il personaggio è l’insieme della voce, della marionetta e il marionettista!
Questo era il Lion King del 1994! Oltre che una seria ricopiatura del Kimba, il leone bianco di Osamu Tezuka, aber das ist eine andere Geschichte… [l’analisi “shakespeariana” supertop del Lion King ’94 rimane quella contenuta nel Walt Disney e il cinema di Roberto Lasagna, Milano, Falsopiano, 2001, ristampato come Walt Disney. Una storia del cinema nel 2012]

Cosa c’entravano i leoni?
I leoni erano la superficie, il décors, il ninnolo, la scusa, l’ambientazione non certo la sostanza…

Favreau ha inteso i leoni come la sostanza…
e ha fatto il National Geographic, con i leoni senza testicoli, ma che pretendono di essere leoni…
e i leoni non hanno espressioni…
i leoni non sono Jeremy Irons…
i leoni non sono Chiwetel Ejiofor…
non sono Beyoncé e non sono James Earl Jones…
…sono solo leoni…

QUESTIONE NUMERO TRE: ANNACQUAMENTO

ma con solo i leoni il film si annacqua…

le canzoni, senza il supporto del tipo di rappresentazione para-teatrale del ’94, non hanno ragione di esistere…

Favreau ha a che fare con figure virtuali: è roba che realizzano molte persone in diversi studi su diversi terminali digitali…
Una volta che hai fatto il leone di spalle che si muove in un certo modo (lo dicevamo in Beauty and the Beast) non è che lo rifai se decidi di aver bisogno di un inserto che velocizzi l’azione…
L’inserto lo devi decidere prima…
Ma se vuoi l’azione veloce significa tante inquadrature in più…
Ma le inquadrature mica le fai te sul set… le fanno i tecnici col computer… più inquadrature, più tempo e lavoro…
E sono cose che si potrebbero anche fare, pianificare, con storyboard, con riunioni per decidere cosa e come si fa…
Ma tutto questo è tempo, è denaro…
Se si fanno belle riprese lunghette, con stacchetti standard, si fa prima… si spende meno… e ci si concentra meglio sulla figura virtuale, la si rifinisce molto meglio rispetto a come si farebbe in una inquadratura piccola, di breve durata, magari da un’angolazione stramba…

il risultato di tutto questo è un film noiosetto, amorfo, con tensione zero, scene d’azione mai efficaci (la carica degli gnu non rende affatto: sembra un picnic), in cui le voci degli attori (tutti anche abbastanza ben intenzionati, poveracci) squittiscono su animali virtuali da National Geographic marmorizzato, così vero quanto non interessante…

QUESTIONE NUMERO QUATTRO: VITA VS CINEMA

E il vero non è interessante perché, si sa (da Roberto Longhi in poi), il vero è una cacchiata: il vero ha i tempi morti, il vero è banale, il vero è ripetitivo, sciocco, deprimente, il vero non dice niente… ed è per questo che il vero ha bisogno di essere plasmato in storie, ed è per questo che, dall’alba dei tempi, l’uomo organizza il vero in storia, ed è proprio per questo che l’uomo non riesce a distinguere vero da finto, ma sa come conoscere e conoscersi solo dallo scontro dialettico tra quelle due componenti (vero e finto), scontro in eterna e costante riproposizione (queste cose vengono abbastanza fuori nei post su Spielberg)…

Uno dei testi cardine su quest’argomento è La nuit américaine di François Truffaut (1973), oltre a tanti altri film, anche di quest’anno (vedi Dolor y Gloria, e sull’argomento si potrebbe citare, tra le altre cose, Cibernetica e fantasmi di Italo Calvino, 1967-’68)

Per questo problema di non avere attori completi, ma solo voci su leoni finti che fanno finta di essere veri e quindi sono noiosi e banali, il film fa acqua da parecchie parti, e cerca di salvarsi allungando il brodo: Jeff Nathanson (uno degli sceneggiatori di Spielberg) cerca di illuminare di più il regno di terrore di Scar, riorganizza in termini negativi Timon & Pumpaa (a cui tarpa diverse ali comiche che avevano 25 anni fa), tramortisce Rafiki a personaggio quasi muto, rende seriose ai limiti del tragico le iene, annulla qualsiasi ironia che invece nel 1994 c’era (tutte le battutine spariscono), in un film che finisce per prendersi sul serio, cupo, tragicone, ma in modo ridicolo involontario, visto che si sta parlando di un film in cui i leoni cantano con le zebre, e in cui i leoni non hanno i testicoli! cosa fai il serio se sei senza i testicoli? cosa fai il tragico se canti con le zebre?

Le musiche si tramortiscono in noia e si agghiacciano in lunghezza, e le canzoncine, lo ripetiamo, non trovano affatto un posto comodo nel tragicume ridicolante, e quindi il comunque ingente lavoro, che si capisce essere stato fatto da Hans Zimmer e Pharrell Williams, viene quasi buttato via…

È un film che lascia perplessi
Che non sai cos’è
Che si fa, come Il primo re, solo per far vedere che si possono creare lemuri finti saltellanti che sembrano veri, senza preoccuparsi del perché farlo…

Un film che somiglia, più che al Lion King del ’94, al Dinosaur di Eric Leighton e Ralph Zondag del 2000: un film così preoccupato di far vedere quante squame di dinosauro era in grado di generare la neonata CGI disneyana (in concorrenza con quella della Pixar), e di quanto quelle squame fossero appunto realistiche, da dimeticarsi di scrivere una trama, di essere plausibile, di organizzare quella realtà in racconto, quel banale vero in ficcante finto che, dal fittizio, giunga al vero… [e questo è vero anche sapendo che Dinosaur, agito da figure CGI che si muovevano in ambienti veri, era il top dell’avanguardia animata del momento, altro che Pixar!]

Questo è il Lion King di Favreau:
è una prova di forza tecnica di dimostrazione di quello che si può fare col mezzo…
una convention di ottica animata fotorealistica…

…un film non è di sicuro…

6 risposte a "Un nuovo «Lion King»"

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  1. A me il remake non è dispiaciuto, sarà anche perché mi ricordavo poco l’originale. Poi, chiaramente, questa politica di rifare tutti i classici è puramente per i big money.

      1. Mah, l’alternativa era usare leoni veri, credo. Non mi è dispiaciuta la grafica, poi chiaro che non si può parlare propriamente di live action come per gli altri remake, ma come film d’animazione non è male.

      2. Vabbè, hai letto che non sono granché d’accordo, perché manca proprio l’interazione, diciamo pure l’identità, garantita dall’animazione (anche quella CGI e Motion Capture), tra personaggio e attore. Questi leoni non sono “attori”, e incarnano assai male le intenzioni delle voci. — se si poteva fare una cosa tipo «L’orso» di Annaud? Con animali veri? — Forse sì… ma forse anche no… — l’alternativa era non farlo, ovviamente…

  2. E’ un periodo in cui ho ripreso a vedere un sacco di anime e mi trovo continuamente a pensare alle possibilità infinite dell’animazione; di contro, vedere nello stesso momento questa operazione Disney di opacizzare tutti i classici in un’amalgama irriconoscibile mi fa proprio male dentro (oltre che irritarmi quando parlano di “live action” per film in cui ci sono leoni e cani in cg che parlano).

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