«L’ottava vibrazione» di Carlo Lucarelli

Ancora un libro di dieci anni fa (2008), come Vargas… ancora Stile Libero, anche se l’ho letto nella ristampa del marzo 2010 della SuperET: un volume di carta riciclata danese, usata in molti libri Einaudi di oggi (anche Proletkult era della stessa carta), che mi è sembrato molto “chilogrammico”: può essere usato come arma di difesa personale…

Il mio rapporto con Lucarelli è rocambolesco e avevo anche iniziato a esporlo, ma ho concluso che abbisogna di un post apposito…

Qui basti dire che mi aspettavo un gialletto, magari meglio degli altri, ma un gialletto… proprio una continuazione sul tema del giallo intelligente che avevo trovato in Vargas…

Invece, nell’Ottava vibrazione ho scoperto molto di più…

Aspettandomi la svolta narrativa del mystery ho letto ben un quarto di libro in maniera molto annoiata, dicendomi «dove cacchio è il delitto!?»

Poi ci entri dentro, scoprendo uno dei testi più ficcanti della metafora politico-sociale italiana del nostro tempo…

Perché questo si fa parlando di passato: si impara il presente…

Una cosa molto poco accettata da molto mainstream cinematografico odierno:
Roma è una sciocchezza così interessata nel volerci far vedere come si viveva nei quartieri alti del Messico nel 1970 da non chiedersi affatto perché mostrarcelo…
Il primo re è così ansioso di tratteggiare un’ambientazione il più possibile “storica” delle tribù laziali del 750 a.C. che non si domanda perché la si debba tratteggiare…
Quentin Tarantino si avvia a distribuire un film così grondante di 1969 che, probabilmente, non conterrà alcuna domanda sul perché ci si debba interessare del 1969… [un film che poi mi sono trovato ad adorare]

E sarebbe facile rovesciare il discorso: «occuparsi del passato in modo così minuzioso è necessario per conoscere il mondo presente in ogni caso, anche se l’aggancio al presente non c’è, come non c’è in nessuno studio di etnologia, per esempio: sapere come vivono i pescatori del Vanuatu è utile a noi occidentali anche se, in quello studio, non esiste alcun effettivo “paragone” tra il vivere polinesiano e quello occidentale: il “paragone” affiora automatico, come affiorerà da Tarantino e come affiorava da Cuarón e Rovere: sei solo tu che non l’hai cólto!»

E sarebbe facile anche dare ragione al rovesciamento…

Ci sta…

Per cui, forse, non può intervenire che il gusto, del quale non si può parlare, perciò basta…

Senz’altro a gusto, quindi, L’ottava vibrazione è quello che io voglio e auspico da un qualcosa che parli di passato
Un’affresco stupefacente di un’epoca, di quel che vi si faceva e di quel che vi si pensava, costruito, ricostruito e rievocato, pulsante e vivo, NON per puro compiacimento modellistico (Lucarelli non è di quelli che costruiscono il trenino e se lo guardano viaggiare sui binari finti che sembrano veri: quello, secondo me, fanno Tarantino, Rovere e Cuarón), ma per magnifica INDAGINE di quanto quel passato sia ancora nel presente, quanto sia scomparso, quanto si sia trasformato, nell’accezione che il presente si produce col passato, e che guardando il passato si plasma il presente…

Per capirci meglio rimando a certe spiegazioni antropologiche (che vi avrò sicuramente già detto) del perché le popolazioni preistoriche identificassero molte divinità negli animali…
Perché gli animali erano cibo?
Forse… ma allora perché certe specie erano così sacre da non poter neanche essere allevate?
Per non sacrificare il raccolto, pensato per l’uomo, nel foraggio di un animale: si divinizzava un maiale così la gente non lo allevava e se non lo allevava non gli dava da mangiare, così che le ghiande potessero essere mangiate da altri umani che, senza ghiande che sarebbero andate al maiale, sarebbero morti di fame (spero sia chiaro: questa è la tesi utilitaristica di Marvin Harris, Cannibals and Kings. The Origins of Cultures, New York, Vintage, 1977, tradotto in italiano Cannibali e re. Le origini della culture da Marco Baccianini per Feltrinelli, Milano, nel 1979)…
Ma questo spiega perché si divinizzassero animali dopo la grande rivoluzione agricola… ma come spiegare il perché di animali/dèi, intrecci di uomini e animali, precedenti, presenti nei cacciatori-raccoglitori che gli animali non li hanno mai allevati!?
Claude Lévi-Strauss (vedi per esempio La pensée sauvage, Paris, Plon, 1962, tradotto come Il pensiero selvaggio da Paolo Caruso per Il Saggiatore di Milano nel 2010) l’ha pensata come una divinizzazione che avesse finalità cognitive
Un uomo debole, precario, che crepa dalla fame, con un corpo inadeguato a far tutto, ha a che fare con ghepardi e pantere molto più forti di lui e molto più capaci di procurarsi cibo… finisce che quell’uomo precario, guardando le pantere, i ghepardi, le scimmie ecc., si metta a *imitarli* (oltre che a rubare loro, quando sono assenti dalle tane, il cibo), a *misurarsi*: si metta anche lui ad arrampicarsi sugli alberi e ad agguantare frutti e altre bestie, si metta anche lui a organizzarsi socialmente, si metta anche lui a “cacciare in branco” ecc… — per capirsi: guardando l’animale l’uomo *diventa* uomo, si fa uomo: guardando l’animale c’è un processo di antropopoiesi (l’uomo che si fa uomo; vedi anche Bestie o dei? L’animale nel simbolismo religioso, a cura di Alessandro Bongioanni ed Enrico Comba, con introduzione chiarificatrice di Francesco Remotti, Torino, Ananke, 1996): proprio grazie all’animale, l’uomo diventa quello che è, si migliora, si testa, si “evolve”, e diventa il cacciatore-raccoglitore… e per questo sogna connubi tra uomini e animali, pezzi di animale nel corpo di uomini e viceversa, e poi eleva questi connubi a esseri ideali da “sacralizzare” come entità superiori, perfezione a cui tendere crescendo, nella convinzione che animali e uomini sono consustanziali nella medesima realtà e che l’unione tra essi, certamente ideale e poi sacra, sia da auspicare quanto più possibile…

Lucarelli, in L’ottava vibrazione, fa una sorta di presentopoiesi (!?) di semeropoiesi o semerapoiesi (σήμερα, sémera, è il presente: è un vocabolo che mi sto inventando arrampicandomi sugli specchi)…
Lucarelli, guardando il passato, *fa* il presente, e considera il connubio, la permeabilità, e perfino la consustanzialità tra passato e presente, l’optimum a cui tendere per creare un presente “vero”…
Il passato che ci narra, nel 1896, in Eritrea ed Etiopia, a ridosso della Battaglia di Adua, è passato ma è anche presente, e, dopo 10 anni, presente ancor di più…

Il razzismo e il pressappochismo di allora è quello di oggi, il machismo di allora è quello di oggi, la condanna dei gay di allora è quella di oggi, il sadismo militaresco di allora è quello di oggi, e il dedalo di dialetti, etnie, toponimi e persone, che disorienta quasi il lettore, era quello di allora ed è quello di oggi, e proprio oggi quel dedalo multietnico spaventa l’elettore… un elettore afflitto che si comporta come i protagonisti italiani di allora: negano l’evidenza, non conoscono, disprezzano, magheggiano e arraffano (nell'”illegalità legale” del magna-magna che tutti sanno ma che non si può combattere perché su di essa si basa tutto il sistema), sottovalutano e vanno a cazzo, fino a una sconfitta immensa, una disfatta che è morale e personale prima che storica (e storica fu a livello gigantesco, essendo stata Adua la prima débacle militare di un esercito colonialista, prima breccia nel muro del colonialismo che Ðiện Biên Phủ, 60 anni dopo, non fece altro che allargare), che però viene negata, allora come oggi, per essere trasformata in elegia di trionfo, in mito, perfino in eroismo (proprio la vendetta di Adua ispirò la scelta di una nuova invasione fascista all’Etiopia nel 1935)…

Cercando il gialletto, mi sono imbattuto in una sorta di capolavorone centrale sull’Italia di oggi metaforizzata nell’Italia del 1896, sulfureo di un erotismo molto “concreto”, venato di immagini surrealiste quasi horror, improvvise e ricorrenti (la bambina che danza senza seguire la musica che l’accompagna sembra un frame di quelli strange di Rob Zombie o David Lynch), e ritmato da flash della mente dei protagonisti, che lampeggiano in una narrazione per il resto asciuttissima, serratamente ancorata ai personaggi in false soggettive che un narratore, come una macchina da presa che lo sembra ma che mai è davvero onnisciente (uno sguardo diegetico simile sia a Vargas sia a Wu Ming: o così l’ho visto io perché l’ho letto proprio dopo questi), sciorina con sapienza ed essenzialità… Un’esattezza “realistica”, scarna e diretta, che si slabbra in corruschi strappi di pensiero, di anti-realismo, perfino di espressionismo, la cui concatenazione si struttura in una scorrevolezza non facile, che riparte quasi da capo in ogni capitolo (ognuno è quasi un episodio che sembra perfino autoconcludersi: sono ben 57 le sezioni numerate, mai davvero lunghe, più 16 extra senza numero che o illustrano profonde analessi o descrivono fotografie dell’epoca, in maniera del tutto identica alle istantanee che ricorrono in Roma, senza condividerne la gratuità, essendo queste fotografie non ninnoli decorativi ma esse stesse parte della storia), e che conduce piano piano alla catabasi, in una tensione che monta sempre più e che è ancora più accentuata dall’andamento lento, quasi alla Sergio Leone, o alla Hitchcock, o Kubrick, anche perché, essendo un qualcosa di Storico, si sa, come in Titanic, qual è il disastro che arriverà…
Finisce che il libro, come dicevo in Vargas, si legge quasi come una serie TV, con tanti personaggi e tante vicende, che condividono solo pochi elementi e che non si “intrecciano” più di tanto, essendo il luogo e il momento, lo spazio (l’Africa) e il tempo (il 1896), le cose comuni, i veri “protagonisti”…
Somiglia, per struttura, quasi a quei telefilm corali alla ER, o perfino alla Desperate Housewives, e anche al film A Serious Man dei Coen (2009), sì principalmente monopuntuale e a protagonista unico (mentre nell’Ottava vibrazione i personaggi sono decine), e anche molto più fatalista, ma contrappuntato da tante storie e contingenze precedenti a un disastro finale che mette fine a tutto, in un intento similare a quello di Lucarelli… E questo anche se Lucarelli fa, pur nella consapevolezza nichilista, meno tabula rasa: alcuni si salvano, proprio perché più adatti ad aprirsi al meltin’ pot africano, in un finale quasi simile a quello dell’impillaccheratissimo Body of Lies di Ridley Scott: nell’Ottava vibrazione si “salvano” davvero coloro che più degli altri hanno amato e hanno vissuto il meltin’ pot, gente che sbalza in un ambiente caratteriale invece del tutto ostile all’Africa, alla Colonia, al diverso: chi invece il diverso lo ha amato, ce la fa, pur malconcio, a tornare a casa… (in Body of Lies, DiCaprio è l’unico ad ammettere che il casino israelo-palestinese c’è anche perché quella terra desertica ostile diversa, di fondo, non *piace* proprio a nessuno)

L’ottava vibrazione è del 2010…
Scajola non sapeva chi gli pagava la casa…
Berlusconi disegnava il disastro delle università (la Gelmini) e ripensava al nucleare (proprio un anno prima di Fukushima: tempismo perfetto), mentre magagnava pesantemente per sfruttare economicamente il terremoto a L’Aquila del 2009 con New Town e Piano Casa mediante la corrotta Protezione Civile di Bertolaso…
Roberto Maroni, Giorgia Meloni e Matteo Salvini criminalizzavano col pugno di ferro rom, sinti e rumeni, rinchiudendoli in ghetti fatiscenti apposta per loro…
Gli USA del neo-eletto Barack Obama facevano fatica a districarsi con le ultime propaggini delle quasi decennali guerre di vendetta per le Twin Towers iniziate da Bush jr., cercando una progressiva ritirata (già dal 2009, data convenzionale della fine di quei conflitti)…
Le primavere arabe scoppiano solo a dicembre 2010, Bin Laden muore ufficialmente nel 2011, e nessuno sapeva ancora dell’ISIS, che attacca Parigi dal 2015 (a gennaio Charlie Hebdo pare sia stato rivendicato da Al Qaeda, ma a novembre al Bataclan c’è l’ISIS, se tali distinzioni sono da prendere per effettive)…

Oggi l’ho letto con la crisi di governo, con Salvini e Meloni che indicano come mali atroci quei ghetti che proprio loro hanno aperto…
La paura del diverso e del meltin’ pot, proprio a causa dell’ISIS (fermo, in Occidente, dal 2016-’17), è atroce… e la cosa alimenta una irrazionale paura del “migrante” che, lo si dice spesso, inquina qualsiasi discorso e qualsiasi reazione… La autentica catabasi dei sistemi capitalistici del magna-magna dell'”illegalità legale”, vera causa delle orde di “migranti” demonizzati, appare ben lungi dall’essere compresa (figuriamoci “risolta”)…
Inoltre, il sovranismo («L’Italia è degli italiani», che fa il paio con Brexit, «American great again» di Trump e il «Brasile è dei brasiliani» di Bolsonaro), alimenta quella catabasi capitalista quasi dicendo «non c’è nulla da fare, il capitalismo è finito, e lo dimostrano le masse povere africane e messicane che si rigurgitano in Europa e USA, per cui c’è da correre ai ripari e arraffare quanto più possibile, e nel caso, anche sfruttare laddove non s’è ancora sfruttato (e per il Brasile tutto questo ha portato agli incendi niente meno che dell’Amazzonia)» [il comportamento irrazionale capitalista è ben spiegato anche in Naomi Klein, This Changes Everything: Capitalism vs. the Climate, New York, Simon & Schuster, 2014, tradotto come Una rivoluzione ci salverà. Perché il capitalismo non è più sostenibile da Monica Bottini e altri per Rizzoli (Milano) nel 2015]

Gli italiani si muovevano nel 2010 e si muovo oggi nel 2019 come gli italiani davanti ad Adua: ignari della disfatta, ma forieri di tutti i comportamenti di odio, diffidenza e prevaricazione che quella disfatta l’hanno effettivamente provocata…

I Coen di A Serious Man e Catch-22 di Joseph Heller (anche questo un libro che cito spesso) concluderebbero che anche senza quei comportamenti la sconfitta sarebbe arrivata (e arriverà) lo stesso, perché così è, e così sarà sempre nel degrado inevitabile dell’entropia…

Lucarelli, con il suo andamento, sì farraginoso ma tutto “centrato” quasi teleologicamente verso la catabasi, così come con l’orologeria delle tempistiche delle singole storie che giungono a sincronizzarsi con l’avvicinarsi della catastrofe con innocenza ultraterrena ma anche con puntualità micidiale (le diverse componenti del racconto si riassommano quasi come quelle di The Killing di Kubrick), forse vuole velare il suo finale con nuance alla Watchmen, con un accenno all’inevitabile entropia, qualunque cosa succeda…

Però, certe “speranze” e certe scene commoventi (la separazione di Serra da Asmareth, l’uccisione atroce di Gabrè) fanno invece pensare che per Lucarelli i buoni possono esserci al di là del fatalismo, e che se ci fossero stati di più l’entropia sarebbe stata almeno diversa…

Con l’aria che tira non c’è che augurarsi davvero un’entropia diversa, da produrre e determinare con comportamenti diversi…
E L’ottava vibrazione è magnifico ad “ammonirci” e farci riflettere in tal senso…

Leggere assolutamente la recensione di Wu Ming 1!

39 risposte a "«L’ottava vibrazione» di Carlo Lucarelli"

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  1. Il like è da intendersi tutto per te e per l’entropia narrativa che sai creare.
    A Lucarelli al massimo un tozzo di pane secco :D ;)

  2. Nuoooo!
    Almeno «Almost Blue»!
    [io Lucarelli lo conosco poco eh: nel post scartato del mio rapporto con lui si capiva che quel rapporto, infatti, c’è poco: è solo il quinto che leggo di lui…]

    1. Almost blue sì, ma lo annovero tra i film visti, così come Io non ho paura. In realtà più volte mi son detta: sarebbe ora di tastare Lucarelli, ma poi una sensazione di già provato mi spingeva via. Non so da cosa nasca.

  3. Non sono sicuro se considerare Adua la prima debacle colonialista, ma effettivamente ha avuto l’effetto di rimandare di decenni la conquista dell’Etiopia. Ok, so che il focus dell’articolo è il libro, ma la mia mente è andata ad altri ragionamenti. 😁

    1. Uh, sì sì — io non ho la competenza per affermarlo con certezza: mi limito a segnalarlo come fatto statistico [e a riportare quanto ho letto] — magari fu la prima sconfitta di un esercito europeo (colonialista) in Africa (ed è una cosa che lo stesso Lucarelli nel romanzo ripete spesso), ma, a quanto ne so, il colonialismo fu ancora bello vispo per molti decenni anche dopo Adua [e, a mio avviso, il colonialismo, per certi versi, mica è mai davvero tramontato, vedi i casini a Hong Kong, la dipendenza della Silicon Valley dal coltan e quella degli USA da certo petrolio venezuelano, nonché la disastrosa situazione della Libia per “voglie” russe, turche, francesi ecc.: ma sto sragionando] — indubbiamente, però, se esistesse una “teoria storica” del colonialismo otto-novecentesco, sarebbe davvero affascinante vedere una linea diretta tra Adua e Ðiện Biên Phủ [proposta nella recensione linkata di Wu Ming] come “linea impalpabile liminare” degli inizi del declino [ma non sono uno storico, e non so di cosa parlo]

      1. Be’, gli inglesi furono sconfitti a Isandlwana nel 1879 e a Karthoum nel 1885, però in quei casi si trattò di arresti temporanei di un processo terminato comunque con successo pochi anni dopo. È il motivo per cui in un certo senso Adua non è il primo caso, ma al tempo stesso lo è.
        Neanch’io sono uno storico, ma queste cose mi affascinano un sacco!

      2. Con Islandlwana e Khartoum, Lucarelli e Wu Ming avranno considerato la ‘regola del vantaggio’! Ahahahahahaha! — tra l’altro, su Khartoum c’è anche il film con Charlton Heston!

      3. Dimenticavo che se ti interessa esiste anche il film Zulu Dawn (1979) su Isandlwana, sorta di prequel di Zulu (1964) che ho preferito.

  4. Vorrei spezzare una lancia a favore di Tarantino: secondo me il suo film sulla fine di un’epoca hollywoodiana è molto vicino a quello che stiamo vivendo con un’altra fine di epoca cinematografica, cioè quella dei grandi autori di cui tutti aspettavano con impazienza i film. In assenza degli ormai vecchi o defunti De Palma, Scorsese, Carpenter, Romero, Polanski… il cinema oggi è segnato dai cinecomics, gli unici veri grandi eventi. Di Tarantino, che piaccia o no, possiamo almeno dire che sia uno dei pochi registi rimasti che porta al cinema la gente facendo roba interessante ed originale!

    1. Inutile dire che non sono affatto d’accordo, o, per lo meno, interessante forse (e vedremo) ma originale (essendo Tarantino un post-moderno puro) direi proprio di no… — ma io odio Tarantino eh: «Django» m’ha ammazzato, «Hateful Eight» non m’è andato al di là del “non mi è dispiaciuto”, e l’hype ruffiano che tutte le volte monta con i suoi film (e anche lui, come von Trier, c’ha la furbezza insopportabile di voler sfruttare sempre seconde versioni, extended edition e altre cacchiate: e poi ci si lamenta di Star Wars), tutti grondanti star system come nel 1951, non è affatto diverso da quello che la Warner ha montato per l’«It» di Muschietti e da quello che Marvel ci impone ogni tre mesi…

      1. Originale nel senso che non fa seguiti su seguiti e le storie se le inventa lui. Poi grondano di riferimenti e citazioni, questo è chiaro, lo fa volutamente… Per me ce ne fossero di registi così, almeno ogni suo film è riconoscibile, ricordabile. Se però ti annoia o disgusta il suo citazionismo, lo capisco!

      2. So che ne parleremo in modo molto approfondito appena vedrò «Once Upon a Time in Hollywood» e so che, partendo così prevenuto, alla fine mi piacerà tantissimo: per cui, tutto quello che sto per dire sarà ben presto tragicamente inconsistente, ma la certa qual «idolatria» che vedo indirizzata su Tarantino come “salvatore” dai cinecomics, a mio avviso, è fuori fuoco… Non farà i seguiti, ma li fa anche tutti uguali, al limite di «visti uno visti tutti»; non farà una serie alla Star Wars, ma il labirinto pubblicitario/economico che ingaggia è identico, sia in promozione sia in sfruttamento di divi; le storie se le inventerà, certo, ma sono 25 anni che si crogiola su stilemi tematici e visivi costanti, che è il peggio per un autore, quando «applica uno stile invece di scoprire un linguaggio»; inoltre, la divisione in capitoli, come lo splatter della violenza, oltre che la spessissimo smisurata durata, denotano perfette identità con i cinecomics anch’essi fatti con lo stampino, sempre violentissimi e sempre lunghi 12 ore … Cioè, Tarantino fa tutto quello che fa l’industria (omologazione, pubblicità, star system logoro, merchandising di sé), ma è sentito come “anti-industria” solo perché ha un target più maturo, col quale fa gli stessi medesimi soldi che fanno Disney, Star Wars e Marvel con un target più giovane… Non so perché venga sentito come “anti-industria”, quando Tarantino È l’industria…

      3. Quello che dici è interessante e secondo me questo suo ultimo film ti piacerà proprio poco… A tratti l’ho trovato un po’ ripetitivo persino io che lo apprezzo!
        Secondo me la macchina di marketing intorno alle sue opere è inevitabile, i produttori sanno che un film di Tarantino porta al cinema gente, quindi lo pompano. Io la vedo comunque diversa dalla macchina che pompa i cinefumetti o Star Wars: Tarantino non ha creato a tavolino un piano di 15 film nei prossimi 10 anni basandosi su ricerche di mercato. Fa i suoi film quando gli pare e su cosa gli pare, non ci sono trenta serie TV spin off dei suoi film, ed è uno tra i pochi registi a cui non vengono imposti paletti creativi (nei film marvel dc e star wars ci sono shooters, non registi).
        Insomma, sí, suppongo che ne potremmo dibattere a lungo, però io di differenze ne vedo. Il problema è che capendone un millesimo di cinema rispetto a te so già che sto sbagliando! X–D

      4. Ma no! Ahhha! Io ormai sono vecchio e barbogio, e di industria hollywoodiana non capisco più un’acca! — e magari è vero che lui è “autore” e che riesce a imporsi a burocrati, mentre i poveri Russo, Muschietti, Johnson, Abrams ecc., come giustamente dici tu, sono ragionieri del ruollino di marcia di un set già studiato a priori… però, forse, e dovremo constatarlo magari non noi ma chi si occupa di storia dell’industria cinematografica in modo approfondito (una disciplina, per altro, che, in Italia, ha appena finito di fare i conti con la New Hollywood anni ’70 e la svolta crossmediale del 1989: ci vorrà un po’ perché sappia trovare spiegazioni teoriche per l’avvento sistematico del cinefumetto nel 2000, a parte l’aneddotica o la cronaca che, ovvio, ce n’è anche troppa — e non scordiamoci che ancora oggi gli storici seri non riescono a spiegare in modo inequivocabile, a livello teorico, né il 1968 né il fascismo, quindi chissà che non si trovi mai la quadra teorica degli X-Men!), siamo forse anche di fronte a quel momento di ibridazione tra avanguardia e mainstream che c’è stato altre volte, per esempio:
        The Graduate di Nichols, 1967, inventò la canzone rock da affibbiare al film, gli attori giovani e le tematiche ribellistiche, e Nichols lo fece “contro” Hollywood, ma Hollywood se ne appropriò, e da allora tutti i film industriali ebbero canzoni, attori giovani e tematiche ribellistiche: l’avanguardia si fece istituzione e i registi, come Nichols, che si misero a mettere Bob Dylan tra gli attori, da che parte erano? erano avanguardia? o già industria? difficile ormai districarlo (e l’inclinazione personale dei singoli registi non ci aiuta affatto nel capire come il pubblico sentì la cosa: The Godfather cos’è stato? grande capolavoro d’avanguardia? o imposizione ricostituita di un mainstream?; e Spielberg e Lucas? autori nuovi e ribelli o agenti della reazione degli studios?)…
        Aleksandr Nevskij di Ejzenštejn e Prokof’ev, 1938, capolavoro “avanguardistico” da cui i film staliniani di propaganda copiarono a man bassa: come considerarlo? Super-autore o “plasmatore” di regime cinematografico?
        Boh
        Mi sa che andrà a finire che Tarantino è stato come Giacomo Puccini o Richard Strauss, insieme avanguardia e industria, ma forse proprio per quello sono pessimista: né Strauss né Puccini hanno “salvato” l’opera lirica, che è morta, in un certo senso, lo stesso, nonostante i loro capolavori singoli… ecco perché non credo che quella di Tarantino, alla lunga, sia la strada giusta per sollevarci dalle secche dei cinecomics e dei live action Disney… ma sono pessimista…

      5. Bella la prospettiva storica! Facendo un parallelo, i murales nascono come protesta ma rapidamente si trasformano in arte e ora le opere di Banksy si vendono a milioni di euro. Ma Banksy è industria? I primi a fare graffiti di protesta lo erano? Diciamo che l’industria fa presto ad appropriarsi delle idee vincenti, qualunque esse siano, da The Graduate a Lucas e Speilberg (questi ultimi, in vecchiaia, più mainstream che mai!). Per me Tarantino che nasce da un videonoleggio pieno di idee nate guardando film di serie Z per anni non nasce industria. Poi ora è una macchina da centinaia di milioni di dollari a film, ma almeno non ci sono le action figures dei suoi personaggi!

      6. Bada, m’hai fatto venire in mente un altro ginepraio bello spesso che se ci si infogna qui si sta davvero a veglia per decenni…
        Non ci sono le action figures dei personaggi di Tarantino e speriamo di non vederle mai, ma il look, la comunicazione, e la presentazione dei personaggi di Tarantino, fanno sì che quei personaggi, pur non essendo action figures propriamente, lo diventino transitivamente, poiché giovinastri e meno giovinastri, sono pronto a scommettere, appena visto il film di Tarantino si comporteranno come Pitt e DiCaprio esattamente come il ragazzino patito di Star Wars nuovo compra il pupazzetto di Poe Dameron… Perché «Once Upon a Time in Hollywood», anche se non è “regime industriale” per nascita, è comunicato come regime industriale lo stesso, con solo una piccola modifica di target… — Cioè, Tarantino non vende le action figures solo perché il suo target non le compra, ma Tarantino, lo verificheremo, potrebbe vendere vestiti e look: e siamo sicuri che marche di occhiali e pantaloni, oltre che macchine di lusso, non si assoceranno al film per vendere roba vintage? [la Aston Martin è anni che produce praticamente un particolare modello solo perché lo usò James Bond nel 1964!] — non lo so eh: in fin dei conti pochi si sono vestiti da Django, ma l’atteggiamento di Django, a livello di estetica, ha attecchito in diversi rapper; e in quanti comprarono katane finte e tute gialle dopo Kill Bill: in parecchi… — sicché, sì, action figures no, ma altri “giocattoli” più “sofisticati”, vedremo… [anche perché è un po’ che Hollywood rimesta negli anni ’60 e ’70: American Hustle, Inherent Vice, e perfino una parte di Cloud Atlas, per non parlare di Yesterday (che però non ho visto), accarezzano quegli anni: forse si può parlare di “tendenza” che Tarantino, più che creare, stavolta sfrutta al massimo? — come vedi sono prevenutissimo!, povero Tarantino!] — si potrebbe dire, e si avrebbe ragione, che in quel caso sarebbe l’industria a sfruttare Tarantino e non Tarantino a sfruttare l’industria… e sarei contento… ma vedremo se c’è qualche product placement effettivo… — ma ci sarebbe una controreplica: Tarantino non tratterà con Lacoste o Fossil per i maglioni e le scarpe, né con Cadillac per le macchine, e saranno queste marche poi a “copiare” per sfruttare il film, però, occhio, davvero Tarantino è così ignaro, facendo e promuovendo i film come li fa e promuove, del loro potenziale interessamento? e anche se fosse ignaro, una volta visto che i tuoi film vengono depredati dall’industria, ti senti comunque di andare contro l’industria se continui a farli uguali? — alla fine, e sarò cattivo, elogiare Tarantino mi sembra come elogiare Vasco come unico vate contro la musica di merda dei talent, solo perché Vasco rimane l’ultimo che si scrive le canzoni, l’ultimo che canta “sinceramente” e l’ultimo a riempire davvero gli stadi con musiche «d’autore» (!?): tutte cose che sulla carta sembrano ineccepibili se alla fine non ti ricordi che stai parlando di Vasco, cazzo, Vasco! È davvero Vasco il grande autore che salva dalla musica dei talent??? e così è Tarantino…

      7. Uh! Vasco come Tarantino, questa è una bella offesa! Io odio Vasco che la gente idolatra come rocker e che invece a me sembra solo un rincitrullito che musicalmente vale zero. E qui secondo me il paragone è un po’ troppo azzardato, perché Tarantino i film li sa girare, al contrario di Vasco che le canzoni non le sa scrivere…
        E il rap ha preso da Django o Tarantino ha preso dal rap, così come da mille altre cose, per fare Django?
        Io sinceramente product placement in Tarantino non ce lo vedo, non è Michael Bay! Semmai è un trend setter, ma bisogna fargliene una colpa? Kurt Cobain si è sparato perché era diventato ciò che odiava? Tarantino no e quindi gliene facciamo una colpa?
        Secondo me stiamo toccando temi molto interessanti e dibattiti simili ci sono e ci sono stati anche in altre arti… Io tendo a non essere troppo purista perché a essere troppo puristi si finisce a guardare solo film autoprodotti da cineasti polacchi che non scendono a compromessi… Personalmente son contento che Tarantino abbia successo. Scopiazza, sguazza nelle idee che sta usando e riusando… Però per me ce ne fossero! E non è l’unico, eh, io non lo idolatro come un vate, ci sono vari registi che apprezzo e che probabilmente sono più “puri” di Tarantino: da Neil Marshall a Vincenzo Natali, passando per Nichols (Jeff), per esempio! Senza scomodare Carpenter e Gilliam, dico! Solo che raramente li lasciano lavorare…

      8. Discuteremo all’infinito! — perché per me “saper girare” non giustifica proprio nulla, anzi… — e io non capisco proprio come la solita vicenda di nichilismo sarcastico e ironico con annessa carneficina possa considerarsi geniale dopo 25 anni — così come non capisco perché nessuno, nei suoi film, non ci veda mai furbizia e paraculaggine, dato che quei film sono anche palesi omaggi sempre al medesimo pubblico… proprio quando la furbizia e la paraculaggine è condannata se la sfornano altri registi…

      9. Io sono contento di parlare di cinema così! Ma non mi considero particolarmente fan di Tarantino, anche se mi piacciono parecchi dei suoi film, e sono curioso di sapere chi hai in mente in quanto a paraculaggine per vedere se mi conformo a questa categoria di cinefili che hai in mente o no! :–)

      10. Dé, allora si va avanti a mille! — Per paraculaggine intendo quella dei registi, non degli spettatori… A Tarantino viene sempre perdonata, mentre ad altri mai… — in tanti, io stesso, disprezzano J.J. Abrams perché è post-moderno, perché copia dai Goonies, facendo mera nostalgia (paraculaggine); e io sono d’accordissimo… però quando Tarantino copia da Damiano Damiani, facendo nostalgia di quando era piccolo e vedeva Damiani in TV o quando lo guardava nelle VHS da lui noleggiate (paraculaggine), allora Tarantino è un genio… e uscirsene con «Tarantino però gira meglio»: beh, boh, non lo so, forse sì, o forse no: la tecnica è neutra? è oggettiva? perché se si parla di tecnica allora tutti i film li potrebbero girare i grandi aiuto registi e i grandi tecnici (me lo ricordo un film fatto da soli tecnici, era Eragon: era bello? mi sembrava di no…) — oltre alla paraculaggine, a Tarantino si perdona tutto il resto solo perché è Tarantino…: quando esce Neon Demon tutti a dire «oddio che palle, troppo simbolico» e lunghissimo; se Tarantino fa un film la cui edizione speciale è di 5 ore e un quarto (da distribuire solo in quei 4 cinema dell’Alabama che hanno conservato il proiettore a 70mm), tutti si fiondano a vederlo entusiasti! — esce «Twin Peaks 3» di Lynch, pieno di dettagli fantastici desunti da Karel Zeman, da Méliès, da Harryhausen, e tutti a dire «Lynch s’è venduto! e in Twin Peaks non ci si capisce un cazzo!»; se Tarantino fa un film vacuo che non parla di un accidente, citando Sergio Corbucci, allora si va in visibilio… — se chiunque commette solo una piccola incongruenza storica in qualunque film, lo si deflagra come un incompetente anche se inquadra a meraviglia; se Tarantino fa morire Hitler in un cinema di Parigi insieme a tutti i gerarchi nazisti, però, è un genio… — se Malick fa film astratti è decotto, se Tarantino rimastica il paiolo è un dio… — chi parlò male della Futterwack di «Alice in Wonderland» aveva ragionissima, ma era lo stesso che invece ha osannato la danza del cavallo di «Django Unchained» (che sarebbe da preferire solo perché di quel cavallo non hanno fatto le figurine?)… — e così via discorrendo… — quella per Tarantino non sarà una fede, ma, cacchio, di “dogmi di infallibilità”, ogni tanto penso che ce n’abbia abbastanza… [e potrei dire lo stesso di Shyamalan o dei Wachowski, non si sa perché considerati sempre dei supersonici anche se sfornano una puttanata dietro l’altra… e poi si condanna Burton solo perché guadagna qualche soldo — e anche lì potremmo parlarne, e lo abbiamo già fatto: se a Tarantino si perdona sempre tutto, a Burton non gli si perdona più nulla, e solo perché, lo ripetiamo, Tarantino non è percepito come industriale hollywoodiano e Burton sì: Tarantino non è percepito industria perché è avvertito “autorone” e Burton no, anche se a mio avviso dovrebbe essere il contrario, e qui andiamo in loop!]

      11. Mi trovi d’accordo su tutto quello che hai scritto! E infatti non mi reputo uno dei personaggi che menzioni, consapevole del fatto che stai menzionando praticamente l’unanimità della critica e del pubblico attualmente in circolazione…

        Su Burton sai bene che sono d’accordo con te: per me è un grandissimo e sbagliano quelli che lo condannano perché “si ripete” o “si vende”. E a Tarantino non perdono tutto: il salto temporale di Once Upon a Time che impone lo spiegone narrato da Al Pacino l’ho trovato insopportabile come trovo insopportabili sempre gli spiegoni e il 99% delle voci narranti nei film che considero lazy story-telling.

        Neon Demon per me spacca e Winding Refn lo difendo a spada tratta, per me ce ne sono un po’ di registi interessanti in circolazione (anche quel Tom Ford che te non apprezzi troppo!).

        Su Abrams credo che siamo d’accordo però per me c’è una bella differenza con Tarantino: Abrams mette riferimenti a caso nei suoi film per l’effetto nostalgia dell’attuale moda (leggi: anni 80), e poi fa film che proprio non riescono a piacermi. Da poco ho visto Super 8 e mi è sembrato una zozzeria, proprio, con scene che non hanno senso, messaggi buttati lì “le droghe fanno male!” che mi hanno fatto solo imbufalire… Tarantino mette i riferimenti che gli pare a lui non perché siano di moda e non vuole essere paternalistico con nessuno.

        E’ bello che possiamo andare avanti all’infinito comunque…! X–D

        Non vedo l’ora di leggere la tua recensione di Once Upon a Time, credo che non ne salverai niente. Ha un grosso problema narrativo strutturale che lo priva pure dell’usuale tensione che Tarantino mette nei suoi film e credo che lo vedrai come un seplice collage di riferimenti (anche a Corbucci, in effetti)!

      12. Fantastico!
        Mi sa che non vedo l’ora di stroncarlo!
        Così come non vedo l’ora di stroncare Lion King che vedrò domani… e lo vedrò in inglese, e quindi non potrò stroncare Mengoni… — e lì il dramma sadomasochistico: perché andare a vedere cose che so già che mi faranno cagare??? perché c’è sempre l’anatema del «non puoi parlare male per pregiudizio! devi andarli a vedere! sennò che parli male a fare!»??? — eh, sì… e finché c’è quello siamo fritti!

      13. Oddio Lion King io me lo risparmio, e critico senza vedere parecchia roba! Devo andarlo a vedere Hobbs e Shaw (o come cacchio si scrive) per sapere che è una vaccata? Direi di no! X–D

      14. No, infatti, certamente no! — e anche Lion King me lo risparmierei volentieri! — ma poi, per lavoro, hai a che fare con 12enni che, se non sei in grado di “riferirti” al Lion King ti guardano con sospetto, e ti dicono di essere paternalista se non sei in grado di dimostrare che non stai parlando male del Lion King solo per partito preso misoneista e nostalgico… eh oh… toccherà…

      15. (Dissento su Super-8 e sull’attribuzione ad Abrams di mera nostalgia paracula, nel senso che per me è nostalgia sincera.
        Ma hai citato Tom Ford e Winding Refn, e dunque: like.
        Spero andiate avanti ancora qualche giorno o mese con questa discussione, mi sto divertendo da matti).

      16. Su Abrams mi sa che ci scontriamo coi guantoni: Super8 l’ho detestato; e trovo orripilante qualsiasi nostalgia… — ma che ad Abrams manchino davvero i film che vedeva da piccolo non lo metto in dubbio, benché, negli omaggi che fa a quei film, non capisco mai perché non ci metta quello sguardo metacinematografico che era il culmine della loro estetica e creatività… io risolvo la cosa pensando a un Abrams che s’è affezionato alla superficie più che alla sostanza dei film di Lucas Spielberg Donner, e che quindi, i suoi omaggi sono superficiali invece che sostanziosi… e forse per questo Super8, alla fin fine, finisce quasi per contraddire del tutto l’estetica di ET, Close Encounters o Goonies… quei film dicevano «attraverso l’alieno, e le immagini dell’alieno, conosci te stesso» e Abrams invece dice «divertiti con l’alieno e buttala in caciara»… — idem Blade Runner 2049, e lo diceva perfettamente Rutger Hauer, contraddiceva lo spirito di Blade Runner perché si concentra sui replicanti mentre l’intento del primo era parlare di quello che vuol dire essere e rimanere umani nel caotico mondo odierno (Blade Runner 2049 non si pone domande di questo genere in alcun modo) — ben altra comprensione dimostra Carpenter quando omaggia la fantascienza anni 50: La Cosa è un omaggio completo alla sostanza di Nyby/Hawks e per nulla fermo alla superficie…

      17. Peccato non poter fare raffronti tra Carpenter e la sci-fi più datata, allora; La Cosa è una pietra miliare della mia infanzia.
        Ma capisco cosa vuoi dire, soggiunse Celia indossando i guantoni.

      18. Credo che potremmo, anche se la cosa divertente è che pare che dissentiamo solo su Tarantino ma non su tutto il resto! X–D

      19. Ah no, Star Wars mi riservo di criticarlo senza vederlo! Anzi no, non lo critico sennò EvilAle mi uccide… X–D

        Dopo aver visto al cinema Star Wars VII ed essermi annoiato mortalmente, avevo deciso di non vederne più. Poi convinto da Ale (che fesso che sono!) andai a vedere Rogue One e davvero quello mise la pietra tombale sulla mia voglia di vedere altri Star Wars!

      20. Rogue One, sì, merita solo il rogo, ma l’Abrams di Star Wars, per ora, l’ho sopportato molto meglio dell’Abrams di Star Trek e Super8… sicché sono curioso dell’ultimo capitolo…

      21. Un altro esempio che mi viene in mente è musicale: Sexpistols, the Clash e Buzzcocks erano antisistema, ma poi il punk si fece moda e quindi parte del sistema, e di fatto morì ben presto. Lo stesso il grunge dei Soundgarden e degli Alice in Chains… Quando arriva il successo il sistema accalappia gli artisti, però se restano artisti e non si piegano alle logiche di mercato (ma le impongono, facendo quello che vogliono loro o addirittura scompaiono come fecero i Soundgarden volontariamente, con Chris Cornell e le sue magliette Grunge is dead), per me sono meglio delle pianificazioni a tavolino delle major (restando nella musica, le varie Shakira e Alicia Keys che non so nemmeno se si scrive così).

      22. Mi fa piacere che tu abbia fiducia in Tarantino che, anche se in modo “trasformato”, alle logiche di mercato si è già venduto nel 1994…

    2. Naturalmente, tutta questa mia furente idiosincrasia non mi impedirà di andare a vedere «Once Upon a Time in Hollywood» con, seppur prevenuto, interesse!

      1. Ci mancherebbe altro che non lo andassi a vedere! :–)
        Vediamo se ti convince stavolta Tarantino, io nella fine di quell’epoca ci rivedo l’attualità con la gente che preferisce lo streaming al cinema e questo cinema purtroppo dominato dai film fatti in serie (cinefumetti, star wars…)!

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