Il Traditore

Non è certamente la prima volta che l’audiovisivo italiano si occupa di mafia…

La RAI ha prodotto ben 10 serie intitolate La piovra sul tema: la prima di Damiano Damiani nel 1984; la seconda di Florestano Vancini nell”86…
poi ci sono state 5 serie consecutive di Luigi Perelli (’87, ’89, ’90, ’92, ’95)… due serie di Giacomo Battiato (’97 e ’98) e per finire l’ultima ancora di Perelli (2001)…

La Mediaset ha prodotto ben 5 serie con protagonista il carabiniere che arrestò Totò Riina, detto Ultimo: prodotte nel ’98, ’99, 2004, 2013 e 2018 (la prima di Stefano Reali, le centrali di Michele Soavi, l’ultima di Alexis Sweet)…

Altri film sulla mafia, molti di natura televisiva, in ordine sparso e a memoria sono:

  • Donna d’onore di Stuart Margolin, 1990
  • Donna d’onore 2 di Ralph Thomas, 1993
  • Giovanni Falcone di Giuseppe Ferrara, 1993
  • I giudici di Ricky Tognazzi, 1999
  • I cento passi di Marco Tullio Giordana, 2000
  • Paolo Borsellino di Gianluca Maria Tavarelli, 2004
  • Giovanni Falcone di Andrea e Antonio Frazzi, 2006
  • Il capo dei capi di Enzo Monteleone e Alexis Sweet, 2007
  • L’ultimo dei corleonesi di Alberto Negrin, 2007
  • L’ultimo padrino di Marco Risi, 2008
  • Il divo di Paolo Sorrentino, 2008
  • La mafia uccide solo d’estate di Pif, 2013
  • La trattativa di Sabina Guzzanti, 2014
  • Era d’Estate di Fiorenza Infascelli, 2016

È una letteratura, quindi, non scarsa, che però, paragonata a quanto hanno fatto gli americani, dimostra grande debolezza…

Il padrino di Francis Ford Coppola (’72, ’74 e ’90)
Donnie Brasco di Mike Newell (’97)
e, soprattutto, Goodfellas di Martin Scorsese (’90) [e si potrebbe aggiungere Prizzi’s Honor di John Huston, 1985]
si vede che sono film che vanno molto più alla sostanza che alla superficie delle pattuglie, delle presunte “vittorie”, degli appostamenti, del ninnolo poliziesco: sono film che quasi smascherano la rappresentazione italiana del suo precipuo fenomeno di Cosa Nostra (il vero e sconcertante Made in Italy più autentico, purtroppo, insieme al fascismo) come quasi fasulla, per niente analitica ma solo fenomenica, descrittiva: una mafia che l’Italia, forse proprio perché con la mafia è culturalmente ancora “invischiata”, sembra non riuscire a rappresentare…

Solo Il divo di Sorrentino cerca di scalfire questa atroce e impietosa opinione… e ci riesce anche bene… ma il resto…

Oggi, invece, arriva Bellocchio…
come Sorrentino un gigante del cinema italiano…
e la sua voce cinematografica sull’argomento cerca in tutti i modi di scalfire quella superficie fasulla…

Più quadrato e meno barocco di Vincere (2009), Il traditore usa un piazzatissimo Pierfrancesco Favino (probabilmente l’attore italiano più superpiù dei nostri tempi) e un linguaggio sicuro e sintetico, privo di qualsiasi fronzolo, per cercare di andare al succo e al sodo della mafia…

La macchina osserva quasi imparziale i fatti, inseguendo un certo realismo, presentando una grossa frantumazione di sguardi, tanti, ricompattati da un eccellente montaggio (di Francesca Calvelli), quasi a simboleggiare la curiosità dei media sull’argomento, oppure la bulimia di vedere quelle eminenze grigie della Storia d’Italia finalmente allo scoperto, finalmente visibili dopo anni di nascondiglio e di latitanza…
Ma l’imparzialità della cornice ben presto si scolora, ribadendo essere sì sguardo di media esterno, curioso e voglioso di occhieggiare da tanti punti di vista, ma dimostrando anche di esibire la mente di un unico personaggio, un unico cervello, un unico pensiero, quello del protagonista…

La macchina di Bellocchio riesce a essere insieme entrambe le cose: sia sguardo esterno di chi scruta curioso, sia interno di chi si ripensa intimamente…

Il suo realismo, quindi, viene messo a soqquadro da un intreccio tortuoso di flashback, e tra le occhiate oggettive dei media si inframezzano stranianti onirismi, montati analogicamente (Riina alla sbarra di Rebibbia diventa una iena in gabbia, un trucco proprio di Ejzenštejn), insieme a pensieri e sogni…

Pensieri e sogni forniti senza alcun appiglio didascalico, ma suggerenti a un pubblico che dovrebbe già sapere quel che succede, e in quel suggerimento contengono una cifra conoscibile… per capirsi: certi accenni li capisci solo se li sai (alla guerra di mafia, a certe morti illustri), ma se i film italiani finora avevano lasciato nello scontato quegli accenni (della serie, dicevano al pubblico: «o li sai o ciccia»), oppure li avevano spiegati come a scuola («lo vedete? è la guerra di mafia, occorsa qui e qua» ecc.), Bellocchio dice «eccoli qui, se li sai, bene, se non li sai, ti ci faccio arrivare, non direttamente, ma ci arrivi»… un atteggiamento che quasi incoraggia all’approfondimento…

Pensieri e sogni che scalfiscono bene l’aura di superficie italiota sulla rappresentazione della mafia: visualizzare i pensieri e i ricordi di un boss acchiappa bene la forma mentis del boss, cerca di comprenderla, senza mai sposarla né tanto meno condividerla o glorificarla (cosa che fa anche, involontariamente, Coppola), ma la delinea, la studia, e la restituisce in tutte le sue contraddizioni, le sue fantasticherie, le sue ingenuità, le sue bugie, le sue crudeltà e atrocità (l’ultima visione è comunque un efferato omicidio), mappando per quanto possibile un ampio spettro di possibilità, tante quanto i tanti sguardi della macchina, da vagliare quanto più si può…
e per vagliarli occorre che noi pubblico si sia preparati e accorti, predisponendoci, quindi, come parte in causa del film: poiché quegli sguardi, dei media come dei sogni del protagonista, in fin dei conti, Bellocchio ci dice che siamo noi pubblico, in sala, lì effettivamente ad agirli e vederli… siamo noi pubblico, quanto lui regista, a fare un browsing, curioso e studioso, di quel che c’è nella mente delusionale (oppure no) di un mafioso…

Un programma di cinema davvero interessante, che riesce davvero a spiegare, proprio grazie al browsing delle molteplici manifestazioni di una mente mafiosa, quel fenomeno idiota e allucinante della mafia, così come c’era riuscito Scorsese…

La fotografia scura e compatta è di Vladan Radovic (che non aveva fatto granché bene con Virzì nella Pazza gioia, 2016), e le musiche stilettanti sono di Nicola Piovani… Menzione d’onore anche per Luigi Lo Cascio, davvero in parte…

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