Le Invisibili

Io vado a vedere ben pochi film francesi, purtroppo, ma quando li vedo mi trovo sempre contentissimo…

Le invisibili è gioviale e divertente (e il doppiaggio italiano di Marzia Dal Fabbro è attento proprio a ‘comicizzare’ il più possibile), “sociale” e riflessivo, e di una leggerezza speciale…

Naturalmente sono tante le ispirazioni, soprattutto Pride di Matthew Warchus (2014, numero 22 di Psych!), e l’intento è anche quello di fare una versione solare di Daniel Blake di Ken Loach (2016): Petit riesce bene ad amalgamare le cose con un occhio filmico strepitoso, comune anche al cinema francese più benintenzionato e scontato, in un film fatto di colpi di genio di sguardo, dal vertiginoso piano sequenza che muove la macchina indietro dallo schermo del computer con il primo curriculum scritto (una roba quasi alla Zemeckis), ai momenti “tristi” (gli assessori che chiudono il centro, lasciando sconfortate le protagoniste) affidati a primi piani rovesciati, quelli che inquadrano la nuca del protagonista (un po’ Antonioni un po’ Betty di Gerhard Richter, 1988)… Una freschezza di visione e una inventiva di montaggio che in Italia non si vedono quasi mai…

Spettacolari anche i “contrafforti” leggermente estranianti che contrappuntano le sequenze, in stile rarefatto e quasi lirico (sembrano quasi gli inserti poetici di Yasujiro Ozu): i campi lunghi sullo stabile che spegne improvvisamente le luci all’alba, e, magnifico, il sintagma di due o tre inquadrature che attestano la costruzione di barriere anti clochard (braccioli molesti sulle panchine per evitare gente che si sdraia, apparecchi appuntiti sui marciapiedi, piramidi dissuadenti sui pianerottoli)…

Un filmino delizioso, che riflette su una complessa situazione sociale che mentre permette l’alienazione esistenziale e lavorativa di certi individui, con somma ipocrisia chiude gli occhi su quella alienazione, e con somma crudeltà e indifferenza, cerca di nascondere e negare quell’alienazione, come se non esistesse, e forza con estrema violenza gli alienati a non comportarsi come alienati, senza però fornirgli alcuno strumento di “socializzazione”… Una riflessione condotta con scanzonata gioia di vedere, con felicità di sdrammatizzazione, con verve ridanciana immensa, e intelligenza visiva suprema…

La critica potrebbe essere proprio quella di aver buttato in commedia un problema serio, e aver configurato tutto con un tipo di visione simpatica ma in fondo virtuosistica e poco obliqua: si sarebbe potuto fare tutto in chiave seria e atroce, arrivando alle vette dei Dardenne (Due giorni, una notte, numero 13 di Psych!; e La ragazza senza nome), stigmatizzando in invisibile filmico (le immagini spersonalizzanti dei Dardenne) il dramma dei clochard «invisibili» perché non *permessi* dalla società ipocrita… ma c’è anche da chiedersi perché il dramma nell’intellighenzia snob è sempre da preferire alla commedia agrodolce di film più aperti a più pubblico: non è forse il pubblico più beota ad abbisognare di riflessione e di commedie acchiappanti adatte a suscitare quelle riflessioni pur nelle risate?… [si dice cose simili a proposito di Green Book]

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