American Animals

È un film composto:

  1. Un po’ da solido intrattenimento d’azione, simile a quello di lusso sfoggiato da Edgar Wright in Baby Driver
  2. Un po’ da una voglia generalizzata di avanguardia, declinata soprattutto sul versante Lanthimos del Cervo Sacro (anche qui c’è l’attore Barry Keoghan)…
  3. Un po’ è la versione più compatta e meno “spiegata” di Tonya
  4. E su tutto aleggia un gusto asciutto, franco, minimale e funzionale, simile a quello che si vede in Locke (di Steven Knight, 2013), ma con molto più senso visivo-diegetico…

Lo shakeraggio di tutto questo produce un mix pungente, interessantissimo, denso, limpido (rimarchevole la fotografia di Ole Bratt Birkeland), capace di parlare di molte cose:

  • della stanchezza della vita esistenziale nella società odierna, priva di connessione tra possibilità e desideri, condannante all’apatia, con solo la sconsideratezza a regalare brividi di vita, sconsideratezza che si trova nello sballo come nel crimine (il finale sembra quello di Goodfellas di Scorsese, in cui si enuncia che la vita normale fa così schifo che per forza la morale si rovescia nella preferenza al crimine)
  • dell’impossibilità della visione, dell’immagine (cinematografica e pittorica) di rappresentare ricordi, pensieri e realtà, ma, nello stesso tempo, della uguale e contraria sua capacità di determinare azioni e fatti…
    Mi spiego:
    • quello che succede è spesso visto da più punti di vista discordanti (un po’ come in Missing di Costa-Gavras: appena ricordato nei 10 coetanei), e i protagonisti stessi ammettono di non poter affermare granché sulla realtà di quello che forse hanno solo pensato fosse effettivamente successo: un assunto, si diceva, simile ma molto più pregno di quello di Tonya, poiché condito con una consapevolezza estraniante, alta come Blow Up (di Michelangelo Antonioni, 1966)… finisce che il film, réportage dei pensieri dei protagonisti, ammette di essere fallace (e infatti era cominciato nel più puro irrealismo: dalle sovrimpressioni suggestive alle riprese sottosopra)
    • in ogni caso, questi sogni e queste supposizioni irreali qualcosa hanno creato, e hanno creato violenza… e il film e i personaggi cercano di rimediare a quanto fatto (ma, più propriamente, a quanto pensato) cercando un impossibile ritorno indietro nello stile del Grande Gatsby (il libro di Scott Fitzgerald): al momento della rapina, il pittore giovane vede se stesso adulto davanti a un garage, che lo guarda andare verso un futuro mefitico, e dopo vedremo come il pittore adulto, dal suo garage, si riveda passarsi davanti, in versione giovane, quasi nella speranza di potersi fermare… ma l’immagine, come il pensiero, sfugge e va via, e con l’immagine, pur fasulla o immaginata, vanno via anche i fatti, le azioni, e accadono le violenze…

Un discorso complesso… Forse non comunicato con la necessaria sapienza (in fin dei conti è il primo film di sala di Bart Layton, che finora ha lavorato in TV… per fare un esempio: le stra-avanguardie dell’inizio potevano essere mantenute o riproposte nel finale), ma innervante un film che sorprende, che ti lascia contento delle sue riflessioni, che sopravanzano certe cadute di ritmo nella parte centrale, e certe cadute in una banalità di gergo di genere che forse squalifica le altre tematiche… per capirsi: il film stagna nell’indecisione sull’insistere nel discorso della impossibilità realistica della visione, se invece ripiegare a fare un film d’azione classico (come accade nelle ottime sequenze del furto, davvero alla Wright), o se invece buttarsi a parlare dell’apatia della vita di provincia senza senso… Layton, lodevolmente, e raggiungendo comunque un super-risultato, cerca di fare tutte e tre le cose: gli viene bene, ottiene più livelli di lettura e di soddisfazione eccellenti, ma si vede che li ottiene in un equilibrio funambolico…

Il finale, comunque, lascia davvero contenti!
È bello, dopo i grandi capolavori di Gus Van Sant (Elephant e Paranoid Park), sentire qualcuno dire con eccellente chiarezza che la violenza scaturisce, più che altro, dalla banalità del male, determinata dalla banalità della vita, e dalla incapacità di canalizzare i sogni (i film che si vedono: tutti i ragazzi sono cinefili e sciorinano mosse e citazioni filmiche) in qualcosa di fattibile, di vitale, di toccabile, invece che in altri “sogni al quadrato” fatti per SOSTITUIRE col sogno impossibile una vita che non c’è…
Alla fine, con tutto questo, Layton ce la fa a ottenere un film anche struggente, pur imperfetto…

Ben messa la colonna sonora di Anne Nikitin… Favoloso il montaggio…

Ho trovato davvero molto solido il doppiaggio di Germana Longo: le distribuzioni mi sono sembrate ben messe e i dialoghi ti facevano perdere nel flusso diegetico senza particolari scossoni di scarto tra quel che dicevano e quel che facevano, né di scarto di traduzione… a mio avviso un bel lavoro (poi, chissà, lo vedrò in inglese e scoprirò che invece dicono tutt’altre cose!)

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2 risposte a "American Animals"

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  1. Bel port, me lo appunto questo! È basato su fatti reali, se non erro, no?

    Buffo che il giorno in cui posto la recensione di Shaun Of The Dead te menzioni ben due volte Edgar Wright! Ci piace, il ragazzo… :—)

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