The Dead Don’t Die

Jarmusch fa il suo Mars Attacks! (vedi la mia opinione in Burton III e quella di Sam Simon), e lo fa in modo delizioso…

Meno arrabbiato e più struggente di Burton, più aperto alla malinconia, ma ugualmente attento a “salvare” i personaggi più altri, come l’alieno [«alien» è anche lo «straniero» in british english] e il connesso con la natura (il ferino-fauno-satiro, là dove anche Mars Attacks! era finito nel panismo naturalista con le upupe danzanti), Jarmusch si avvale anche della componente meta-cinematografica, per ottenere in modi efficaci una catarsi autentica in un pubblico ormai morto come i suoi zombi…

Cerchiamo di capirci meglio: la metafora dello zombi come società è vecchia, e appartiene agli albori dello zombie creato da George Romero nel 1968 e portata avanti in tutti gli altri suoi film, sicché è difficile dire qualcosa di nuovo insistendo su questa metafora, anche perché è una metafora davvero calzante e tutt’oggi ficcantissima (la si rintraccia anche nel finale di The Rocky Horror Picture Show di Jim Sharman, 1975, quasi identico a questo di The Dead Don’t Die)… Per cui Jarmusch lavora sull’estraniamento…
Se Jarmusch è convinto che il pubblico sia solo composto da zombi, e denuncia questo nel film, il suo pubblico ideale non può essere lo zombi, perché sa che lo zombi non capirà il suo essere ritratto in forma di zombi…
Allora cerca di distaccare il pubblico zombi da quello “consapevole”, da quello “critico”, e lo fa con modalità appunto estranianti, risveglianti, che sveglino lo spettatore, smascherino la metafora, attivino il ragionamento, e il senso critico, per far sì che le menti “risvegliate” apprezzino meglio la metafora detta…

Con i suoi accenni al meta-cinema e alla natura fittizia del suo film, così come con le continue allusioni a una trama già scritta (non solo i cenni allo script già pronto ma anche i palinsesti da Plan 9 from Outer Space di Ed Wood), Jarmusch stimola un pubblico attivo, il pubblico che voleva Bertolt Brecht, un pubblico pronto degno del Rauchentheater, che acchiappa la metafora più intimamente, più profondamente…

Una metafora che, ad altro pubblico, risulterà invece spiattellata e telefonata, ma invece è resa ancora più densa e pregna proprio per quegli accenti prorompenti, atti a comunicare con la mente pronta del Rauchentheater (il pubblico che fuma, quello che quindi ha già impegnato il cervello a fare qualcos’altro, e che non si lascia quindi distrarre da trucchi sciocchi, ma solo da argomentazioni sicure, da performare in dialogo aperto con lui, dialogo atto a sviscerare il messaggio che sta oltre la finzione diegetica)…

Tutto questo è reso visione con gli stessi stilemi preziosissimi di Jarmusch: la macchina da presa si attiva quasi soltanto per riprese che sembrano formulari: sembra che la macchina sia posizionata in posti fissi pre-ordinati e che siano quindi i personaggi a posizionarcisi davanti per creare la narrazione (una cosa quasi da cinema primitivo): un sistema che ricorda i motti “identici” da posizionare qua e là, riferibili sempre a “identici” personaggi, atti a stimolare la memoria nei poemi aedici, o le convenzioni standard degli accompagnamenti musicali (tipo il basso albertino o il basso di Murky): quelle inquadrature fisse sono struttura della visione, materiale della visione che un montatore-narratore, o la materia narrativa stessa (gli attori che si posizionano davanti a quelle inquadrature), usa e plasma per comunicare la trama (che, con quei contrafforti fissi, sembra quasi raccontarsi da sola e, insieme e paradossalmente, palesa altresì la presenza di un demiurgo narratore, anche apertamente evocato nei dialoghi)…

A livello di gusto è un film che io apprezzo e lodo ma che non rimprovererei nessuno che lo trovasse, al contrario, un po’ sciocco: è un film di zombi, divertente e assurdo, privo di qualsiasi emozione: non è un film a cui sono abituati tutti, non è un film né delle grasse risate né di quelli in cui ti perdi dentro disattivando il raziocinio… e neanche un film che riflette sonoramente sulle avversità del rapporto hegeliano tra razionale e reale (vedi i film che piacciono a me: Dolan, Garrone, Malick, Ramsay, e, quest’anno, Almodóvar e Cafarnao), ma propone una spiccia e semplice metafora sicura, risaputa ed estraniante…

Per cui, sì, comprenderò benissimo chi non lo adora…

E non lo adoro neanche io (non sarà tra i SuperUp di quest’anno)…

Ma lo apprezzo molto!

4 risposte a "The Dead Don’t Die"

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  1. Uh, questo voglio vederlo!

    Gran bel post! Di fatto vorrei recensirli tutti quelli di Jarmusch, ho già le bozze pronte di Permanent Vacation e Stranger Than Paradise… devo lavorare parecchio per finire!

      1. Io grazie ad un grande acquisto che feci in uno splendido negozio di DVD e Bluray di Barcellona (ancora vivo!) ho i suoi primi sei film in un cofanetto, poi ho Broken Flowers e ho visto Paterson al cine. Praticamente di 12 film che ha fatto (senza contare l’ultimo) ne ho 7 e ne ho visti 9, è uno dei registi che conosco meglio! O__o

      2. Sto scrivendo la recensione… Però mi sono accorto che non ti ho ringraziato per il link qui sopra a quella di Mars Attacks!, grazie! :–)

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