La paranza dei bambini

Per parlare di questo film c’è da riprendere la dicotomia tra BlacKkKlansman e Green Book (discussa anche in Boy Erased), e le opinioni sul troppo naturalismo del grande critico d’arte Roberto Longhi, che abbiamo usato per Manchester By the Sea e Beautiful Boy

Sulla camorra c’è da fare Gomorra (come ha fatto Garrone nel 2008) o La paranza dei bambini?
C’è da fare un film riflessivissimo, artisticissimo e realisticissimo?
Ipotattico, minimalista, ermetico, scuro, nichilista, incomunicabile, difficile e complesso?
Oppure è bene fare qualcosa di più “aperto”, leggibile, comprensibile?

Ecco il dramma…
E questo dramma ci porta purtroppo fuori dai ranghi della tecnica…

Come detto già molte volte (vedi l’Elogio di EVA, la recensione di The Square o quella di The Professor and the Madman o questa ultima di John F. Donovan) in questo momento storico che viviamo, tra grillismo ed Effetto Dunning-Kruger, è molto difficile presentare la REALTÀ al pubblico odierno…
Bertolt Brecht, 70 anni fa, già ci aveva avvertito, in una scena del Galileo: Galileo, col telescopio, ha VISTO i satelliti di Giove, cioè i corpi celesti che girano intorno a Giove e che non potevano certamente «essere possibili» se, come si pensava allora, Giove si reggeva su una sfera in cui era incastonato… se c’era la sfera con dentro Giove su quale sfera potevano poggiare i satelliti?
Galileo vuole mostrare i satelliti al Granduca di Toscana, un giovincello, e porta con sé il telescopio, piazzato proprio sui satelliti: con un solo sguardo nel “tubo”, il Granduca può vedere coi suoi occhi i satelliti “impossibili”… ma nel fare questo Galileo trova l’ostruzionismo di uno stuolo di accademici che si RIFIUTANO di guardare nel tubo, e cominciano a dire «i satelliti sono dipinti sulle lenti», oppure «le lenti deformano la realtà: quei satelliti non possono esistere!»… gli accademici impediscono al Granduca di guardare nel telescopio e si rifiutano categoricamente di guardare loro stessi… e Galileo è basito: basterebbe solo un’occhiata, un attimo, il semplice poggiare l’occhio nel visore del tubo e la “verità”, il “vero”, sarebbe lì a portata di mano, a portata di tutti…

Tutto questo ci avverte che, nel mondo di Brecht (susseguente al nazismo e invischiato di maccartismo), come in quello di oggi (con grillismo e stupidità, quella orrorifizzata da Leo Longanesi in Parliamo di un elefante, 1938: «Uno stupido è uno stupido. Due stupidi sono due stupidi. Diecimila stupidi sono una forza storica») parlare di realtà è del tutto inutile, e l’ascesa delle masterfiction odierne, con tutto il loro portato di deficienti “percezioni” (l’invasione degli immigrati, la sostituzione etnica, e anche il glorioso ritorno a credere che la terra sia piatta), ce lo dimostra ogni giorno: dimostrare, realmente, con evidenze, immagini, lapalissianismi, cosa accade (nel mediterraneo come in Europa o in economia o riguardo al riscaldamento globale) genera solo una risacca di rifiuto, come se l’umanità stesse elaborando un terribile lutto (la crisi del 2008?, l’11 settembre 2001?, l’ISIS degli ultimi anni?, oppure un senso di colpa post-coloniale che non ce la fa a esprimersi?) e nel farlo sia rimasta invischiata al primo dei naturali 5 stages of grief, il Denial

Come si fa quindi a parlare di mafia e camorra in tempi come questi…?
Garrone ce l’ha fatta in Gomorra, ma ce l’ha fatta davvero?
In quanti, vedi i cervelli come Bondi, Giovanardi e Roberto Castelli, vennero fuori, allora, come i dotti fiorentini del Galileo, a dire che Garrone e Saviano distorcevano la realtà, che la camorra non esistenza, e che Napoli era tanto bella e loro la insozzavano facendo vedere solo le cose brutte… ne vennero fuori parecchi…

Insieme a Il Traditore, La paranza dei bambini è un nuovo tentativo di sensibilizzare la gente verso un problema, la camorra, che deve essere VISTO (così come i satelliti di Giove) e non più negato…
…e siccome la gente è paralizzata nel Denial, occorre trovare modi diversi, quasi subdoli, per scalfire l’ottenebranza: presentare la camorra, di nuovo, con dati di fatto, cifre ed evidenze (come ha fatto recentemente anche Michele Santoro con Robinù, che manco fu davvero distribuito), è INUTILE a chi si rifiuta di vedere…

C’è da pensare a una strategia diversa: c’è da NARRATIVIZZARE la camorra, “smussarla” in diegesi… in qualche modo c’è da nascondere la camorra, come un cavallo di troia, in una vicenda facile, gradevole, sequenziale e lineare, archetipica e proppiana, atta a essere anche semplicemente vista e “registrata” dal cervello in pappa degli stupidi odierni…

C’è da ottenere una crasi, una sintesi, un’unione tra realtà e fantasia, tra vero e finto, tra fatto e astrazione, così che almeno anche un’anticchia dei fatti possa insinuarsi nelle menti rincoglionite del pubblico di oggi…

Claudio Giovannesi, già ottimo regista di Fiore, con il grande Daniele Ciprì (che è riuscito a rimanere grande in quella cavolata del Primo re), fa sua una certa lezione di Spielberg e Kubrick (il motto di Clockwork Orange «It’s funny how the colors of the real world only seem real when you viddy them on the screen» che citiamo in Spielberg V) e incastona la camorra in una vicenda prevedibile, blanda, quasi classica e risaputa, assolutamente FITTIZIA, e dentro questa vicenda fa trasparire tutta la camorra vera, autentica e fattuale…

  • Sono fittizi gli shots in cui i ragazzi, tutti nella medesima inquadratura frontale, incedono verso la macchina (che intanto muove indietro, seguendo il loro incedere al contrario), verso di noi (un movimento davvero kubrickiano), sui motocicli… sono shots ICONICI: i ragazzi sembrano dei cowboys di western a cavallo (invece che sul motociclo) o cavalieri alla carica come cavalieri medievali (in Excalibur di Boorman, alla rinascita di Artù al suono dell’O Fortuna dei Carmina Burana, i cavalieri cavalcano tutti nella medesima inquadratura, in un modo che Giovannesi cita a meraviglia)…
  • È fittizia l’organizzazione caratteriale, davvero proppiana, con i personaggi che più che persone sono tipi: l’eroe, il comprimario, il fratellino, l’aiutante, l’amico…
  • È fittizia la strutturazione dei passaggi chiave, tra morti simbolico-catartiche, drammi amorosi, sinusoidi di compiacimento (prima vinco, poi riperdo ecc.)

  • È reale il senso di smarrimento, di «non sapere quello che si sta facendo» della macchina da presa, che, al contrario di quella di Garrone (vedi Dogman), sa benissimo quello che succede (e difatti arriva prima dell’azione, sa cosa inquadrare, è puntuale nel giungere ai fatti, anche se sembra muoversi a caso: è davvero una macchina alla Verga), ma si mantiene DISTANTE, quasi in falsa soggettiva dei personaggi e, pur seguendoli e facendoci vedere quello che loro vedono, rimane a essi sempre esterna, sempre “altra”, sempre staccata, e in quello spazio che si crea tra lei e il personaggio immette lo svuotamento delle intenzioni “eroiche” dei protagonisti, mostra gli esiti delle loro azioni funeste, e li mostra per come “sono”, tutt’altro che eroici…
  • È reale il senso di imperizia dei ragazzi: il loro fare casino, il loro aver bisogno di guardare tutorial su YouTube, il loro disastroso sistema di prove ed errori…
  • È reale l’assurdità di immaginario dei ragazzi, che, istigati dall’opulenza pacchiana che hanno intorno, comprano mobili dorati finto-settecenteschi e li fanno entrare in casette fatiscenti, ottenendo un ibrido del tutto idiota che loro giudicano bellissimo…
  • È realistica la noia di avere sempre nemici, anche tra il gruppo…
  • È reale il fantastico finale, lasciato da Giovannesi nel non detto, che mostra bene come il risultato di tutto quanto sia solo e soltanto un divenire eterno ritornante di vendette, consono alle sinusoidi di compiacimento fittizie della trama… alla fine vero e finto coincidono, perché quello che il protagonista ottiene (dopo una strumentalissima morte catartica) è proprio il sogno, il gioco “finto” che si immaginava, la vita del fuorilegge, del cowboy, del cavaliere… ma vivere il sogno è terribile, perché il sogno continua, sempre, con conseguenze effettive e non immaginate, e abbisogna di una sorta di “follia” perenne…
    Alla fine il protagonista fa come Enrico IV di Pirandello («Ora sì… per forza… qua insieme, qua insiemee per sempre»): muove verso di noi, in moto, insieme a tutti i suoi scagnozzi, in uno shots fittizio che però è del tutto vero, e vivrà una vita fittizia sapendo che però è vera: un protagonista che cede alla follia, e diviene quel cavaliere che sognava di essere, e lo diviene davvero, in qualche modo rinunciando al razionale, e abbracciando un’esistenza da funzione proppiana, senza sentimenti, senza emozioni, coartato a ripetere sempre le stesse azioni, ormai prive di senso, in un eterno ritorno (una fine infinita alla Unendliche Geschichte di Ende) del fittizio immaginato della sua esistenza, nella condanna di dover vivere quella menzogna, quella “macchietta” camorristica che tanto voleva vivere…

Le istanze fittizie scollano la camorra dalla camorra, le archetipizzano, rendendo la storia possibile in ogni dove… e poi arrivano subito le istanze realistiche che invece ricollocano quel “fittizio” in quel che è…
e lo spettatore ghiozzo di oggi, davanti a questo stratagemma non sa come reagire, perché mentre si godeva una storiella che gli sembrava sciocca e universale, ha compreso in sé quel problema, la camorra, che nella forma “pura” del documentaristico e dell’artistico si era sempre rifiutato di vedere…

Garrone, in Gomorra, è certamente più artista, più compiuto, più bello, ma parla, in un certo senso, a chi ne sa già… Giovannesi è molto più mestierante, molto più liscio, e senz’altro stimola molto meno “cervello”, ma forse per questo è assai più efficace nel mondo di oggi, e farà breccia su un pubblico più ampio…
e, alla lunga, si capirà che nel cinema servono entrambe le cose: sia artisticità netta sia riflessione genericizzata (nel senso fictionalizzata in un genere), perché, altrimenti, il raccontabile e il comprensibile, in questo mondo fin troppo fittizio di suo, sfugge… [Gomorra e La paranza dei bambini sono due facce di una medaglia opposta a quella in cui coesistono La casa di Jack e The Professor and the Madman: Garrone e Giovannesi sono due approcci a quel che c’è, che cercano di comunicare in modi complementari, mentre von Trier e Gibson sono due astrazioni contigue, in positivo e in negativo, che proprio negano del tutto quel che c’è]

C’è però da registrare un errore nella regia di Giovannesi: indugia in un onirismo all’inizio che non recupera più… cosa che non si può che annoverare tra gli errori…

Interessante anche un riflesso di politica leghistica localistica e campanilistica (prima gli italiani, ognuno a casa sua e altre cacchiate), che si palesa essere totalmente camorristica: il protagonista non può avere la findanzatina in un quartiere diverso dal suo, perché in quel quartiere comanda una “coschetta” para-camorristica nemica della sua… e questo succede se si universalizzano in toto le sciocchezze particellarizzanti leghistiche (se tutti i trevigiani stanno a Treviso, cosa diventa la società?)… con risate per alcuni, ma con disperazione per altri!

2 risposte a "La paranza dei bambini"

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  1. Un film a miov avviso niente male che mostra un triste realtà del nostro Paese. A una persona poco attenta sembrerà pure una lode a questa criminalità quanto in realtà si vede chiaramente come il tutto sia solo un’illusione di forza e potere che alla fine si ritorcerà sempre contro queste persone. Una recensione davvero ottima.

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