«Proletkult» di Wu Ming

Certamente il Reds di Warren Beatty (1981) serve come termine di paragone cinematografico preponderante per la lettura di questo libro, non avendo io mai letto l’ipotesto principale sul quale Wu Ming opera un bellissimo palinsesto, e cioè il romanzo Stella rossa di Aleksándr Bogdánov (1908)…

In quel romanzo di fantascienza, Bogdánov immaginava Marte come un pianeta dove si è realizzato il Socialismo… e il Socialismo era proprio quello che Bogdánov, come chiunque impegnato nella Seconda Internazionale, stava cercando di realizzare…
Nella branca russa dell’Internazionale, con Bogdánov, c’erano Lénin, Lunačárskij, Gór’kij, Zinóv’ev, Litvínov, Tróckij, Kollontáj, e Kóba (e cioè un tale Iósif Džugašvíli, il futuro Stálin), impegnati in attività di politica, guerriglia e rivoluzione anti zarista al fine di istituire un governo di sovét socialisti (poi comunisti) in tutto l’Impero Russo…
Cosa tutt’altro che facile: nel 1905 una loro “azione” insurrezionalista venne sedata parecchio male da Nikoláj II Románov e nei lunghi anni della loro “riorganizzazione” il gruppo marxista sta in esilio (Finlandia, Capri, Bologna, Parigi), a filosofeggiare tra i diversi modi di interpretare il marxismo, applicabili soprattutto al paradosso di voler costruire il Socialismo in una Russia che non era industriale ma del tutto rurale (e Marx aveva proprio detto che il presupposto per l’innescarsi delle condizioni necessarie affinché avvenisse la coscienza e poi la lotta di classe era proprio la presenza di una borghesia industriale alle cui evidenti crudeltà contrapporsi), con annessi problemi di educazione di un popolo contadino tutt’altro che al corrente della loro coscienza di classe, e derivate questioni di aderenza o meno al marxismo ortodosso (la lotta, si sa, si divise tra bol’ševikí, la maggioranza di Lénin, e men’šivikí, contrapposte sulle diverse maniere di “insediarsi” nello stato: se accettare compromessi ibridanti o pretendere un potere supremo da subito senza mediazioni; o anche sull’internazionalismo in sé, se sposarlo in ottemperanza al sogno unitario marxista, o agire su un singolo stato dal quale poi espandersi; oppure, naturalmente, sull’uso della violenza come strumento di “politica”)…

Quando, nel 1917, i bol’ševikí riescono a prendere il potere, occupando il Palazzo d’Inverno a San Pietroburgo (le cose che narra Beatty in Reds, prendendo il “punto di vista” del giornalista John Reed, poi amico di Lénin ed esponente di punta del Komintern con Zinóv’ev), tutti le questioni vengono “messe in pausa”, e molti dei detti acquisiscono posizioni determinanti nel governo “sovietico”, ma il modo in cui governare la nuova Unione Sovietica rimase sempre un problema: le idee di Lénin su “nuove politiche economiche” e sull’industrializzazione forzata rappresentavano davvero le soluzioni giuste?
E dal punto di vista “artistico”?: si doveva davvero creare una nuova arte?

Wu Ming parla di tutto questo, in un romanzo costruito con un intrico di flashback innescati da appigli visivi del protagonista Bogdánov, che gli ricordano blocchi temporali-narrativi diversi… la struttura, oltre all’ovvio Kurt Vonnegut (più che Slautherhouse-Five, ormai riscontro lapalissiano, stavolta siamo più dalle parti di Breakfast of Champions e Cat’s Cradle; vedi anche Arrival), ricorda più C’era una volta in America di Sergio Leone e Brazil di Terry Gilliam che i gorghi di Christopher Nolan, poiché il gioco tra i blocchi temporal-narrativi è giustificato e lavorato per diegesi e discorso e non è il confuso ninnolo compiaciuto e fine a sé stesso del regista inglese (tutto tronfiamente intreccio: sulla questione, vedi il mio parere su Dunkirk)…
Questa storia non è ingarbugliata da un demiurgo onniscente che si diverte (Nolan), ma questa storia la si può raccontare solo così: per analessi e prolessi che si sovrappongono, tanto da fondersi, nel ricordo come nell’immaginazione…

Bogdánov si ricorda di aver sublimato la lotta socialista nel suo romanzo di fantascienza (Stella rossa), quando la lotta socialista era ancora nel suo farsi, o, addirittura, nel suo idearsi… e un fatto, un “momento”, un “agente”, forse estraneo o forse no, dopo dieci anni dalla Rivoluzione (il “presente” di Proletkult è nel 1927-28), lo costringe a ricordare e ricollegare i pezzetti del suo puzzle mentale di ricordi per arrivare a una verità che esterna non è affatto: una “verità” che è un conoscersi, che è un attorcigliarsi su di sé…

E il conoscersi è conoscere le proprie teorie, oltre che la propria vita: conoscere quel che Bogdánov pensava nel 1905, nel 1907, nel 1915, nel 1917, nel 1928: e pensava modi eterodossi di leninismo, di marxismo, di socialismo, scompaginandoci davanti quell’effimero *momentum* elusivo in cui tutto poteva essere diverso, senza mai raggiungere l’ucronia (che è Watchmen), ma vivificando l’attimo, il divenire, il possibile, facendoci intravedere una diversa Unione Sovietica, un diverso Comunismo, una diversa società…

In questo, Wu Ming si riconnette con Reds (che ha un’identica rivitalizzazione della Storia), e ricorda anche il saggio di Alex Butterworth, The World That Never Was: A True Story of Dreamers, Schemers, Anarchists, and Secret Agents, New York, Random House (Gütersloh [Nordrhein-Westphalia], Bertelsmann), 2010, tradotto in italiano da Mario Marchetti: Il mondo che non fu mai. Sognatori, terroristi, anarchici e agenti segreti, Torino, Einaudi, 2011 [è la stessa casa editrice che pubblica Wu Ming da 20 anni]…
Proletkult vive (forse soprattutto) del far vedere, in panta rei quotidiano, cose storicizzate, e farci capire come sarebbero potute benissimo andare in maniera alternativa… e su quali basi filosofiche…
Era giusto pensare al marxismo come qualcosa di “doxastico” o “dottrinario”?
Era opportuno racchiudere l’idea socialista in stati amministrativi immutabili, senza alcuna possibilità di trasformazione e adattamento al tempo?
Il marxismo, e poi la sua versione doxastica, il leninismo, poteva davvero essere la teoria definitiva, dopo la Relatività e prima della Meccanica quantistica, capace di racchiudere ogni cosa, ogni possibile umano e anche ogni possibile cosmico, universale, totale?
Oppure anche il socialismo avrebbe fatto i conti con l’entropia, con un *infinito* ingestibile, e con un Principio di indeterminazione ineliminabile?
Il mondo stesso, e l’universo stesso, sono davvero così *piccoli* da poter essere inclusi in una teoria del tutto?

Nel parlarci di questo, Wu Ming finisce per assomigliare, infine, a Copenaghen di Michael Frayn, se non addirittura a una versione narratologizzata della Brief History of Time di Stephen Hawking…
Il conoscere se stesso e quello che ha pensato, il rivedersi vivere con i flashback, alla fine fa capire a Bogdánov che è lui stesso a essere insieme soggetto e oggetto dell’indagine (un po’ come Edipo dell’Edipo Re, e, di nuovo, come Sam di Brazil), e quindi il raggomitolare della vita, giunta a garbugli sempre meno appetibili (quando si conclude il romanzo, nel 1928, il presidente russo è Rýkov, ma Stalin è già a capo del partito, Tróckij è già da sospettare e perfino Lénin inizia a essere “sorpassato” [l’atmosfera è quella, naturalmente, della disillusione della Animal Farm di Orwell, e presagisce la follia che vediamo in Master i Margarita, cominciato a scrivere proprio nel 1928; e presagisce anche la descrizione che Evgráf Andréevič Živágo fa degli anni trenta nel film di Lean «Lára divenne un numero anonimo in un registro in seguito smarrito: era normale a quel tempo»]), comincia a risentire della crisi dell’oggettività di Heisenberg: i ricordi e le immaginazioni non si distinguono, e neanche si distingue più chi di quei ricordi è l’agente: se il ricordato o il ricordante…

Un romanzo non facile, che richiede una lettura tutta d’un fiato, zeppo di rimandi millimetrici a ciò che è avvenuto nello scorrere dei capitoli, con una focalizzazione sì oggettiva ma sempre parziale, sempre in falsa soggettiva coi personaggi…
Lo si legge un po’ come Neuromancer di Gibson, con le pagine pregresse sempre a portata di mano per ricordare questo o quel passo chiave passato poi richiamato successivamente (in alcuni capitoli riecheggia anche una voce esterna simile a «This is not a dream, not a dream» del Prince of Darkness di Carpenter), o addirittura come Alice’s Adventures in Wonderland (che fugge via quasi bypassando la memoria: ci si ricorda sempre molto male la successione dei personaggi incontrati da Alice); oppure, ripeto, si deve leggere tutto insieme, come un racconto di Edgar Allan Poe (del tutto diverso dalle narrazioni “a fiume” di un Dickens): á bout de souffle, nei suoi poco più di 30 capitoletti (divisi in prologo, 3 parti e un epilogo) asserragliati…

Ma in questo periodo di scandali putiniani (e il romanzo è uscito nell’ottobre del 2018), leggere dell’autoriflessione del marxismo, della sua quasi autocritica, e della sua possibile alternativa non doxastica e non “chiusa”, tutta da costruire e perfino tutta da pensare, fa davvero benissimo!
Così come fa benissimo leggere di utopie della mente, di γνῶθι σεαυτόν, del pericolo di incespicare nelle “interpretazioni” e nei “fraintedimenti” delle proprie azioni e dei propri pensieri, del dramma di chiudersi a livello filosofico-mentale, finendo proprio per inseguire se stessi (come Tancredi e come Bastian, vedi i 10 personaggi e anche il post sulla Gerusalemme liberata), oppure di rarefarsi in niente, cullati solo dai propri sogni, data la crudeltà dell’entropia che si vede nella realtà (in un sottotesto finale simile a quello di un altro film di Gilliam, The Zero Theorem)…
Tutte cose che nutrono…

E nutrono anche se il romanzo stenta ad arrivare alla fine, crogiolandosi molto nel mezzo, quasi esso stesso perdendosi nei suoi garbugli, ed esso stesso perfino rarefacendosi, come i personaggi, in una nebulizzazione di finale più che in un finale vero e proprio…

Ma questo è anche il bello di Proletkult: è riflessione di un personaggio che si fa libro, riflessione della Storia che si fa romanzo, e che quindi va via in un soffio, á bout de souffle, in una “nuvola” (o in UFO intravisto) che sottintende una “infinita ma non enunciata” continuazione, quasi come i finali (ancora) degli episodi della Gerusalemme liberata, o come il finale eternamente negato dell’Orlando furioso, o come un film ideale di Zavattini/De Sica (tipo Umberto D.), o come Il barone rampante di Calvino…

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