Spielberg VII (2005-2018)

Continua da Spielberg VI….

MUNICH (2005)
Se Jeff Nathanson è stato un nuovo Menno Meyjes per Spielberg, è vero che proprio come Meyjes egli “cade” in un infernale processo di scrittura di un episodio di Indiana JonesMunich è scritto con il navigato drammaturgo Tony Kushner, proprio allora, nel 2004, assurto alle glorie del “cinema” (in realtà è una sorta di miniserie tv) con la trasposizione che Mike Nichols fa della sua commedia Angels in America (rappresentata tra il 1991 e il 1993)… Con Kushner troverà la quadra anche Lincoln

Munich è l’ultimo film bello di Spielberg, ma la sua lavorazione è depressoide, per via delle posizioni non “sioniste” del tema (Kushner è da sempre un convinto fan della politica della creazione di uno stato palestinese diverso e indipendente da Israele), ingaggianti diverse critiche a priori, e della morale complessiva non tanto sulla vendetta (Vengeance è il titolo del réportage ispirante di George Jonas) ma sul concetto di *patria* inteso come parte dell’anima e non come attaccamento geologico a un pezzo di terra…

La tematica era complicata, e Spielberg commissiona ben tre script (uno a David Peoples di Blade Runner: dopo A.I. e Minority Report, e dopo la parodia di Scenario Hades [il paesaggio industriale che apre Blade Runner] sfoggiato da Attack of the Clones di Lucas, la scelta di Peoples individua un periodo di curiosa fissazione di Spielberg e Lucas per il capolavoro di Ridley Scott, in un tempo antecedente di ben 2 o 3 anni il rilancio del DVD e della Final Cut [benché si possa ipotizzare un accostamento a Peoples non via Blade Runner ma via Clint Eastwood, amico di Spielberg, e con Peoples autore di Unforgiven]; un secondo al vecchio Eric Roth; un terzo a Charles Randolph, un amico di Sydney Pollack, regista sempre frequentato da Spielberg [in Schindler’s List e a Casa Kubrick con Eyes Wide Shut]), con Kushner a revisionare il secondo (quello di Roth), risultando un film cupo, scuro, e riflessivo non solo del concetto di *patria* ma anche dell’idea di *giustezza* degli individui, di *giustezza* della comunità e della società…

Che società è quella che uccide nella convinzione di essere superiore agli altri?

E se si è superiori perché non esserlo al di sopra dei vetusti pezzi di terra, ed essere superiori dappertutto, in fondo al cuore…?

È un film lungo, molto fiaccante, e Spielberg lo popola di stilemi visivi desunti per lo più da Fassbinder, da Herzog, in una ricerca di “sporcizia” visiva, terrea e tenebrosa, quasi inedita nell’atarassia stilistica di Kaminski, ma che farà capolino di nuovo in The Post e in Lincoln

Rush che rifiuta di accettare l’ospitalità di Bana a New York, come ebrei che rimangono ebrei anche fuori da Israele (e New York è la cornice pacificante tra ebrei e cristiani anche in Angels in America), annullando la connotazione idiota di essere homeless jew (nessuno è homeless se la patria è sempre con te nel cuore: se la patria, cioè, sei tu stesso), è il simbolo del fallimento della società e dell’integrazione tra popoli diversi: Bana, a differenza dei personaggi di A.I. e di The Terminal, ce la fa a smarcarsi dal perdersi in una follia, in una fantasia numinosa delusionale (i dinosauri di Jurassic Park, i rituali di Belloq), mentre Rush (e tutto lo stato di Israele) non ce la fa…

Per riuscire a smarcarsi, Bana è dovuto passare attraverso brutture sempre più atroci e sempre più tortuose e nere, e ha visto morire Kassovitz (in una sequenza “stramba” del tutto incomprensibile perché incomprensibili sono i gangli dell’irrazionalità) e Hinds, mentre portava morte e vendetta: e dopo una di queste “vendette” ha capito che la fantasia delusionale di raggiungere una home con la violenza porta solo a vendette eterne, a uno stato quasi allucinatorio (perfino il fare l’amore con la moglie induce in Bana i sogni dell’attentato alle Olimpiadi del 1972), e a un sempiterno senso di inutilità (i morti tra le organizzazioni antisemite vengono rimpiazzati con individui ancora più crudeli)… e si fa presto a preferire a tutto questo la vita (Bana diventa padre) e la realtà della patria in noi stessi…

Munich è l’ultimo discorso spielberghiano sulla dicotomia tra realtà e fantasia, e l’ultimo monito etico sul comprendere questa dicotomia…

Lungo, anche floscio certe volte, ma forse necessario…

INDIANA JONES AND THE KINGDOM OF THE CRYSTAL SKULL (2008)
Voluto soprattutto da Harrison Ford, e poi lavorato per anni da George Lucas con Jeffrey Boam (quello di The Last Crusade, che purtroppo è morto nel 2000 per un cancro al polmone) e Frank Darabont, sulla scorta della serie Young Indiana Jones Chronicles (1992-1996: 32 tra puntate e film tv: Darabont aveva scritto 6 sceneggiature, 3 su soggetto di Lucas), viene preso da uno Spielberg che appare molto riluttante, ma che poi si ringalluzzisce con la speranza di trovare un set divertente dopo quello sfiancante di Munich… e difatti le prime dichiarazioni riguardano quello: un film con amici, felicione, e girato non troppo distante da casa (tutte le scene all’estero sono della seconda unità)…

Spielberg chiama Nathanson, che ce la mette tutta per compattare il soggetto monstrum di Darabont e Lucas, ma, essendo Nathanson troppo intellettuale (almeno allora: oggi, dopo Rush Hour e il quinto dei Pirates of Caribbean non ne siamo più tanto sicuri), Spielberg ha la malaugurata idea di chiamare uno scrittore più action e cioè il vecchio David Koepp con cui ha fatto Jurassic Park, Lost World e War of the Worlds

Koepp è un amico, della cricca produttiva spielberghiana da anni (con Zemeckis in Death Becomes Her; con De Palma in Carlito’s Way, Mission: Impossible e Snake Eyes; con Ron Howard in Angels & Demons e Inferno), ma molto raramente si rivela un genio (forse lo è stato solo con Spielberg e De Palma), e accontenta Spielberg, Lucas e Ford con un film fracassone, improbabilissimo, che ha dalla sua solo il merito di illustrarci un Indiana Jones invecchiato bene…

Spielberg e Kaminski hanno tanto chiacchierato della loro adesione allo stile di Douglas Slocombe, ma, come gli stilemi di Kubrick rimangono quasi in inconsistente superficie in A.I., così nel Kingdom of Crystal Skull la luce di Kaminski, brillante e luccicosa, sopravanza qualsiasi idea alla David Lean proposta da Slocombe nei precedenti capitoli… e anche Guy Dyas, assunto perché “archeologico” già per Bryan Singer e Superman Returns (Dyas ricostruì con vena restaurativa «dov’era e com’era» i set di John Barry per il film di Dick Donner del 1978), alla sua per ora unica collaborazione con Spielberg, fa un disastro dietro l’altro, in scene ai limiti del paccottiglioso…

The Kingdom of Crystal Skull è un disastro, e i fan lo hanno odiato…

Certamente, però, aspettarsi un film buono da un quarto Indiana Jones era da ingenui, e, dicevo, la conclusione rappresentante un Indiana Jones non decrepito ma accettante la vita familiare quasi come il Peter di Hook non è malissimo… il dramma sono in effetti i 118 minuti precedenti a quella scena conclusiva, con personaggi dalle funzioni sballate (quello di Ray Winstone è forse il personaggio peggio scritto di tutti i tempi, sia come idea attanziale [è un mutaforma assai scialbo] sia come battute [non fa che ripetere «Jonesy!»]), e affastellamenti trameschi idioti (il Colorado Boat di Gardaland con l’automobile guidata da una ebete Karen Allen, le formiche assassine, John Hurt gigioneggiante, Shia LaBeuf inadeguato, hanno tutti un minutaggio a loro dedicato assai esagerato)…

TINTIN (2011)
Fissato col personaggio di Hergé da sempre, Spielberg si imbarca in questa operazione produttiva con Peter Jackson che a chiacchiere viene presentata come mastodontica, con decine di film in preparazione, in anni in cui l’Avatar di James Cameron (2009) sembrava aver sdoganato la stereoscopia…

Jackson, già pupillo di Zemeckis (che lo portò in USA dalla natia Nuova Zelanda con The Frighteners nel 1996), cercava di scrollarsi di dosso l’anatema del Lord of the Rings, e lascia a Spielberg la regia per dedicarsi a Lovely Bones

È curioso vedere quanto la Storia non sia andata dietro alle speranze di questi magnati hollywoodiani…
Tintin fa flop…
Lonely Bones non conquista e Jackson torna con la coda tra le gambe da Tolkien (dopo aver lavorato molto a che il suo “successore” per lo Hobbit fosse Guillermo del Toro), senza più riuscire a fare altro nella vita;
Avatar incassa ma in un tempo in cui lo streaming e le serie TV scalzano il cinema nell’interesse dei teen agers, cosa che viene sfruttata solo dalla Marvel, con Avatar finisce presto nel dimenticatoio dell’effimero (insieme ad altri campioni d’incassi di quegli anni, da Hunger Games a Twilight);
e la stereoscopia, splendida soprattutto perché non piratabile, non diventa il futuro, come questi magnati si auguravano, ma puro ammennicolo complicato e totalmente accessorio, alla lunga ben poco digerito dal grande pubblico di massa a causa di occhialini vari e sovrapprezzi abbondanti (un destino simile al formato IMAX)…

Tintin, lavorato soprattutto con quella Sony (Columbia) con cui Spielberg non ha mai avuto bei rapporti (vedi Hook) insieme a una DreamWorks già quasi a catafascio, e con Peter Jackson a scolpire effetti speciali del tutto “finti” (la motion capture) che mai finora avevano davvero attratto Spielberg, soffre per incapacità di centrare tono e target…
…le scene sono tanto fracassone e spettacolone quanto gratuite, e la mantenuta esilità dei plot di Hergé, rivolto a ben altri tempi e audience (lo zoccolo duro del Tintin fumettoso esce tra il 1929 e il 1945), viene aggiornata male da un team di sceneggiatori giovani e lasciati allo sbaraglio da dei capi creativi, Jackson e Spielberg, tutti concentrati sul tecnico e non sullo scrittorio… Edgar Wright avrebbe dovuto sovrintendere alla fase creativa mentre i nerd Spielberg/Jackson pensavano al visivo, ma Wright, giustamente, preferì fare i suoi di film (erano gli anni soprattutto di Scott Pilgrim vs. the World, 2010), e lasciò il posto a dei poveri suoi galoppini…

Finisce che Tintin è il primo film dei nostri odiosi tempi cinematografici:

  • è un film di nostalgia di 70enni che non riesce a comunicarsi all’oggi
  • è un film tutto superficie spettacolare e niente meta-filmico
  • è un film totalmente affidato a un visivo giocattoloso assai finto, congruente ai film di pochi anni prima fatti da Robert Zemeckis, e alla seconda (ma prima in senso diegetico) trilogia di Star Wars di Lucas: un visivo amorfo e determinante una complicata mancanza di plausibilità ontologica nelle loro immagini… i protagonisti appaiono come balocchi quasi deformi in colori e ambienti quasi teatrali… vederli è come leggere le dichiarazioni sull’inadeguatezza del cinema dei primi anni (dove c’è un sole grigio con raggi grigi e dove non si sente un rumore che sia uno: Maksim Gor’kij dichiarò questo quando vide i primissimi film — per approfondire leggere Jacques Deslandes, Histoire comparée du cinéma, Tournai, Casterman, 1966, p. 278; e Noël Burch, La lucarne de l’infinie. Naissance du langage cinématographique, Paris, Nathan, 1991, tradotto da Paola Cristalli: Il lucernario dell’infinito. Nascita del linguaggio cinematografico, Parma, Pratiche, 1994, poi Milano, Il Castoro, 2001, p. 28), e fa riflettere su quanto manchi a quel cinema non solo in termini di “realismo” (cosa che lo stesso Spielberg aveva inseguito e ottenuto fino a ora), ma anche in termini di arte propria: se i primi film, nonostante Gor’kij avesse ragione a non riscontrarci realismo, avevano un loro sistema di configurazioni autonome tali da renderli espressioni di un’arte non ben definita teoricamente ma già ampiamente in essere, i film in motion capture e Tintin in particolare non hanno quel sistema: sono peluche o bambole destrutturate e quasi paurose, simulacri di qualcosa di cui non riescono a catturare l’essenza (cosa che invece faceva, nonostante la non esattezza, il cinema primitivo)…
    E fa specie che uno come Spielberg, che era stato in grado di usare le immagini CGI per un discorso appunto ontologico sul numinoso cinematografico da imbrigliare, in Tintin non sia in grado di parlare di nulla per adagiarsi su presunti allori tecnici del tutto esornativi…
  • insegue l’idea che quanto andava bene per i bimbi di 70 anni prima può andare bene ai bimbi di oggi, confidando nella *infantilizzazione del pubblico*
  • era sicuro di fare successo e cult così tanto che ha finito per fare flop (come è capitato anche a The Lone Ranger di Bruckheimer e Verbinski del 2013), in un organigramma di marketing del tutto fallace che smaschera atrocemente la caducità dello studio system della Hollywood post-2000…

Tintin, dopo The Kingdom of Crystal Skull, rappresenta la FINE DI SPIELBERG…

  • Dopo Tintin non indovinerà quasi più un film…
  • Si atteggerà sempre a zio benevolo del cinema e dell’America…
  • Racconterà storielle autoindulgenti…
  • Annaffierà la sua splendida atarassia stilistica con Kaminski in vicende telefonate e sicure di fare del bene nella loro illustrazione di buoni sentimenti e di ovvietà, ma in realtà soltanto noiose, ed edulcoranti la realtà…

Certo di fare storie per far pensare, con soggetti spesso anche “civili” (War Horse, Lincoln, Bridge of Spies, The Post, Ready Player One), che vorrebbero “migliorare” le condizioni di un mondo sempre più sbandato (con Trump, i razzisti, i guerrafondai, i censori, i ludopatici allucinati di realtà virtuale e social networks), Spielberg finisce per ESSERE COMPLICE nella costruzione di quelle brutture del mondo che vorrebbe migliorare…

Le sue storie che finiscono col sorriso non fanno altro che rimpicciolire i problemi quasi negandoli…

Spielberg finisce per comportarsi come i personaggi di A.I. e The Terminal, e davanti ai problemoni volta la testa, o la nasconde sotto la sabbia, in un eterno Denial del mondo… i suoi film da qui in avanti sembrano affidarsi a una consolatoria visione del mondo individuale e mai olistica secondo cui basta che ci sia una singola “buona azione” per far sì che il mondo non sia così in pericolo, e anche se lo è, si deve comunque far luce più sulla singola buona azione che sul pericolo! Un Denial, una fantasia completamente scioccante da riscontrare nel regista di Munich, Empire of the Sun e Schindler’s List… Spielberg finisce per incarnare ciò che sembra aver fino a ora “combattuto”: finisce per *ritirarsi* nell’immaginato, quale che sia, senza più distinzioni numinose né moniti vari… [ed è sintomatico il fatto che Ready Player One si concluda con l’immagine di un creatore coinvolto in una eterno-ritornante “morte” fatta di gioco infinito con un se stesso bambino: la visualizzazione massima della masturbazione creativa e infantilissima dello Spielberg odierno, che in Tintin si origina]

Un atteggiamento narrativo opposto a quello di Schindler’s List, di Empire of the Sun, di Munich e perfino di Jurassic Park e dei Raiders of the Lost Ark, o di Hook, fatto di edulcorazione invece che di moniti, fatto di «racconti a lieto fine della nonna» invece che di riflessioni, fatto di graziose novelline edificanti invece che di impatto della realtà (quel realismo tanto inseguito, e così bene, in parte di Saving Private Ryan e War of the Worlds)…

Uno Spielberg che non sembra più se stesso…

WAR HORSE (2011)
Confesso di non averlo mai visto…

LINCOLN (2012)
Nonostante anche War Horse non sia andato così bene, presentando Lincoln, Spielberg si atteggia a gran genio etico e civile per aver portato al cinema il grande personaggio americano che abolì la schiavitù…
Finisce che Lincoln è un film che si fa i complimenti da solo, sicuro di essere visto nelle scuole, sicuro di forgiare futuri esseri pensanti…
Un film con tremenda spocchia, con tremenda altisonanza, con tremenda vacuità di intenzioni: è così sicuro di avere ragione che finisce quasi per avere torto…
Un film che è un maestrino, che è quasi Massimo Gramellini e Fabio Fazio: un pretino del “comportarsi bene”, tutto luccicante e ben pensante…

BRIDGE OF SPIES (2015)
L’ho già stroncato in Biancalana e i sette gnomi e al numero 18 di Jiminy Cricket
Dopo Tintin e prima di Ready Player One è proprio l’emblema dello Spielberg odierno…
In questo film Spielberg conosce lo scenografo Adam Stockhausen e la costumista Kasia Walicka Maimone…
e anche l’attore Mark Rylance, di cui si innamora incondizionatamente, nonostante la sua desolante inespressività impassibile…

BFG (2016)
Se ne parla già qui e al numero 33 di La Caduta di Pontoppidan
Almeno, pur nei giganteschi problemi di tono e target, ha il punto di forza di parlare bene di meta-cinema…

THE POST (2017)
Se ne parla qui e al numero 29 del Papiro del 2017/’18

READY PLAYER ONE (2018)
Già stroncato qui e al numero 33 del Papiro

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2 risposte a "Spielberg VII (2005-2018)"

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  1. Sicuramente è il periodo meno interessante di Spielberg. Pensandoci bene dagli anni ’70 agli anni ’90 ha creato icone cinematografiche per ogni decennio (E.T., Indiana Jones, Lo squalo, Jurassic park), ma non credo che i suoi film dopo gli anni 2000 verranno ricordati a lungo. Nonostante a me siano piaciuti quasi tutti, tranne Ready player one che non mi ha trasmesso proprio niente.

    1. A me Spielberg fa proprio arrabbiare: è stato tra quelli più accorti, a livello visivo, negli ultimi 50 anni, e lo è anche oggi: non capisco perché si adagi in narrazioni scrittorie idiote… — alla fin fine Ridley Scott, William Friedkin (che, personalmente, è una persona assai poco coerente), o anche John Landis (anche lui coinvolto in lunghe cadute di oblio), sono riusciti a graffiare anche nella loro carriera tarda… tutto suggerisce invece che Spielberg sembri avviarsi a essere un Ron Howard di lusso, e Ron Howard è comunque meglio, oggi come oggi, a livello meramente narrativo… — o magari anche Spielberg verso gli 80 anni (ci siamo) darà una seria zampata cinematografica! [io davo per decotto Zubin Mehta, anche prima del tumore, e lui però è riuscito a guizzare con opere mai affrontare direttamente (Rosenkavalier e Frau ohne Schatten di Strauss; Markopoulos di Janáček; o anche il Rigoletto di Verdi e Lucia di Lammermoor di Donizetti), con risultati ottimi! quindi chissà!]

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