«Un luogo incerto» di Fred Vargas

L’editrice Viviane Hamy di Parigi ha pubblicato questo libro nel 2008 e Margherita Botto l’ha tradotto in italiano per la Einaudi di Torino (la collana degli Stile Libero Big, la stessa di Proletkult) nel marzo del 2009…
Un libro di 10 anni fa…

Schifato dai gialletti e un po’ stomacato da Nella Notte, ma attratto dallo Stile Libero…

  • la costola gialla e la perentorietà del font senza grazie mi fanno intendere subito i libri di questa collana come libri “seri”, segno della mia atroce dipendenza dalla Einaudi, la casa editrice antifascista di Calvino, Pavese, Vittorini, Fortini, Primo Levi, Ginzburg, Bollati, dalla pancia della quale sono nate sia la Bollati Boringhieri sia la Adelphi, fatto che me l’ha fatta sempre immaginare come la mamma degli editori italiani, la casa editrice più importante e più culturale d’Italia, quella delle enciclopedie maxime e ultimate e dei saggioni indispensabili della “Piccola Biblioteca”, tutte cose che io ancora sento come culturalmente e identitariamente imprescindibili pur sapendo bene che la Einaudi di oggi non è la Einaudi del 1952, quella di Pensare i libri di Luisa Mangoni o dei Verbali del Mercoledì di Tommaso Munari, ma una ennesima costola dell’idra berlusconiana della Mondadori: e la collana Stile Libero, nata nel ’96 dopo l’acquisizione mondadoriana, fu proprio figlia di un processo cominciato negli anni ’80, quando il neoliberismo distrusse la cultura “comunista” su cui si fondava l’identità dell’editore, che si trovò travolto dalla crisi economico-culturale a cui decise di reagire nel peggiore dei mondi, ripiegando nella ricerca spasmodica del bestseller, perdendo autori top [Calvino che andò da Garzanti, per esempio], e aprendo agli sciacalli che in quella melma di puro sfruttamento soldoso già sguazzavano: prima di trovare davvero uno ‘Stile Libero’, la collana aprì soprattutto a sciocchezze para-televisive, con libri perfino di comici

…intravedo questo libro per terra, caduto nello spazio tra due mobili a casa dei miei genitori, con sopra uno strato di anche 8 centimetri di lanuginosa polvere…
Sul risguardo e sul frontespizio, tracce di una “proprietà” che non ha nulla a che vedere coi miei genitori: una dedica «Buon compleanno, Serena, 31 maggio 2009» (due mesi dopo la pubblicazione), e un nome impresso da un possessore, «Carla»: nomi per me del tutto estranei…
Le spiegazioni richieste ai miei genitori hanno prodotto solo vaniloqui di mia mamma: «me l’avrà prestato Tizia… me l’avrà regalato Sempronia… boh… chissà… ma che è?» e altre sciocchezze: se era un regalo a mia mamma, Tizia l’ha certamente riciclato (Tizia è forse Carla, che ha ricevuto il libro in regalo da Serena il 31 maggio del 2009 e l’ha sbolognato subito a mia mamma?)… e se era un prestito, Sempronia (che forse è la stessa Carla, ma se è così, quindi, Sempronia è anche Tizia!) non l’ha reclamato indietro per un tempo sufficiente al formarsi del sedimento di 8 centimetri di lanugine polverosa, compatibile con i 10 anni passati dalla dedica di Serena, a ridosso dell’acquisto in libreria…
In qualunque modo sia arrivato a Carla prima e a mia mamma poi, tutto fa pensare che né Carla (che forse è Tizia e che forse è anche Sempronia) né mia mamma abbiano mai letto questo libro: subito dopo essere arrivato a mia mamma, e c’è arrivato dopo essere stato comprato, a due mesi dalla stampa, da Serena per fare un regalo a Carla, è caduto nell’anfratto tra i due mobili della casa dei miei genitori, e l’unica cosa con cui ha avuto a che fare è stata la polvere… tradotto: è un libro rimasto in libreria due mesi e poi passato dalla libreria all’anfratto di una anonima casa dell’altissima Maremma quasi direttamente…
Fino all’Agosto del 2019, 10 anni dopo l’acquisto, dono e riciclo, quando lo trovo io…

Lo vedo e mi incuriosisco, certo, per lo Stile Libero, poiché, a digiuno di tutto quanto sia “presente”, non conoscevo per niente Fred Vargas…
Non sapevo fosse una delle autrici di gialli più importanti d’Europa se non del mondo, archeologa rinomata, convinta dell’innocenza di Cesare Battisti, contrapposta a Patricia Cornwell (che invece conosco) e osannata da chiunque…

Non sapevo che Un luogo incerto fosse il sesto (l’ottavo se si contano anche i racconti e le graphic novel) di una serie di 9 (11 contando quanto detto) sul commissario protagonista…

Però leggo lo stesso…

È un libro che si adatta perfettamente alla mia teoria dei 6 e dei 7, da somministrare al pubblico prima dei 10, che espongo parlando di Green Book e che mi vedo crollare accennando all’Aladdin di Guy Ritchie ai numeri 27 e 39 del Papiro di questa stagione…

È come la prima stagione di True Detective, che Nic Pizzolato e Cary Joji Fukunaga distribuiscono nel 2014 (6 anni dopo il libro), o come la prima del Wallander della BBC con Kenneth Branagh (che si avvalse della sapienza visiva di Anthony Dod Mantle e che fu trasmessa nel 2008, in perfetta contemporanea con il libro), però è un libro…

Come quelle serie, Vargas ha idee geniali di indagine umana, ha il disincanto come Weltanschauung, la passione per i tic dei personaggi, soprattutto minori, che ama sondare e costruire a tutto tondo nelle loro “evoluzioni”, e ha una totale mancanza di sintesi nella parte centrale, che si piazza come un mattone a disturbare uno scorrimento complesso che fino al primo quarto del libro filava liscio ma che al secondo e terzo quarto un po’ si sporca di limo… [ricordiamoci che anche in True Detective i personaggi contano quanto la vicenda e che la puntata 4, a metà stagione, tutta di inseguimenti e coperture, non passa più // le puntate di Wallander, circondate anche loro da vari e ameni colleghi molto simili a quelli che inventa Vargas, sono veri e propri film di 90 minuti l’una, che al minuto 45 cincischiano inevitabilmente, anche se ancora in maniera sopportabile nella prima delle 4 stagioni: nella terza, invece, il cincischio mediano non lo si sopporta più]

Mi vergogno tanto ad ammettere che, nonostante la mia tesina di liceo sul satanismo, con corpose indagini sui vampiri letterari, ero all’oscuro dei casi di isteria vampiresca documentati nella Serbia del ‘700, e non conoscevo l’Highgate Cemetery di Londra [come mi vergogno di quella volta quando EvilAle mi chiese «che musica è?» e io gli risposi «è Debussy» mentre invece era Beethoven: oddio che strazio!], ma nei miei studi successivi mi ero imbattuto nell’idea di fondo di Vargas secondo la quale, nell’oscurità della campagna, mito e Storia, credenza e superstizione si confondono tutti nella medesima realtà, e finisce che allucinazione ed “empirismo” coincidano…
Nonostante in molti vedano nel paesino natale avito un rifugio idillico e perfetto dove riposarsi e nascondersi da una vita cittadina odiosa e paurosa, e in tantissimi sentano come paradisiache le campagne sperdute e desolate dell’Italia rurale dove condurre vite sociali con un piccolo gruppo di adorati amici e parenti, io vedo quei posti (il paesino avito e la campagna rurale) come crogioli purulenti di religio irrazionale, pregni di un miasma pseudo-sociale passibile delle peggiori nefandezze, fatto di apatia, abitudine, conformismo e sconcia quanto glorificata ignoranza che ci mette un attimo a incendiarsi come pura e semplice scempiaggine fatalista di magia e pericolose fanfaluche… Ci vedo la Polonia del recente Mug, la violenza del Valino della Luna e i falò di Pavese, gli horror pastori di Pupi Avati, il Crogiolo di Arthur Miller, i Diavoli di Loudun (di Huxley, poi Penderecki e poi Ken Russell), Deliverance di Boorman, ecc. ecc….
Per cui so bene che in quei posti piccoli e desolati si trovano le radici della follia metafisica “primigenia”, quella insita nell’uomo, quella che non scompare mai, e che io avevo già osservato approcciandomi a Janáček (che cercava canti contadini moravi e trovò atrocità streghesche infanticide, vedi Jenůfa), a Bartók (che indagava canti popolari ungheresi e trovò Il mandarino meraviglioso, Il principe di legno e, soprattutto, Barbablu), a Rob Zombie (che voleva tanto realismo per il suo Halloween del 2007, e che invece lavorò un mostro “impossibile” quasi quanto il dichiaratamente irrealistico Halloween di Carpenter) e che in Vargas ritrovo con ampia lucidità…

  • A tal proposito è divertente la descrizione della vecchina campagnola superstiziosa in Turgénev, Padri e figli [sapete essere stato tra le mie letture estive], traduzione di Margherita Crepax, Milano, Garzanti, 1973, poi ’89, e ’00, che io desumo da un ebook Kindle del ’12:
    • Arina Vlas’evna era una vera donna dell’aristocrazia russa di un tempo, avrebbe dovuto vivere duecento anni prima, all’epoca moscovita. Era religiosa e con una sensibilità a fior di pelle, credeva a qualsiasi coincidenza, presagio, stregoneria, sogno premonitore; credeva, come vuole la tradizione russa, alle profezie dei poveri e dei dementi che bussavano alla sua porta per mendicare; credeva nei geni domestici, in quelli dei boschi, negli incontri funesti, nelle medicine dei contadini, nel sale versato di giovedì, nella prossima fine del mondo; credeva che se la domenica di Pasqua non si spegne neanche un cero durante i vespri è segno che il grano saraceno crescerà bene, e che i funghi non crescono più se sono stati sfiorati da uno sguardo umano; credeva che al diavolo piacesse stare vicino all’acqua, e che gli ebrei avessero tutti una macchiolina di sangue sul petto; aveva paura dei topi, dei serpenti, delle rane, dei passeri, delle sanguisughe, del temporale, dell’acqua fredda, delle correnti d’aria, dei cavalli, dei caproni, delle persone coi capelli rossi, dei gatti neri e considerava animali immondi i grilli e i cani; si rifiutava di mangiare vitello, piccione, gamberi, formaggio, asparagi, pere coltivate, lepre, cocomero, perché un cocomero tagliato ricorda la testa di Giovanni Battista, e non parlava delle ostriche se non con vivo raccapriccio; le piaceva mangiare, ma osservava rigorosamente il digiuno; dormiva dieci ore per notte, ma se solo Vasilij Ivanovič [il marito] aveva mal di testa non si coricava nemmeno; non aveva letto nemmeno un libro, tranne Alexis o la capanna nel bosco [???]; scriveva non più di due lettere all’anno; era una donna di casa molto competente, sapeva come si seccano i funghi e come si cuoce la frutta per fare la marmellata, anche se non faceva niente con le proprie mani e si muoveva malvolentieri.

La follia dell’assassino è follia avita di superstizione, e qui Vargas va ben al di là di True Detective e Wallander
Se loro non riuscivano a districarsi tra i meandri della follia, ma si limitavano a lambirla (in True Detective il simbolismo di Carcosa, onomastica reminiscente romanzetti horror ottocenteschi, non è sciorinato né descritto, né in motivazioni né in fenomenologie; e in Wallander i moventi sono quasi più “reazionari” di fisicissimi capitalismi e finanze che metafisici), Vargas sa che comprendere la follia è comprendere l’assassinio, e non importa che il disegno mentale folle dell’omicidia sia realisticamente consistente o no…
Vargas e il suo commissario sono più dalle parti del Silence of the Lambs che di quelle di Red Dragon (intratesti di Thomas Harris molto famosi sulla comprensione psicologica del serial killer, i primi, forse, riferiti a quell’argomento, a fare vero successo di massa negli anni ’80, prima dell’ulteriore boom del Se7en di Walker & Fincher del 1995): capire il disegno pazzoide è la chiave per prevedere e quindi fermare la pazzia…
Di più, Vargas ha dalla sua il rimanere ancipite tra credere alla follia e non crederci, quasi come What Lies Beneath di Zemeckis (2000), in bilico tra il palesarci il fantasma come “effettivo” e il negarci quel palesamento…
L’assassino crede di estirpare vampiri anche se i vampiri non esistono: bollarlo come folle o accettare l’inquietante “fatto” che le sue vittime possano essere vampiri davvero? E se si è convinti che i vampiri non esistano, come spiegare le caratteristiche del tutto vampiresche delle vittime?

Su questo, Vargas costruisce un andirivieni di pensieri, follie e riscontri realistici densissimo, coinvolgente, che ha dalla sua (rispetto anche a True Detective e Wallander) anche un certo graditissimo umorismo (certe uscite dei poliziotti comprimari sono spassosissime), e che va seguito a menadito, nella sua comunicazione quasi NON mainstream, costituita di dettagli impressionistici, focalizzazione stramba, ai limiti dello stream of consciousness, nonostante una forma (il giallo, il poliziottesco noir francese, il polar) popolarissima, bestseller e quindi completamente mainstream
Qui, Vargas si dimostra eccellente: veicolare una forma esemplare e un messaggio di permeabilità tra inconscio e realtà, in un contenitore che sembra facile, familiare, e cioè il gialletto heimlich… Vargas si dimostra un fantastico 7 in grado di dissimularsi e insinuarsi tra i 3 e i 4 (i gialletti heimlich alla Don Matteo) della folla… con Vargas uno è convinto di stare leggendo Don Matteo, ma invece ha molto di più!
In questo senso Vargas può funzionare come motivo di lettura per i fessi nei pressi di Netflix, risucchiati dagli schermi a non leggere mai: in Vargas potranno trovare completamente e puramente True Detective in tutto il suo lustro in forma di libro, senza alcuna conciliazione del problema risolto che impera nel gialletto, poiché, sì, tutto si risolve, almeno così sembra, ma la follia, quella resterà per sempre nel DNA dell’uomo…

Fantasmagorica anche la capacità di Vargas di far vedere come consustanziali a una dimensione bigger i problemi più localistici: tutto trasuda di francesità e di scarso interesse verso l’altro, ma la vita e le vicende costringono i poltronai protagonisti francesi a misurarsi con una dimensione più grande, con un ampio contesto, quello europeo (con omicidi anche in Inghilterra, Svizzera, Germania, Serbia) e perfino quello storico (il Settecento mitteleuropeo e l’Ottocento preraffaellita inglese): una metafora spettacolare di come la soluzione la si trovi conoscendo Europa e Passato, non negandoli e demonizzandoli…

I punti deboli, ripeto, sono la sua natura di serie (evidente nei fatterelli contingenti che accadono ai personaggi, che allappano tutta la parte centrale), e l’alambiccosità di un discorso secondario che lambisce il principale, e che vorrebbe stigmatizzare la corruzione delle forze dell’ordine e della magistratura francesi: cose, sì, carine, ma che allungano parecchio il brodo secondo me a sproposito…

Un confronto con Patricia Cornwell si può fare constatando come la scrittura di Cornwell sia molto più facile, ma abbia dalla sua una immaginazione più interessata al bizzarro delle pazzie dei killer e alla quest dell’assassino (uno sconosciuto che deve essere trovato, rincorso, acciuffato: quasi più una caccia all’uomo psicologica che un’indagine), mentre Vargas si crogiola con postmodernismo anche in formule più classiche come l’whodunit, con la presenza di un assassino che si conosce e che è lì davanti a noi tra una serie di scelte tra un numero ben definito di possibili colpevoli…

La Kay Scarpetta di Cornwell, inoltre, sfiora la vita di commissariato senza entrarci davvero e le sue elucubrazioni sono proprio quelle del profiler (la vita solitaria, l’essere sposati a un lavoro che risucchia, la paura che il serial killer venga ad acchiappare te), mentre Vargas descrive con puro divertimento le idiosincrasie insolite e peculiari dei singoli poliziotti…

7 risposte a "«Un luogo incerto» di Fred Vargas"

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  1. Interessante il confronto con la Cornwell.
    Di certo Un luogo incerto è il romanzo Vargas che ho trovato migliore, più ricco.

  2. Bellissimo sto post, Nick, pure l’aneddoto con Ale! X–D

    Anche a me ha deluso il fatto che la prima stagione di True Detective non sfruttasse di più la follia accennata con Carcosa e il King in Yellow…

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