Nureyev, the White Crow

Non è facile capire come si pronunciano certi nomi russi…

Come si diceva per il viaggio a San Pietroburgo, l’accento è la componente dirimente, e quella più elusiva (non c’è l’obbligo di scriverlo)

Conoscendo l’accento, e quasi sempre lo si conosce solo e soltanto grazie alla Wikipedia russa, si evince che Sergej Michailovič Ejzenštejn si legge «sirghiéi miháilavich izinshtiéin»… ma senza la Wikipedia che ti dice l’accento, l’unico modo che si ha per capire come si legge davvero è, apparentemente, chiedere a un russo…
Io l’ho fatto e sono venute fuori almeno 6 varianti, dato che nessuno, come per noi italiani con Salgári o Sálgari, sa davvero dove cada l’accento… inoltre, c’è anche la tragedia dell’origine tedesca del nome, da alcuni rispettata…

Questo fa riflettere su come i russi, quando vengono in occidente, si dimostrino supersonicamente indulgenti nelle grafie e pronunce dei loro nomi:

  • Una branca della nobilissima famiglia russa Demídov, una volta stabilitasi a Firenze, non fece una piega quando i fiorentini cominciarono ad appellarla Demidoff [démidof], e solo tra loro continuarono a chiamarsi come si chiamano [e cioè dimídav]… forse nell’Ottocento qualche fiorentino colto l’avrà anche chiamati almeno «demídoff», ma in loro non ci fu davvero alcuno scorno per il nome del tutto trasformato, in una lingua del tutto estranea alla loro… [quel cambio di cognome fu così radicato che perfino il cirillico ha coniato, insieme al consono Демидов, anche l’ibrido Демидофф]
  • Il principe Nikoláj Borísovič Golícyn [galítsin] protesse per diversi anni Ludwig van Beethoven, e con lui parlava e corrispondeva in tedesco, in lettere dove il principe si firmava tranquillamente Golitzyn [essendo il tedesco obbligato a poggiare l’enfasi sulla prima sillaba, ci sta che Beethoven lo chiamasse gólitsin]… alle volte si firmava anche Golitsyn… mentre con corrispondenti francesi si firmava Galitzine [presumibilmente da intonare galitsín]! — il principe, cioè, accettava qualunque storpiatura del suo nome a seconda delle diverse lingue dell’interlocutore!
  • L’enigma numero uno dei nomi russi, Pëtr Čajkovskij [cikóvski], firmava autografi ai fan europei scrivendo «P. Tschaïkowsky»

Dato tutto questo, è un dramma riuscire a capire come si legge davvero il nome di quella persona che, dal 1961 in poi, noi occidentali abbiamo sempre chiamato (e così lo chiama da subito il doppiaggio italiano di Mario Cordova) Rúdolf Núreyev…

È un dramma perché esistono due grafie cirilliche per quel nome:

  1. Рудольф Нуреев, cioè Rudol’f Nureev, da segnare Rudól’f Nuréev e quindi «rudólf nuriéiv»
  2. Рудольф Нуриев, cioè Rudol’f Nuriev, da segnare Rudól’f Nuríev, e quindi «rudólf nuríiv»

L’oscillazione è dovuta ai diversi dialetti russi, e Nureyev veniva da un paesino dove si parlava baschiro, lingua dove più del russo «e» e «i» sono permeabili…
Ma più che altro, sembra che la storpiatura del nome venne fuori davvero solo dal 1961, apposta per “denigrare” un cittadino traditore che aveva scelto la fuga in un paese capitalista: per chi lo conosceva, egli fu sempre e solo Рудольф Нуреев, Rudól’f Nuréev [rudólf nuriéiv], e quel nome, in francese (Noureev) e cirillico, è scritto sulla sua tomba nel cimiterino ortodosso di Sainte-Geneviève-des-Bois…

Nonostante tutto questo, si diceva, il doppiaggio del film chiama il protagonista Rúdolf Núreyev, e fa parlare tutti, francesi, russi, inglesi, in perfetto italiano, anche nelle scene dove il bilinguismo comporta incomprensione reciproca (vedi i francesi che parlano francese davanti ai russi e i russi che parlano russo davanti ai francesi: qui tutti parlano italiano davanti a tutti, anche se un gruppo di attori fa delle facce atte a far trasparire il fatto che non stanno comprendendo niente)…

Un filmino che rappresenta il terzo film da regista di Ralph Fiennes, già attratto dai russi (con la sorella Martha aveva realizzato uno Evgenij Onegin con Liv Tyler nel 1999)…

Un filmino progettato con David Hare, già partner di Fiennes in The Reader (di Stephen Daldry, 2008), e che vorrebbe raccontare solo e soltanto le vicende della fuga di Nuréev in Francia…
Un filmino che poi si rende conto di quanto quel soggetto sia breve, e allora cerca di raccontare

  • il processo creativo di Nuréev, basato sull’assimilazione artistica di quadri e statue
  • la sua infanzia tra le privazioni a Ufá in Baschiria
  • il suo difficile adattamento alla disciplina dell’Accademia di ballo del Maríinskij a San Pietroburgo
  • la sua anarcoide sessualità
  • la sua voglia irruente di assoluta emancipazione totale in ogni campo

il tutto con una serie di flashback non perfettissima: i fatti di Ufá sono diversificati visivamente, ma non lo sono affatto quelli che si svolgono a San Pietroburgo nel 1955 e quelli che si svolgono a Parigi nel 1961: e nell’intreccio mescolato del montaggio spesso ci si confonde…

Ne esce un filmino piacevole, che lambisce la personalità del ballerino, ma che si perde in fatterelli che si rivelano del tutto superflui…
Che sfiora il problema della mancanza di libertà sovietica, senza però indagarla davvero (un film del 1985 di Taylor Hackford, White Nights, con Michaíl Barýšnikov e Gregory Hines, è in questo senso estremamente più ficcante anche se più fumettistico)…
Che accarezza il senso artistico di Nuréev senza però metterlo al centro della diegesi (il discorso «non può creare là dove non c’è libertà» è suggerito più che affrontato)…

Quindi?

Un film che si guarda, carino, fatto in maniera professionale, al passo coi tempi, con un impasto musicale piacevole (Ilan Eshkeri ha coinvolto un’orchestra londinese e la grande violinista Lisa Batiašvili negli arrangiamenti dei pezzi di Ludwig Minkus e Čajkovskij), con un attore somigliante, una Adéle Exarchopoulos (vedi La fidèle) simpatica anche se del tutto inutile, e un andamento lento mai del tutto soporifero anche se mai davvero efficace…

Mah

Un paio d’ore di para-documento, proprio da film di seconda serata della BBC, istruttivo quanto basta per sapere anche se non abbastanza per conoscere…
Un paio d’ore rassicuranti e adatte a due o tre discorsi successivi sul rapporto tra arte e potere, che però devono attingere ad altri esempi…

Boh…

Sì…

insommina…

Nonostante i grossi problemi di probabilità che tutti parlino italiano in Russia come in Baschiria come in Francia, il doppiaggio di Mario Cordova è molto centrato, con una distribuzione eccellente: Stefano Sperduti è ottimo su Oleg Ivanko, Valentina Favazza riproduce perfettamente l’essere atona e insieme strafottente di Exarchopoulos (è davvero la doppiattrice più strong di questo momento storico), e Roberto Pedicini è, dopo anni di adesione, il top nel cogliere le sensibilità di Fiennes…

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