Il Papiro del 2018/’19

Gli altri Papiri con gli elenchi dei film recensiti in passato si trovano nella pagina di Indice

Quest’anno i film visti in sala sono stati solo 53, uno in meno dell’anno passato…

Ci sono:
9 SuperUp
17 Up
7 Not so Up
7 Not so Down
6 Down
7 SuperDown

1 – Don’t Worry — Gus Van Sant — Adler, Amazon, Filmnation
Si inizia molto bene con il primo e il migliore dei 3 film sulla dipendenza di quest’anno…
Intelligente e lavorato benissimo, il film dipana davanti a noi il costruirsi, il farsi e il rappresentarsi della personalità del drogato/alcolista e della sua visualizzazione filmica, in un gioco tra narrazione e meta-narrazione, tra cinema e meta-cinema fantasmagorico…
Non a livello di altri testi sulla “malattia” di Van Sant (per esempio il bellissimo Restless del 2011), ma assai migliore del Sea of Trees (2015, numero 41 di Jiminy Cricket), Don’t Worry non è stato granché apprezzato dalla blogosfera che ho letto io… Io so che vorrò rivederlo a mille, e per me è SuperUp! 

2 – Mary Shelley — Haifaa al-Mansour — Notorious [BFI, HanWay]
Una cosettina: innocente e indolore… forse interessante a livello didattico, e meritevole per la drammatizzazione di figure al centro, finora, di ritratti più convenzionali (a parte quello di Ken Russell)… È uno dei tanti film di quest’anno ansiosi di moralizzare a livello normalizzante e non stravagante: un film che dice di stare tranquilli, di essere bravi, di andare sì dietro al romanticone di turno ma di non idealizzarlo troppo, di non farsi male, di ascoltare anche mamma e papà…
boh…
Sì, è carino, e ha una passioncina adatta ai ragazzini, che grazie a questo film forse capiranno meglio il Romanticismo poetico, ma, tutto sommato, ‘rimane’ poco… – Not so Down

3 – Revenge — Caroline Fargeat — Koch Media
Violento e improbabile, soprattutto nel finale, e da non consigliare a un pubblico in cerca di puro divertimento idiota, Revenge è il You Were Never Really Here di quest’anno: una smagliante sorpresa del miglior cinema possibile, del cinema più teorico (in senso proprio, desunto dal greco antico, di teoria visiva) possibile, che rinfresca (e agghiaccia), spacca, sfascia e aggredisce i nostri sguardi ormai lessi e fessi nel sempiterno nulla… Uno sconquassante spettacolo, anche sgradevole ma nutrientissimo… – SuperUp!

4 – Le fidèle — Michaël R. Roskam — Movies Inspired [Pathé/Wild Bunch]
Fatto strabene a livello visivo quanto decotto in quello scrittorio… Non resta nella memoria… forse si ricorda solo qualcosa dell’epidermide di Adèle Exarchopoulos, ma non basta… – Down

5 – Sulla mia pelle — Alessio Cremonini — Lucky Red
Andrea Occhipinti distribuisce un film serio, asciutto e ben messo su uno degli episodi più inquietanti della cronaca italiana recente… Un episodio ormai chiarito che però polarizzò di nuovo il paese tra fasci e gente normale, e lasciò in mezzo uno stuolo di indecisi e di eterni “moderati” (e che cacchio vorrà mai dire?), ignari degli snodi effettivi della vicenda, snodi effettivi comunicati che più malamente non si può da un sistema media italiota in cui ancora esiste roba come Rete4…
La gente normale saluta questo film come necessario e abbraccia Occhipinti per averlo reso possibile, e, in qualche modo, rimprovererà anche a Occhipinti una distribuzione sì adeguata ma spesso fin troppo “regalata” a circuiti di gente che già si sapeva essere *d’accordo* con le tesi di fondo…
I fasci gridano allo scandalo, come sempre…
E i “moderati” e “indecisi” vedranno un film in cui, purtroppo, capiscono poco… L’asciuttezza cronachistica, sporcata ogni tanto da splendidi inserti onirici, non viene per nulla acchiappata da un pubblico abituato ai reality, ed è un peccato perché è proprio quel pubblico che più abbisogna di film così…
Io faccio parte di quelli che hanno adorato l’impostazione ibrida tra vero e immaginato di Cremonini, così come la sua opprimente fermezza di macchina (che fa sentire lo spettatore quasi prigioniero come il protagonista), ma l’aver impostato la cosa come poco user friendly mi fa propendere solo per l’Up
Il dramma del comunicare qualcosa di importante a un pubblico rincoglionito (perfino “zombizzato”) accettando anche di “abbassarsi al suo livello” è stato un problema bello grosso di questa stagione cinematografica…

6 – L’uomo che uccise Don Chisciotte — Terry Gilliam — M2
Visto con la presentazione personale di Gilliam, che girava l’Italia (paese dove risiede per gran parte dell’anno) onde promuovere un film che rischiava il superflop…
Uno di quei film belli, complessi, che sembrano “poco”, ma che invece riflettono su una gran quantità di cose: sul potere della finzione, sulla necessità di *inventarsi* le tradizioni e i miti, e sul cataclisma che queste “invenzioni” producono quando c’è un inevitabile ritorno di realtà, anche se la realtà non esiste affatto…
Non si guarda benissimo, ha difettucci risultanti dalla scoraggiante lavorazione, e finisce in modo frettoloso, ma non è un film, è una sublimazione visiva di Paul Ricoeur, un documento filmico sul grand récit, una testimonianza di filosofia della Storia (maiuscola) e del rapporto di questa con le finzioni, i racconti, la storia (minuscola)… Indimenticabile… – SuperUp!

7 – Girl — Lukas Dhont — Teodora
Carino, fatto bene, su un argomento sempre da indagare (anche se su un transgender male to female, i più “rappresentati” nei film: mancano assai, al contrario, film su transgender female to male), e girato davvero bene… ma lo si può descrivere come un po’ smorto… – Up

8 – Piazza Vittorio — Abel Ferrara — ???
Documentario gradevole, il cui motivo d’interesse maggiore sono le implicazioni del farsi del documentario: Ferrara, al montaggio, non nasconde la lavorazione, gli shots scartabili, le cose venute male, quasi informandoci del processo di editing, o meglio, come se il processo di editing rimanesse nel film definitivo, ne facesse esso stesso parte…
A parte questa componente “teorica”, Ferrara documenta la società in modi molto meno efficaci di Napoli, Napoli, Napoli, e la sua Piazza Vittorio esce debolina, con perfino Casa Pound, con le sue sciocchezze, a occupare una bella porzione di tempo… Carino ma anche poco saporito… – Not so Up

9 – BlacKkKlansman — Spike Lee — Universal-Focus Features
Narrazione sopraffina e resa visiva magistrale sono i punti forti di uno dei capolavori dell’anno, un testo importantissimo per la tematica del razzismo inteso come lacerante filosofia dell’idiozia e della violenza…
Lee analizza il fenomeno con varie ottiche *dialettiche* di dibattito e illustrazione di diverse Weltanschauung, e plasma queste ottiche di pensiero in diegesi, in racconto, in trama, in personaggi strumentali e in funzioni di finzione narrativa: fa tutto questo come un vero maestro…
Per molti avrà il difetto di ancorarsi, alla fine, fin troppo al vero, disvelando quasi eccessivamente la sua metafora… ma sono quisquilie di un film che resterà come pietra di paragone, come documento Storico di questi anni di involuzione civile, di risacca di irrazionale… – SuperUp!

10 – A Star is Born — Bradley Cooper — WB
Cooper esordisce come regista avendo la saggezza di affidarsi a Matthew Libatique per le immagini ed Eric Roth per la parole e le trame, trame ben consolidate e facili (è perfino il quarto film tratto dallo stesso soggetto)… Alcune cose funzionano, ma la mancanza di un vero narratore, di qualcuno che prenda la decisione definitiva, sia a livello di racconto sia a livello di sguardo, fa risultare tutta l’operazione in una sgargiante vetrina colorata e luminosa ma non granché piena…
Il tempo e il tono intrapresi, liturgico ed enfatico, fanno calare la palpebra ben presto; le canzoni sono tronfie; il grado di stopposità delle varie componenti sentimentali (tante: il rapporto di coppia, il rapporto tra i fratelli, la gelosia, la tossicodipendenza) è pesante…
Però, dai, non è tutto da buttare: tutti i difetti rientrano benissimo in una adeguata soglia di sopportazione…
È un film che sembra un’Estate di caldo adeguato: è sì caldo, ti rompi le palle, sudi, ma siccome non si superano mai i 30 gradi, allora è almeno “vivibile”… e la fotografia è davvero bella! – Not so Down

11 – The Wife — Björn L. Runge — Videa
Ottima prova degli attori, ma è una sceneggiatura imperfetta, affetta da alcune, e abbastanza sostanziose, incongruenze… Anche la regia latita e non sa davvero cosa dover inquadrare, se solo gli attori o tutto il resto… e il “resto” è incongruente…
Viene fuori un freddo pastrocchio che si regge tutto sugli attori… e a qualcuno può anche bastare eh… – Not so Up

12 – First Man — Damien Chazelle — Universal-DreamWorks
La prima grande cacchiata dell’anno…
La conquista della Luna fu solo la questione assolutamente privata di un disperato in lutto…
E, soprattutto, fu una sequela di inquadrature a caso montate a caso…
Ti sballotti di struculli e di sferragliamenti in colonna sonora, e ogni tanto vedi flashback a colori saturi di bimbe morte, moquette, sedie, modernariato… ogni tanto spunta Claire Foy… e il più delle volte vedi Ryan Gosling, con la sua espressione triste, sempre quella, terrea, incolore, ottusa e banale… per qualche secondo spuntano anche attori televisivi che fanno macchiette… ma il più delle volte lo schermo è nero, per diversi minuti…
Questo è First Man: il nero cupo del nulla montato sballottante per ingannare i fan festivalieri, che appena vedono la macchina a mano vanno non si sa perché in visibilio e gridano al capolavoro… – SuperDown!

13 – Bohemian Rhapsody — Bryan Singer & Dexter Fletcher — Twentieth Century Fox
Il film che dopo Walk the Line ha sancito il definitivo trapasso del “film rock” da illustrazione di eslege a glorificazione di idoli edificanti belli e buoni…
Di questo film s’è parlato tanto, e quindi non si può che riassumere il fatto che è David Copperfield: c’è David (Mercury), Uriah Heep (Prenter), Agnes (Mary); e ci sono le funzioni attanziali della fiaba o della configurazione melodrammatica ottocentesca: c’è la redenzione sotto la pioggia attraverso la donna, e la morte purificatrice di una vita dissoluta (come in un dramma di Victorien Sardou)… se tutto questo vi piace, vi piacerà anche il film, sennò nulla…
Certamente ci sono anche ottimi argomenti filmici a supportare la rievocazione dei Queen: c’è uno spettacoloso gemellaggio tra fotografia e montaggio e una sofisticata gestione della colonna sonora: tutte cose molto gradite… – Up

14 – Lo Schiaccianoci e i Quattro Regni — Lasse Hallström & Joe Johnston — Disney
Secondo film consecutivo gestito da due registi che hanno lavorato senza accordo indipendentemente l’uno dall’altro (anche se pare sia stato Hallström il maggior responsabile artistico)…
Che dire?
È visivamente e scenograficamente straordinario, Mackenzie Foy è un chicchino (anche se, stranamente, dopo Interstellar ha deciso evidentemente di smettere di recitare: in questo film si limita ad apparire in tutta la sua pucciosa carineria), e la sceneggiatura è di serie A fiabesca…
Tutto questo (e naturalmente Čajkovskij spalmato in quantità godibile), in me, è bastato a farmi passare sopra al fatto che più che un film è uno spot di autopromozione della Disney… In altri non so se farà lo stesso effetto… – Up

15 – Roma — Alfonso Cuarón — Netflix
Una macchina da presa si aggira svogliata nel Messico del 1970… È una macchina svogliata ma è vanesia: è smorta nel vedere quello che vede, ma è del tutto compiaciuta a rimirarsi lei stessa: mi spiego: è una macchina che gode come una matta a masturbarsi con i complicati movimenti che riesce a fare: è una macchina amorfa con le persone ma narcisista con se stessa: è una bella macchina che avrebbe bisogno di uno psicologo…
Non gliene frega niente di quello che vede, ma nonostante l’indifferenza esibita, questa macchina psicotica si appiccica come la colla a una povera servetta, trattata dai padroni con paternalistica bonarietà… Ancora in barba alla ostentata impassibilità, la macchina finisce per farci vedere: a) molti eventi biografici della servetta, ai quali la macchina non si preoccupa di offrire nessuna forma di empatia; b) molti momenti lussuosi della vita dei privilegiati padroni, ugualmente asciutti e noiosi; c) alcuni problemi politici causati dall’ingerenza americana nella politica messicana, problemi che innescano perfino violenze su cui la macchina non ha, ancora, nulla da dire… Finisce che la macchina, nella a questo punto fastidiosa ambivalenza tra distacco e narcisismo, ha dimostrato più “empatia” nell’inquadrare l’arredamento dei ricconi che in tutto il resto, e, non si sa perché, ha voluto osservare un momento della servetta già di per sé assurdo, cioè quanto trasferisce nell’amore dei bimbi dei padroni ricconi quell’amore che non è riuscita, giustamente, a dare a un suo figlio mancato, non voluto, frutto di una relazione sessuale poco partecipata con una merda di guerrigliero pagato dagli americani…
Su questo film del tutto assurdo, ma osannato da chiunque, ho condotto diversi test…
Facevo vedere a studentelli sbarbatelli (e qui sono io a essere paternalista) il finale di Aguirre, der Zorn Gottes di Herzog, col suo stupefacente shot circolare sul fiume a sottolineare perfettamente l’isolamento folle del protagonista (che è anche metonimia di Europa e di mondo): uno shot fatto con tre lire ma così efficace… e proponevo loro di confrontarlo con il complicatissimo long take lineare sul mare in tempesta che accompagna in maniera smorta e distaccata le scena di transfert della servetta…
Una netta maggioranza mi ha detto che lo shot di Herzog faceva schifo e che il long take di Cuarón era splendido… solo pochissimi hanno apprezzato entrambe le inquadrature…
Quando Roma ha vinto a Venezia, i titoli dei giornali hanno tuonato che a vincere era stata Netflix… e vidi, sui social, quei ragazzini annoiati da Herzog diventare magicamente PR gratuiti di Netflix, inneggiando alla vittoria di Roma: là ho capito che Roma ha avuto tutto il successo che ha avuto perché era di Netflix: fosse stato della DeRuttis Entertainment non se lo sarebbe filato nessuno…
In tutto questo, io cosa voglio dire?: voglio dire ovviamente che Roma è stata la ciofeca più colossale di quest’anno: una delle torture più dolorose che abbia mai subito…
Il cinema che si bea di non immedesimarsi nell’inquadrato e di crogiolarsi solo e soltanto nell’inquadratura mi ha ricordato le cacchiate di Adorno, le sciocchezze del primo Boulez, quella scemenza di purezza del mezzo, quell’idea che possa esserci cinema anche senza spettatore, che possa esserci visione senza voyerismo, forma senza contenuto, movimento senza pensiero…
La voglia è quella di rifugiarsi in operazioni davvero e non falsamente avanguardistiche, in roba tipo Blue di Derek Jarman (1993), che produce visione, una visione immaginata e mentale, proprio eliminando la visione fenomenica, e lì riallacciarsi con il mainframe del *cinema* nel vero senso della parola… – SuperDown!

16 – Suspiria — Luca Guadagnino — Videa
Il povero Guadagnino non riesce a fare film belli, proprio non ce la fa… ma con Suspiria fa un film per lo meno dalle intenzioni buonissime… Sì, non ce la fa a finirlo (si incarta, si imbratta, e risolve, come sempre, nel ridicolo involontario), ma per lo meno c’ha provato…
Fa ridere, e l’ultima parte è davvero comica… ma Guadagnino ha fatto decisamente molto peggio… – Not so Down

17 – Il ritorno di Mary Poppins — Rob Marshall — Disney
Non è possibile guardarlo, e non per evidente superiorità dell’antigrafo del 1964, ma per scoraggiante pochezza visiva e scrittoria… ed è proprio il voler scimmiottare il film del ’64 che penalizza l’operazione… Marshall non è mai bravo già di suo, figuriamoci costretto a una imitazione annacquante: il suo film non sa come fare, non sa come concretizzarsi, e si stempera nel nulla… non ci si ricorda di questo film, neanche i bambini ce la fanno a vederlo, tanto è lezioso, lento, e privo di tutto, di trama come di personaggi, di idee come delle stesse inquadrature. È un film quasi come Roma: alla Disney pensavano bastasse pagare scenografi, attori, costumisti e fotografi per fare un film: e quei poveri professionisti, essendo pagati, hanno lavorato, ma hanno lavorato a vuoto… perché, come si diceva in Roma, non c’è cinema solo con l’involucro del cinema… e Il ritorno di Mary Poppins è questo: una scatola pitturata di fresco, ma del tutto vuota… – SuperDown!

18 – Una notte di 12 anni — Alvaro Brechner — BIM
Un film piccolino ma molto pregno di roba. Esprime bene le assurdità della dittatura, e illustra alla perfezione la psiche del prigioniero politico nel suo farsi e mostrarsi… — è piccolo ma è un gioiellino… – Up

19 – Ben is Back — Peter Hedges — Notorious
È un film poco sopportabile su una mamma cretina che non riesce ad ammettere di essere una cretina e che si autoinganna di avere un genio di figlio mentre invece ha un povero tossico stragiato e stragiante…
La resa visiva, però, desunta da tipi visivi da reality e da traslucidezza diafana quanto asciuttamente distaccata, non rende un brutto servizio alla assurda trama, regalandole anche una certa, blanda e innocua ma non assente, struggenza… c’è di meglio ma, come vedremo dopo, anche di peggio… – Down

20 – Benvenuti a Marwen — Robert Zemeckis — Universal-DreamWorks
Un filmettino delizioso, che applica un lusso sfrenato di visione a una edificante trama di liberazione dalle dipendenze e dai lutti, adatta ai più piccoli (scritta dalla Caroline Thompson di Edward Scissorhands e Nightmare Before Christmas)… Molto carino… – Up

21 – Cold War — Pawel Pawlikowski — Lucky Red
Aiutano a capire il mio punto di vista anche i commenti fatti con Sam Simon nella sua recensione
Per me uno dei capolavori più intensi dell’anno, quello più pregno di significato, più stringente di visione, più stupendo di linguaggio… Una metafora del rapporto tra Europa dell’Est ed Europa dell’Ovest, tra vita e pensiero, tra Amore e contingenza, tra realtà e volontà, da paragonare a Wagner, Schopenhauer, Nietzsche, e altri grandi della Storia…
Un’esperienza non facile, che ha deluso molti, ma che è impossibile non confrontare con l’esagerato entusiasmo per Roma (e ricordiamoci che Cuarón ringrazia Pawlikowski nei titoli finali di Roma): è proprio vero che chi ha il pane non ha i denti e viceversa… – SuperUp!

22 – La Douleur — Emmanuel Finkiel — Valmyn/Wanted
Film in cui una visualità molto complessa, tutta da ammirare, riscatta un impianto drammaturgico un pochino poco compatto, ma efficace nell’illustrare quanto le tragedie Storiche influenzino con sommo dolore le vicende personali e psicologiche delle singole persone… – Up

23 – La favorita — Yorgos Lanthimos — Twentieth Century Fox
Non ne parlo benissimo, perché alla prima visione mi aspettavo di più… poi l’ho rivisto altre volte e sono riuscito a vederci quel cinema che di prim’acchito non ci avevo riconosciuto… Nonostante la ridimensione del giudizio, la mia opinione non propende per il SuperUp, in quanto quest’anno, a mio avviso, c’è stato molto di meglio… – Up

24 – Il primo re — Matteo Rovere — 01 Distribution
Uno dei film più brutti dell’anno, paragonabile a Roma e al Ritorno di Mary Poppins: è così compiaciuto nel far vedere di «poter fare» che si dimentica di pensare al fatto se sia opportuno che lo faccia!
Violento, spaccone, esagitato, barbuto, tutto ninnoli e niente cervello, privo di sguardo se non di piattume narrativo uguale a mille altri, con scene in cui si spappolano le braccia non perché c’è da spappolare le braccia ma solo per far vedere che si sanno costruire delle braccia spappolate… un totale shift di intenti, ancora, tra forma e contenuto, tra potere e dovere o volontà (si «fa» solo per dimostrare che si può, non perché si deve né perché si vuole), con le idee poco chiare anche dal punto di vista della metafora barbarica del passato (Rovere non sa davvero come mai sta ambientando la sua vicenda nella Roma pre-monarchica, e la cosa si vede ogni secondo: vuole stigmatizzare il presente? glorificare il presente? stigmatizzare il passato? pensare al passato? pensare al presente? non si capisce proprio, tanto che si sospetta che a Rovere non siano venute in mente nessuna di queste domande e questioni…) – SuperDown!

25 – The Mule — Clint Eastwood — WB
Non è un Eastwood dei migliori, ma sotto sotto e micio micio, porta a casa una ottima riflessione proprio sulla coincidenza tra significante e significato, che illustra bene quanto essere profeti del politically correct e l’ostentare di predicare bene sia inutile se intanto si razzola male… se si deve essere così, a quel punto, è meglio, secondo Eastwood, uno che predica male ma razzola benissimo! Si può essere, in certo qual modo, anche d’accordo con lui, anche perché la sua misura visiva, stavolta, è ben variegata da ottimi tremori di macchina a mano garantiti da Yves Bélanger… Ribadisco però che c’è di meglio – Not so Up

26 – Vice — Adam McKay — Eagle/Leone [Annapurna]
Carino e a tratti geniale, ma certamente didascalico e spesso fuori misura… – Not so Up

27 – Green Book — Peter Farrelly — Eagle/Leone [Participant/DreamWorks]
La polemica è stata tosta: avrebbe fatto meglio a vincere l’Oscar l’ottimo BlacKkKlansman invece di questo deboluccio Green Book… Ma, secondo il tema inaugurato da Sulla mia pelle, è inutile dare i 10 a gente che è in grado di capire, quando va bene, solo i 6… per far capire i 10 alla gente è bene abbassare i motori, cominciare a dare i 7, sperare che i 7 piacciano così da passare agli 8 e così via, fino a che, un giorno, non si arriverà ai 10… i radicali continuino pure a distribuire col badile i 10 alle masse sperando, alla lunga, di abituare le masse ai 10: gli amici dei radicali ne godranno anche, ma la massa non reggerà mai i 10, li rifiuterà, e i radicali rimarranno lì, col badile, a lamentarsi che la massa vota Salvini perché è una massa idiota… radicali che continueranno a dire: «la massa è cretina! non facciamo che dare loro i 10 col badile e loro non fanno che sgranocchiare i 2, i 3 e gli 1 di Salvini di merda: la massa fa schifooooo!»…
È un fallimento di situazione: ci vogliono i 5, i 6, i 7, gli 8 e i 9 prima di arrivare ai 10, e se non lo capiscono i radicali allora sono i radicali gli imbecilli, non la massa che altro non può fare se non mangiare la merda a cui è abituata… quella massa da una parte ha merda a volontà e dall’altra ha radicali puristi, circondati da 10, che la insultano perché non apprezza i 10… per forza la massa manda affanculo i radicali insultanti e torna a preferire la merda…
Green Book non è un film bellissimo, è peggio di BlacKkKlansman, ma è *necessario*: è quel 7 di cui la massa ha bisogno per arrivare al 10…
Ai radicali c’è da dire che è inutile cercare di andare a 300 km/h con la Pandina su per il Passo dello Stelvio: fare così non è coraggio, non è cultura, è suicidio, perfino impraticabile (la Pandina non ci va a 300, nemmeno attaccata a un treno!): se davanti ci s’ha lo Stelvio e c’è da farlo con la Pandina, beh, è bene accorgersene subito e imparare a guidare la Pandina, col suo cambio manuale, con la sua frizione che è quella che è, e col suo motorino che è quello che è: c’è da imparare a scalare in prima per fare i numerosi tornanti, e altre cose così… se non fanno questo i “radicali” della cultura si sfracelleranno alla prima curva ed è un peccato: la cioccolata calda allo Stelvio è tanto buona… – Up

28 – La casa di Jack — Lars von Trier — Videa
I radicali della cultura si accontentino pure di questa ciofeca di film, ennesima seduta psicanalitica di von Trier (e c’è chi, lo vedremo, si lamenta di Dolan!), ed ennesimo suo pistolotto sull’ormai compromesso status morale di un’umanità del tutto disumana… un pistolotto anti-violenza che intanto si compiace di concepire schifezze violente delle più cervellotiche e intricate possibili… solo un povero depresso come von Trier è lì a ridacchiare dell’inconsistenza di questo suo dualismo, convinto della cavolata di potere, con una catarsi omeopatica, scacciare la violenza con la violenza: la violenza mica è la Vitasnella, mica è «l’acqua che elimina l’acqua»! Potrebbe esserlo se la si *misura* in diegesi o in assurdità (come fa Cronenberg, per esempio, o come era riuscito a von Trier in altri film) e non se la si rende un balocco godurioso… Non raggiunge il SuperDown perché von Trier, sotto sotto, sa di stare esagerando e contrappunta il film di obliquità estranianti ironiche che stemperano di molto l’oscenità del risultato – Down

29 – Copia originale — Marielle Heller — Twentieth Century Fox
Compitino efficace ma non efficiente: alla fin fine dice pochissimo… – Down

30 – Captain Marvel — Anna Boden, Ryan Fleck — Marvel (Disney)
Quando la Marvel riconoscere di fare delle fiabe fa i suoi film migliori…
Captain Marvel è una sorta di Labyrinth, una autocoscienza mentale, e in questo funziona benissimo!
Chi si affeziona alle castronerie dei supereroi, ai colori cretini dei costumi, agli eventi dementi delle trame, ai potenziometri rincoglioniti dei singoli poteri, dimenticando che queste castronerie, cretinerie, demenze e rincoglionenze altro non sono esse stesse che funzioni fiabesche, beh, faccia come gli pare, ma secondo me è vittima della colpevole infantilizzazione del pubblico propinata dal mainstream e sta guardando i film sbagliati nel modo sbagliato (ma chi sono io per dire questo?) – Not so Down

31 – Boy Erased — Joel Edgerton — Universal-Focus Features
Sciocchezzuola di qualità infima, che vorrebbe parlare di un problema serio, ma finisce per annaquarlo e quasi per ridicolizzarlo, negarlo, ammansirlo, edulcorarlo… un difetto bello grosso perché quel problema c’è e il film, trattandolo così, è controproducente… un disastro! – SuperDown!

32 – The Professor and the Madman — P.B. Sherman [Farhad Safinia] — Eagle
Cosetta assurda di un Gibson superdecotto, coi soliti casini di produttori cattivi che mettono i bastoni tra le ruote, e coi soliti innuendo verso un cattolicesimo delirante di redenzione… Benintenzionato e bonario, buono e carezzevole, polpettone da TV natalizia, di stufato sentimentale bello appiccicoso, è un film che non rimane per niente, anche se ha una macchina a mano, una ricostruzione d’epoca, e una Natalie Dormer non malvagi… – Down

33 – Dumbo — Tim Burton — Disney
Tanto bistrattato dai radicali culturali, questo Dumbo rappresenta di nuovo un lussuoso 7 da propinare alla massa col quale Burton, con splendido genio, sotto sotto, riesce a far abituare alla gestione della tensione, immette, alla chetichella ma con chiarezza, riflessioni sulla malsanità dello showbusiness (sempre corrotto di politica), e propone metafore di società alternative e possibilità “utopiche” nuove, belle ficcanti, multiculturali e familiari, che sono ossigeno in questo mondo trumpiano… Un vero spettacolo che è paideia… – Up

34 – Border — Ali Abbasi — Wanted/PFA Films/Valmyn
Ci mette molto a ingranare, con parecchie cose poco quadrate (le scene di felicità amorosa sono forse scioccarelle, e la bruttura insistita è un po’ ostentata, così come la macchina a mano), poi tira fuori una metafora e una catarsi supertop, davvero alla Eschilo! – Up

35 – Shazam! — David Sandberg — WB
Così come la Marvel anche la DC comprende che il target delle sue storie è quello dei bimbi di 11 anni… e come film per bimbi di 11 anni, questo Shazam! funziona bene, tornando, anche, a un sistema cinefumettaro anni ’90, quando il cinefumetto era uno scherzo, allora anche carino e gradito, e non ancora questa calla lessa, questa tassa, questa imposta monopolistica che grava come un macigno sull’intera industria hollywoodiana, tarpando le ali a qualsiasi altra forma d’espressione filmica… eh oh… in quest’ottica di target azzeccato uno Shazam! che insegna agli 11enni perfino il valore della famiglia non di sangue (in tempi in cui l’atavismo familiare occidentale torna a essere quello dei cavernicoli, tutti stipati nelle grotte tra consanguinei a picchiare e uccidere chiunque non sia parente [vedi i messicani di Trump e le famiglie di migranti a Lampedusa]), è quasi un toccasana di ridancianeria… ovvio che è impossibile guardarlo, se si hanno più di 11 anni, senza chiedersi perché s’è pagato un biglietto: ma anche questo è salutare: i cinefumetti erano così, cose innocenti, che potevi anche scegliere di non vedere, e non mattoni che occupano 4 delle 6 sale del multisala medio… – Not so Down

36 – Le Invisibili — Louis-Julien Petit — Teodora
Delizioso film su un sistema statale che cerca di tappare le falle d’acqua invece che agire in modo più sistematico, anche doloroso (tipo attraccare al primo porto e rifare lo scafo)… Il tono è stemperante ma mai negante il tema tragico, e la visualità è sbarazzina, e arriva facilmente, anche se è composta da idee radicalissime (piani sequenza, momenti estranianti alla Ozu, avanguardie visive alla Gerhard Richter): davvero ottimo! – Up

37 – Endgame — Russo Bros. — Marvel (Disney)
I tentativi di Captain Marvel e Shazam! di riportare i cinecomics a un senso (un senso di infanzia, di fiaba, di avventura da 11enni), si frantuma nella sbomballata impossibile di Endgame
Il mondo presentato nel film è proprio un mondo militaresco di sconclusionata logica bellica, quella secondo la quale ci sono vincitori anche se sono morti tutti!
Io ho trovato davvero ridicolo l’aver pianto e aver edificato militi ignoti in ricordo dei morti, e poi decidere comunque di andare indietro nel tempo pur di “rivincere”, finendo per salvare alcuni ma per ucciderne altri, ai quali si dedicano altri militi ignoti, e considerare tutto questo sensato…
Nel Dr. Strangelove di Kubrick, di 55 anni fa, il generale guerrafondaio Turgidson (George C. Scott) diceva al presidente USA di quanto fosse meglio fare una guerra nucleare anti-sovietica totale, visto che in essa i russi sarebbero stati pressoché sterminati, mentre l’America avrebbe subíto al massimo 20 milioni di morti, che erano assai preferibili ai 150 milioni di una guerra meno diretta che avrebbe prodotto un possibile contrattacco sovietico…
55 anni fa, il discorso di Turgidson sembrava assurdo: come era possibile considerare 20 milioni di morti una quantità «accettabile» di una guerra nucleare!? E come era possibile considerare accettabile lo sterminio integrale di tutto il popolo della nazione nemica…? Gli Avengers fanno gli stessi discorsi in questo film, con la solita retorica della guerra necessaria, del nemico totale, del cattivo non umano e compagnia bella… e finiscono in ogni caso per piangere morti su morti, di nuovo, proprio quando nello stesso tempo si bullano come “vincitori”, e proprio davanti ai morti!
Un film davvero assurdo…
Che, per altro, smaschera spesso la sua natura di delusionale apologo sull”affetto mancante’: tutti gli eroi appaiono come bambini bisognosi dei genitori: bambini che sono diventati militari, o si immaginano militari solo per rendersi interessanti e “visibili” a genitori poco presenti (data la natura del tutto assurda della vicenda, così inquietante dal punto di vista bellico, è facile interpretarla come sogno di un bambino poco amato)…
Un ‘affetto mancante’ che affligge l’intera America militarista: lo prova il fatto che il film finisce addirittura negli anni ’40, quelli proprio della guerra, quelli in cui l’America salvò il mondo intero dal cattivone, il momento in cui l’America recitò la parte del buono nella fiaba della Storia… gli anni ’40 del militarismo, dell’anticomunismo, di nuovo dell’atavismo familiarista (qualsiasi cosa non americana doveva essere sterminata), in cui tutti si stringevano a mamme e babbi felicioni quanto finti
quella visione finale annulla lo spunto anti-razzista dell’avere un Capitan America nero, poiché la glorificazione degli anni ’40 è anche la glorificazione di turpi anni di razzismo: quel finale smaschera davvero Endgame come un sogno militaresco, falsamente antirazzista, di un paese che vuole tornare a essere bellico e razzistissimo…
Oddio che tristezza…
Sono davvero felice per coloro che sono riusciti a trasfigurare tutto questo in metafora fiabesca (Thanos come orco irretente bimbi abbandonati dalle mamme e dai babbi, in un Endgame simile a Hänsel und Gretel, da cui è fuori luogo trarre spunti contemporaneisti, né militaristi né antimilitaristi): io non ce l’ho fatta… – SuperDown!

38 – Stan & Ollie — Jon S. Baird — Lucky Red [3Marys ecc.]
Delizioso e fatto benissimo, con goduriose implicazioni semantiche (il rendere omaggio a Laurel & Hardy con un film di Laurel & Hardy; e il transverberare i protagonisti in pure ombre, puro cinema, nel finale), ma chi non è toccato dalla comicità di Laurel & Hardy, in questo film trova poco… – Not so Up

39 – Aladdin — Guy Ritchie — Disney
Tutti quelli della blogosfera che hanno odiato il Dumbo di Burton si sono poi trovati ad adorare questo Aladdin visivamente sciattissimo, dagli effetti speciali sofisticatissimi che risultano molto meno efficaci (o anche fin troppo somiglianti) delle scene in crinoline, cartapesta e trasparenti del Ladro di Bagdad di Powell/Berger/Whelan di 80 anni fa… Se il risultato è questo, tanto vale tornare a fare i film con la cartapesta e i trasparenti, almeno avremmo una scusa quando risulteranno poco ficcanti!
Un film degli anni ’40, ripreso in modi anni ’40 (le canzoni sono riprese frontalmente come agite su un palco: come faceva Jean Negulesco con Fred Astaire!), con attori insulsi davvero simili agli attori tutti faccia e niente recitazione degli anni ’40 (si salva solo Jasmine), che ha in attivo solo una minuscola idea femminista…
Mamma mia… se basta così poco per essere definito il «miglior live action Disney possibile», allora Favreau avrà la vita facilissima!
Burton, invece, no: le sue scenografie, assai migliori, non piacciono più; i suoi soggetti molto più politici non acchiappano più; la sua regia molto più abile non prende più (qui nessuno è col fiato sospeso che Aladdin cada durante le sue ginniche e prevedibili evoluzioni acrobatiche, mentre la paura che Dumbo caschi sul pubblico Burton te la fa provare a mille)…
proprio nessuno perdona a Burton l’aver creato gli emo: e su di lui grava unanime il preconcetto, e questo Aladdin scioccarello sovrasta il corposo Dumbo
Stavolta non funziona la metafora tirata fuori in Green Book: stavolta al 7 di Dumbo tutti hanno preferito il 2 di Aladdin
C’è da piangere?
Io, a constatare l’inconsistenza delle mie teorie, piango eccome! – Down

40 – Il traditore — Marco Bellocchio — 01 Distribution
Finalmente un film sulla mafia italiano capace di rapportarsi ai capolavori americani in fatto di rappresentazione e riflessione…
Buscetta è visto con uno sguardo stupendo, che riesce a essere sia esterno (quello dei media), sia interno (quello dei ricordi di Buscetta), sia metacinestetico e catartico: quello sguardo siamo noi italiani che finalmente guardiamo la mafia, in tutta la sua aporia, in tutti i suoi paradossi, in tutta la sua follia, in tutte le sue tragiche implicazioni… Eccezionale… – SuperUp!

41 – Cafarnao — Nadine Labaki — Lucky Red [3Marys, Sony, Wild Bunch]
Strepitoso testo sulla condizione contemporanea disfunzionale nella sua polarizzazione tra voglia di guardare ogni cosa e vergogna assoluta di aver visto le vergogne che si è tanto voluto vedere! E testo capitale dell’indecenza del mondo odierno, incasinato, privo di senso, maligno, del tutto entropico, con buona pace di tutti quanti… Un film che fa capire a tutti lo schifo che siamo e saremo sempre… Nichilista, ma necessario… – SuperUp!

42 – Dolor y Gloria — Pedro Almodóvar — WB
Un maestro al lavoro su una riflessione fantasmagorica su cosa voglia dire rappresentarsi e rappresentare, su cosa sia il cinema e cosa significhi per l’esistenza umana, su quanto di quell’esistenza umana è effettivo e quanto è elusivamente impalpabile, immaginato, sfuggente, aereo e NON esistente… È davvero da gridare al miracolo! – SuperUp!

43 – Rocketman — Dexter Fletcher — Paramount
Regia molto inventiva al servizio di un biopic musicale risaputo, ricalcato su Walk the Line e fin troppo simile al troppo cronologicamente vicino Bohemian Rhapsody, ultimato dallo stesso regista… Lo guardi volentieri, e ammiri molto il lavoro svolto, ma il tutto risulta molto ripetitivo… – Not so Up

44 – The Dead Don’t Die — Jim Jarmusch — Universal-Focus Features
Simpatica riflessione sul Rauchentheater di Brecht: divertente, estraniante, foriero di modi di ripresa tra il primitivo e l’ironico, dalla condotta complessiva purtroppo un po’ ritrita: un enunciato di classe forse poco necessario, che non aggiunge nulla a quanto già c’è, però male non fa… – Up

45 – American Animals — Bart Layton — Teodora
Un film che è una gran bella esperienza, che mette sul piatto molte cose che è necessario illustrare col suo cipiglio marcato, inventivo, cangiante… forse, alla fine, le cose sul piatto finiscono per essere troppe, e forse in un lavoro successivo il regista potrà sfoggiare ben altra capacità di sintesi, ma anche questo American Animals è davvero interessantissimo… – Up

46 – Mug, un’altra vita — Małgorzata Szumowska — BIM
Anche questo non perfetto, con poca sintesi, poca lucidità di fondo, ma foriero di tanti pensieri che dovremmo cominciare a pensare a lungo: sul grado di barbarie che accettiamo ogni giorno, sull’ignoranza che ci pervade, sulle priorità puramente superficiali che identifichiamo… – Up

47 – La mia vita con John F. Donovan — Xavier Dolan — Lucky Red
Molto bistrattato dalla blogosfera, a mio avviso non è un film che va preso sottogamba, poiché le sue immagini (come succede in un film di Malick) raccontano molto di più della storiellina strappacuore proposta nei dialoghi, in un florilegio davvero complesso di polisemie tematiche e meta-narrative insite nelle immagini e tutte da indagare… è il Velvet Goldmine di Dolan… – Up

48 – Beautiful Boy — Felix van Groeningen — Amazon
Il più vieto naturalismo rappresentativo non offre nulla a questa sciatta e purtroppo banalissima tranche de vie della vita tossicodipendente, che raffredda invece di appassionare, tedia invece di tormentare, affossa nel nulla del réportage qualcosa che avrebbe bisogno di più espressionismo onde attecchire in un pubblico… – SuperDown!

49 – La paranza dei bambini — Claudio Giovannesi — Vision Distribution
Giovannesi ce l’ha fatta, nella mia del tutto incongruente teoria dei 7 e dei 10 esposta in Green Book, a proporre un bel 7 a un pubblico che ne ha tanto bisogno e che si crogiola purtroppo nei 3…
Ovvio, facile, ma anche intelligente nel fornire spunti di riflessione (l’iconicità delle immagini di Ciprì connette la pazzia camorristica alla pazzia cavalleresca), saggio ridimensionamento delle false glorie, ben messi argomenti educativi… da vedere e rivedere… – SuperUp!

50 – Nureyev, the White Crowe — Ralph Fiennes — Eagle [BBC, HanWay]
Fiennes non lavora male, ma non sembra neanche lui così interessato a Nuréev: pare voler illustrare bene la sua fuga in Occidente, e vorrebbe motivarla al meglio sottolineandone le necessità artistiche e personali, ma non riesce granché a farlo con compiutezza: tutto è abbozzato, e ingenera curiosità e interesse, che però occorre sviluppare da soli, perché il film perde un po’ tempo a guidarci in dettagli che poi quasi si compiace di lasciare sfocati… mah… – Not so Up

51 – The Sisters Brothers — Jacques Audiard — Universal-Focus Features
Quello che è risultato, purtroppo, essere l’ultimo film del grande Rutger Hauer, è un testo discontinuo e accidentato, forse indeciso sul tono da prendere e sulla vicenda da raccontare, che però conserva un respiro da grande narrazione, da romanzo onnicomprensivo (di un’epoca, di un tipo di carattere, di una stagione della vita), raccontato senza immediatezza (e questo può far storcere il naso nei tempi odierni), senza compattezza (per far arrabbiare chiunque si accosti a una trama), ma con eccezionale spirito… è un film in cui immergersi nel bene e nel male – Up

52 – Edison, l’uomo che illuminò il mondo — Alfonso Gomez-Rejon — 01 Distribution
Un film che non eccelle per presa su un audience, per tanti fattori: presenta una vicenda storica di ben poco appeal curioso, e la presenta con una fluvialità dispersiva che annulla molta della presunta suspence che quella vicenda ebbe solo per certi rotocalchi scandalistici del tempo… Ma alla fine è un film da guardare con simpatia perché presenta un tono, un décors, e un intreccio davvero molto ben rappresentanti l’Ottocento, in un omaggio a tutto quanto è Ottocento, anche ai suoi difetti (fluvialità dispersiva e mancanza di suspence, grandeur scenografica fintissima, parrucconi e cappelloni), davvero molto sentito e riuscito…
E la visualità di Gomez-Rejon, affastellata, pazzoide, sgrammaticata, tutta estetica e ostentazione tecnica, divertentosamente ludica (sembra avere la voglia di inquadrare di un amatoriale, sembra quasi cinema privato), strappa davvero l’applauso, perché anch’essa, come tutto il resto, sembra uscita proprio dall’immaginazione dell’Ottocento aggiornata alla tecnica odierna!
Tutto sommato, però, non so davvero quanto questo film verrà ricordato anche solo tra un paio di mesi… – Not so Down

53 – Serenity, l’isola dell’inganno — Steven Knight — Lucky Red [3Marys, Global Road, Aviron ecc.]
Una per nulla brutta storiella di violenza subita, che viene elaborata nel virtuale, nascosta dentro un film esagitato, fumettistico ed esteriore… Mah… Ci si può accontentare o riderci su… – Not so Up

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