The Sisters Brothers

La sceneggiatura (del regista Jacques Audiard e Thomas Bidegain: a ingaggiarli è stato John C. Reilly in persona dopo che la sua ditta ha acquistato i diritti del libro di Patrick deWitt del 2011) è come un grande romanzo: attenta sia ai personaggi sia all’atmosfera, è pregna di aforismi filosofici carini, ed è precisa nell’organizzare la trama…

La confezione è goduriosa: Alexandre Desplat fa quella che probabilmente è la sua musica più interessante (ed è uno che di cose interessanti ne fa parecchie); Benoît Debie amministra colori e frame in modo fantasticissimo (lo aveva fatto anche nello splendido ma meno compatto Spring Breakers di Harmonie Korine, 2012); Juliette Welfling monta tutto con cura diegetica sopraffina e ogni tanto si apre a strappi strange non splendidi ma comunque ben piazzati; Michel Berthélémy costruisce città e stanze meglio di chi lo fa nella Hollywood odierna; ai costumi c’è il know how irresistibile di Milena Canonero, che si avvia verso i suoi «50 anni da regina»

Gli attori ci credono tutti, perfino Rutger Hauer, che, anche con soli 2 secondi in scena, di cui uno solo “attivo”, riesce sempre ad avere un’immagine ficcante e prodigiosamente vivida…

Anche se gira del tutto in Spagna (Almeria, Navarra, Aragona), prassi mutuata dai grandi western europei (da Sergio Leone, Sergio Corbucci, Enzo Barboni, Damiano Damiani in poi), Jacques Audiard ha lo sguardo dell’europeo che scruta l’America…
è uno sguardo simile a quello di Bertrand Tavernier sulla Lousiana in In the Electric Mist (2009), e cerca il fluviale, il quotidiano, inseguendo i più “pensierosi” esempi americani (certamente Butch Cassidy and the Sundance Kid di George Roy Hill [1969], Bite the Bullet di Richard Brooks [1975] e Heaven’s Gate di Cimino [1980], ma soprattutto i più recenti Unforgiven di Clint Eastwood [1992], Wyatt Earp di Lawrence Kasdan [1994] e The Assassination of Jesse James di Andrew Dominik [2007]), dei quali distilla e ottimizza con accortezza temi e modi di racconto, per ottenere un molto più solido sistema di riflessione diegetica, sì lungo e dispersivo in modi paragonabili ai paradigmi, ma di una asciuttezza e una lucidità di pensiero che arriva a ricordare i risultati di Peter Weir (tipo Picnic a Hanging Rock [1975] e Mosquito Coast [1986]: film di altri generi che però somigliano più di altri western a The Sisters Brothers, nel discorso e nell’intento)…

Non tutto è splendido:
il finale dice poco e certe riflessioni vengono lasciate lì prive di un effettivo riscontro narrativo…
ma è un film che comunque si guarda bene, con una sceneggiatura sopraffina, che veicola un tipo particolare di “noia” del tutto costruttiva, abile nell’innescare il pensiero…

Inutile dire, certo, che agli estranei al western conviene astenersi dalla visione…
…ma dovranno astenersi anche coloro che cercano un western postmoderno più classico: siamo ben lontani dalla piacevolezza industriale di 3:10 to Yuma di James Mangold (2007), così come dal compiacimento di The Hateful Eight di Tarantino (2015)…
Contentissimi saranno invece gli amanti del western degli anni d’oro: Audiard omaggia più che può soprattutto la Weltanschauung di The Man from Laramie di Anthony Mann (1955)…

Sul western ha fatto un esauriente speciale GramonHill: ecco la prima puntata
Anche Delirium Corner sta facendo un lavoro simile, più attento alla tassonomizazzione di questo immenso genere: ecco la tabella illustrativa del suo progetto

Nella blogosfera le opinioni su questo film si sono molto divise… ci sono gli “insomma” (Delirium Corner e Frammenti di cinema) e gli entusiasti (Gli intoccabili)…

5 risposte a "The Sisters Brothers"

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  1. Volevo vederlo questo, ma per ovvi motivi il cinema lo vedo col binocolo in questi giorni… Ieri sono scappato di casa per vedere jarmusch e tant’è, unico cinema degli ultimi due mesi!
    Interessante recensione, lo comprerò in DVD quando o troverò!

      1. Devo scriverne! L’ho trovato da una parte intelligente, come hai scritto anche te, ma da una parte fin troppo didascalico. Mille spiegoni fatti per il pubblico di cui sinceramente non sentivo l’utilità. Tom Waits alla fine che vede la scena e la spiega (della gente che vuole sempre più shit, del fatto che dust to dust, ashes to ashes…), i bimbi all’inizio che spiegano il polar fracking e le sue conseguenze sull’asse terrestre…

        Anche gli zombie che ripetono cose come wifi e bluetooth: non credo fosse necessario. Romero aveva aperto (e chiuso) il discorso della satira sul consumerism con Day Of The Dead, poi quindici anni fa Shaun Of The Dead è riuscito a dargli un altro twist, ma questo The Dead Don’t Die mi è parso fuori tempo massimo.

        Con questo non dico che non mi ci sia divertito, però mi aspettavo qualcosa di più profondo, forse. Ma anche Paterson mi ha lasciato un po’ così, mi sa che l’ultimo Jarmusch mi piace parecchio meno del primo Jarmusch!

      2. Eh, io invece mi sa che ho fatto il contrario: pur, come ti dicevo, conoscendolo poco, ho cominciato ad apprezzarlo davvero da Broken Flowers, e Paterson, boia, per me è capolavoro massimo!

      3. Ah, andiamo bene! X–D

        Sto scrivendo varie recensioni di Jarmusch, dopo l’estate (credo) comincerò a pubblicarle, così ne parliamo! Ho già pronte Permanent Vacation, Stranger Than Paradise, Down By Law, Mystery Train e Dead Man! E ora devo scrivere The Dead Don’t Die…

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