«Nella Notte» di Concita De Gregorio

Io amo molto Concita De Gregorio, nonostante sia pisana (forse la considero livornese dentro)…
Nei talk show dove va ospite è quella che riesce a esprimere molto spesso quello che io penso di un fatto o di una “follia” politica, e quella che riesce a farmela capire ancora meglio…
Insieme a lei io metterei soltanto Marco Damilano e Massimo Giannini…

Mi duole quindi molto constatare come il suo romanzo Nella Notte, pubblicato a maggio nella collana I Narratori di Feltrinelli (quella con la brossura di cartoncino con incorporate le alette segnalibro), sia noiosissimo…

…oltre ad avere diversi difetti:

  1. Vuole essere un roman à clef, come On the Road di Kerouac (e tanti altri): in Kerouac si sa che Sal Paradise è Kerouac, che Dean Moriarty è Neal Cassidy, che Carlo Marx è Allen Ginsberg e che Old Bull Lee è William S. Burroughs… anche in Nella Notte si allude a questo o quel personaggio reale (a Prodi, a Renzi e ai soliti politici), ma lo si vuole anche trasmutare in personaggio a sé stante, del tutto fiction, eminentemente allusivo e non identificativo con la persona vera, in un meccanismo caro a Paolo Sorrentino, al Divo e a Loro 1 e Loro 2, dove Scamarcio è Tarantini ma anche altro, Bentivoglio è Bondi ma anche altro, Kasia Smutniak è Sabina Began ma anche altro… De Gregorio fa uguale: Onofrio Pegolani sembra Prodi e qualcos’altro, Furio Nepoti sembra Berlusconi e qualcos’altro (o qualcosa di meno) e tanti e tanti altri, in un tripudio di nomi propri e allusioni che diventa sempre più grosso, sempre più elefantiaco: finisce che ti scordi chi era chi, cosa era cosa, che pseudonimo era, chi c’è dietro allo pseudonimo, e ti perdi…
    Perdersi ti sembra un bene, perché dici «ora che ho scordato tutte le sovrastrutture posso buttarmi alla sola fiction, e godermi la storia, e alla fine capirò quale sia il messaggio al di là delle allusioni», invece ti accorgi ben presto che la fiction non è l’interesse di De Gregorio: De Gregorio vorrebbe tanto che tu ti appuntassi, che tu ricordassi, e che tu riconoscessi al primo sguardo la menzione di questo o quel nome proprio, che tu padroneggiassi anche le allusioni collaterali e i soprannomi di ogni cosa, dei partiti, dei giornali, delle televisioni, dei giornalisti, che tu sapessi subito orientarti tra gli pseudonimi e rintracciare l’oggetto dell’allusione, ma non ce la fai: i nomi sono troppi, e le identificazioni rimangono fumose, sono quelle, si diceva, e qualcos’altro, ricordarle ti sembra inutile, e ricordarle ti sfianca, ti sfiducia, ti demoralizza: quasi tutte le prime 90 pagine sono un continuo sciorinare nomi e pseudonimi di persone, luoghi, fatti: proprio ti arrendi…
  2. Dal profluvio di nomi ci si aspetta uno stile simile a All the President’s Men di Alan J. Pakula (1974), con una verità da cercare, da rintracciare, invece al profluvio di nomi si affianca anche un profluvio di flashback, quella che dovrebbe essere la fiction, che De Gregorio sembra rimanere indecisa se far restare in secondo piano o se far emergere a portata principale del libro: una fiction privata, del tutto inventata, che si inanella a quella allusiva, ammiccante ai fatti veri… L’indecisione fa acqua: l’anda e rianda tra innuendo politci autentici e flashback privati finti si impillacchera, e anch’esso richiede un’attenzione immensa (il particolare rivelato a pagina 5 è fondamentale a pagine 200), anche perché la fiction privata è stanca: le ragazzine che si ammirano nei banchi di scuola e rimangono uguali dopo 20 anni, dopo 30 anni, dopo le esperienze passate, perché tutti si rimane come si era alle medie, o ai primi anni di superiori, e c’è poco da fare, le debolezze passate non le superi per niente, perché si rimane sempre un po’ bambini: una stanchezza quasi da Silvia Avallone… Da questa storiella uno si aspetta che arrivi uno shock di effettiva unione tra fiction e allusione, un’unione fatta da un fatto eclatante, un pivotal moment che ti dimostri che finto e vero sono gemelli, e che privato e pubblico sono consustanziali (roba tipo che l’amica d’infanzia è vittima di ricatto, o che la politica marcia a cui si allude fa del “male” effettivo al personaggio di fiction), invece no… la storiella finta si rivela gratuita, e alla fine diventa gratuita anche quella allusiva...
    alla fine quello che sembrava All the President’s Men diventa Piazza delle Cinque Lune di Renzo Martinelli (2003), e non ce la fa per nulla a tramutarsi, anche se si sente che lo vorrebbe, in Buongiorno, Notte di Bellocchio (ancora del 2003)…
  3. La nullità delle storie, vere o finte, si rivela nella parte centrale in cui De Gregorio cerca di indagare e scoperchiare la bolla malsana dei social, di Facebook, delle Fake News, e dei ricatti altolocati, fatti di sesso, soldi, e perfino di omicidi, innescati dai social o dai giornali scandalistici, che portano a decisioni politiche di potere riprovevoli e mefitiche (dalla scelta di ministri incapaci allo smercio di favori para-mafiosi in cambio di voti)…
    In questa parte centrale, De Gregorio vorrebbe stigmatizzare la Bestia di Salvini, prendere in giro i terrapiattisti, i meccanismi di likes del deep web a coercizione di incapace che hanno portato a Trump, Brexit e Piattaforma Rousseau (e lo fa in contemporanea con Brexit: The Uncivil War di Toby Haynes, della HBO), e finisce, come spesso succede, a demonizzare ogni cosa, a dire che prendere appunti sul taccuino e parlarsi a voce è la cosa migliore, a dire che col telefonino ci spiano, e tutto ciò senza l’idea eversiva di Oliver Stone in Snowden (prima che questi rimbecillisse affermando che il miglior leader del mondo è Putin), ma proprio finendo per fare il peana del si stava meglio quando si stava peggio, finché non se ne esce proponendo l’idea di cavalcare le onde deep web per farci del bene, smerciando e comunicando, vestite col sensazionalismo delle Fake News, notizie invece verissime… Cioè, De Gregorio spera di raccattare i likes e i retweet di Salvini, Morisi e Ferragni facendo titoloni cretini con notizie vere, tipo «i poteri forti non ve lo dicono, ma in Inghilterra, già da anni, uno scienziato fuori dal mainstream, Isacco Nutini, ha scoperto che su di noi agisce una forza potentissima che si chiama gravità! Questa gravità permette di far cadere acqua in una turbina e generare energia! Le multinazionali non ti diranno mai che questo è possibile perché vogliono continuare a guadagnare con la benzina! Condividi e fai sapere a tutti quello che ci nascondono!»
    E De Gregorio pensa che tutto questo possa funzionare…
  4. Il florilegio di storia e allusione finisce poi in una sorta di nulla, come un fiume che non arriva più al mare a causa delle dighe, e i cui meandri, artificiali, sono davvero troppi…
    • L’elemento di fiction del rapporto tra le due ragazze non arriva a un beneamato niente, nonostante abbia prodotto trascrizioni di mail mandate nell’infanzia e nell’adolescenza, descrizioni infinite di zie, nonne, sorelle, e dettagliati resoconti di fatterelli messi là (quella gita sul motorino a 12 anni di pagina 5 che si scopre essere finita con la frattura del ginocchio a pagina 200): centinaia di pagine a costruire un rapporto fiction di due ragazze che non giunge ad alcuno scopo: nessuna rivelazione se non quella che si diceva, alla Avallone, che è meglio non allontanarsi troppo dal paesello natale perché tanto si rimane sempre i soliti imbecilli che s’era a 12 anni… queste ragazzine fiction lambiscono l’allusione alla politica marcia, già lo si diceva, senza davvero invischiarsi: rimangono belle carine, riescono a inventarsi il lavoro lo stesso, come se il marciume non le toccasse, loro bimbe 12enni cresciute, o come se, nella provincia idealizzata, il marciume politico (eminentemente romano) non arrivasse… quel marciume politico che le ragazzine cresciute indagano rimane lì, come se quel marciume ci fosse e producesse sì morti e sofferenze, ma lo facesse solo tra i politici, tra i politicanti, tra i giornalisti, tra i cattocomunisti delle coop e delle comunità, mentre alla gente normale non succede niente: un marciume che rimane quasi negli intermundia epicurei dei palazzi romani: le miliardate di mail trascritte e i ventordici ritratti biografici di mamme e zie non vengono afflitti da alcun marciume… e allora perché raccontarceli?
    • La scultura delle allusioni al vero, ai complotti, alla merdaggine della politica, ai ricatti, anch’essa giunge a niente: l’omicidio inseguito, il ricatto sfiorato e tutto quanto evapora perfino nel banale se non addirittura nel qualunquista… per capirsi: Il Divo “denuncia” la situazione con il monologo qualificante di Andreotti, e Bellocchio, già ricordato, o Giovannini “dimostrano” la mafia e i suoi delitti nel Traditore e nella Paranza dei Bambini, mentre Nella Notte appone un finale di semplice documentazione di uno statu quo, come se fosse un’inchiesta giornalistica e non un romanzo, un’inchiesta di quelle che non “spiegano” ma che presentano soltanto i fatti, tipo il libro Mani pulite di Marco Travaglio, Peter Gomez e Gianni Barbacetto, quei libri che devi leggere 600 volte per trovare il senso nascosto tra le righe, e le righe sono almeno 3000… e questo finale ti fa anche un po’ chiedere del perché, se si voleva essere così, si è incorporato gli elementi fiction, ci si è vestiti da roman à clef, e, soprattutto, si è impastato in tanti rivoli inconclusi come i ritratti dei tanti personaggi, del giornalista, degli autisti (verbosi e lunghi ritratti degli autisti), dei poliziotti, degli assistenti, dei portaborse… Rivoli inconclusi che sono tutte pleonasticità per dire una sola cosa: la politica fa schifo e l’unico modo per farla bene è farla civilmente scrivendo ovvietà in modi sensazionalistici onde catturare un’attenzione popolare ormai logora… per dire questa banalità occorrevano 230 pagine di nomi finti e cacchiatelle allusive a Prodi, Renzi e Berlusconi? Non sarebbe stato meglio, allora, chiamarli direttamente Renzi, Prodi e Berlusconi e fare un saggetto sulla «decrescita felice del web» senza ragazzette finte?
      Alla fine il senso di niente che si ha alla fine del libro somiglia a quello che giunge dopo Napoli velata di Ozpetek…

Mi dispiace davvero parlarne male, anche perché, da quello che dico, sembra che darsi le scarpate sui testicoli sia migliore di leggere questo libro e non è vero: è una lettura comunque breve, che si legge in 48 ore… cioè, male non fa… ma non fa nemmeno bene…
Un giovinastro che, magari attratto dalla fiction delle ragazzine nelle prime pagine, tenta di addentrarsi nelle allusioni al presente politico, rimane spiazzato perché non capirà una mazza dei nomi finti del roman à clef
Chi invece sa tutto della situazione politica troverà insopportabile queste ragazze protagoniste e assolutamente odioso il sistema del roman à clef
Chi sa di deep web (non certo io) troverà semplicistico il ritratto demonizzante che se ne fa nella parte centrale… e chi non ne sa niente, invece di approcciarsi criticamente al deep web finirà per evitarlo del tutto e finirà come i signori di mezza età a lamentarsi che le notizie le dànno ormai solo su Twitter e Twitter è il male (come quelli, all’alba dei tempi, che si rifiutavano di leggere perché «non si fidavano delle parole di carta»)…
E va a finire che Concita De Gregorio è come se avesse scritto un lungo articolone di giornale infiorettato di fiction solo per i suoi colleghi, che forse vorrebbero fare come lei, o forse l’ha scritto solo per lei…

Sono davvero dispiaciuto, ma mi ha proprio fracassato qualsiasi buona intenzione…

5 risposte a "«Nella Notte» di Concita De Gregorio"

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  1. Per me dare notizie vere con tono da fake news attira-imbecilli potrebbe invece funzionare. 😁 Del resto, agli italiani piace ascoltare slogan urlati da un balcone. 🤔

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