Mario Brunello con l’Orchestra della Toscana

Un programma dedicato totalmente a Pëtr Čajkovskij, con le Variazioni su un tema di Čajkovskij di Anton Arenskij (scritto in omaggio al compositore morto da neanche un anno nel 1894), il secondo concerto per violoncello di Anton Rubinštejn (1874), la suite n. 4 Mozartiana (1887) e la Variazioni su un tema rococò (1877) dello stesso Čajkovskij…

In Arenskij, Brunello (come direttore) è stato eccellente nel dipanare con chiarezza lo svilupparsi del tema čajkovskiano con un’ottima cura del dettaglio e dello smalto dinamico…

In Rubinštejn si sono sentite le atmosfere e i suoni di cui Čajkovskij si “nutriva”: Rubinštejn era una star eccezionale, famosissimo nel mondo, e, al Conservatorio di Mosca, Čajkovskij lavorò spesso con suo fratello minore, Nikolaj… Per i compositori russi, Rubinštejn fu un imprescindibile esempio, nonostante l'”opposizione” che cominciarono a fargli i ‘nazionalisti’ (Musorgskij ecc.) dagli ultimi anni 1860s… Il suo concerto è una composizione “sonora”, variegata, massiccia e passionale che, oltre a Čajkovskij fa pensare, nonostante le “opposizioni”, anche a Rimskij-Korsakov…
Brunello (solista e direttore) ha accentuato gli aspetti spettacolari della partitura, offrendoci una lettura ruvida e sfaccettata, molteplice, di nuovo dettagliata nel rendere “diversamente” le “diverse” nuances, e dalla carica performativa eccezionale: l’accordo con l’orchestra è stato strepitoso (impagabili i momenti in cui Brunello, impegnato nel suono del violoncello, si accordava con prolungati sguardi con gli altri professori, suonando quasi occhi negli occhi con loro), nonostante un paio di défaillances dei corni…

La suite Mozartiana è interessante…
La riscoperta della musica del passato è un comportamento che si osserva già in Felix Mendelssohn e Robert Schumann, per esempio, quando si dedicano alla riscoperta di Bach e Schubert per quasi 20 anni dai 1820s ai 1840s… Si osserva anche nelle riprese del teatro di Gluck operate da Hector Berlioz nei 1850s-1860s…
Mozart ebbe alterne fortune “critiche”: all’apice negli anni 1798-1820, fu un po’ eclissato proprio dal prorompere di Bach e Schubert che si diceva…
Čajkovskij adorò da sempre Mozart, ma, essendo la “critica” polarizzata tra il nuovo (Verdi e Wagner) e il rinnovato (Bach e Schubert), con Beethoven sempre lì a monumento di genialità imperituro, molte volte, specie in gioventù, sembra vergognarsi di palesare la sua ammirazione mozartiana in pubblico… in privato, si sa che invece Čajkovskij adorava Mozart e Haydn in modo esacerbato, e fu ben contento quando, nel 1876, il Conservatorio lo incaricò di insegnare agli studenti le Nozze di Figaro (che Čajkovskij tradusse ritmicamente in russo apposta per la performance didattica)…
Mentre la “cura” per Bach continuò nell’ultimo ottocento (pensiamo solamente a Ferruccio Busoni e poi, successivamente, a Paul Hindemith), con l’affiorare del Novecento si “ripresero” Monteverdi (con Vincent d’Indy e poi con Gian Francesco Malipiero), Vivaldi (con Alfredo Casella e Malipiero), si ebbe molta “fascinazione” barocca (con Maurice Ravel, per esempio), e anche Mozart tornò sulla cresta dell’onda, proprio a cavallo tra Otto e Novecento, grazie a Richard Strauss e a Gustav Mahler (Strauss compose Der Rosenkavalier nel 1911 pensandolo come una sorta di reboot delle Nozze di Figaro; e compose Die Frau ohne Schatten, nel 1919, come una riimmaginazione dello Zauberflöte)…
Nel 1920, finalmente, questo comportamento “archeologico-rielaborativo” del passato trovò un nome “teorico”, neoclassicismo, quando Igor’ Stravinskij ricompose molte musiche di Pergolesi e compagni coevi nel balletto Pulcinella
La Mozartiana (così come gli interludi rococò della Pikovaja Dama, del 1890, o la stessa Variazione Rococò di stasera) è un’oasi di “mozartismo” e di neoclassicismo PRIMA del neoclassicismo propriamente detto e PRIMA della riscoperta straussiano-mahleriana di Mozart… è quindi una gioia suprema da ascoltare e “valutare”… La Mozartiana ha istanze di ricreazione stilistica e insieme ha l’esigenza di mantenere ben viva l’invenzione creativa: ne nasce una composizione particolare, quasi parodica (in senso etimologico del termine), che comporta una goduriosa riflessione su un’idea postmoderna della musica, da indagare tutta secondo i canoni osservati (in letteratura) da Gérard Genette in Palinsesti: la letteratura al secondo grado (1982, Einaudi l’ha tradotto nel 1997), ancora più goduriosa perché PRECEDENTE alle composizioni che, con i dettami di Genette, sono state già analizzate (quelle successive o immediatamente precedenti a Stravinskij: ma c’è da ricordare che Stravinskij era un patito di Čajkovskij e potrebbe benissimo aver inteso il suo neoclassicismo sulla scorta della Mozartiana)…
Brunello l’ha intesa autenticamente čajkovskiana, e l’ha arricciata con strappi ritmici tellurici, tempi particolarmente stretti e riottosi (velocissimi), e un incedere timbrico strombattuto e caprino: ne è uscita una Mozartiana non algida né archeologica, ma popolare, viva, intensa ed energica, guidata da un Brunello direttore con gesti, senza bacchetta, simili a quelli che Kurt Masur sfoggiava negli anni ’90!
L’Ave Verum (un tripudio di postmodernismo, avendola Čajkovskij desunta da una precedente parafrasi mozartiana di Franz Liszt), come l’ha inteso Čajkovskij e come l’ha interpretato Brunello, ha rilevato curiose somiglianze con il tema della morte di Mufasa del Re Leone di Hans Zimmer, e particolari “assonanze” con le sonorità dei cartoni animati di Shiro Sagisu…

Stesso trattamento “caprino”, Brunello l’ha riservato alle Variazioni su un tema rococò: già dall’attacco, sentito da Brunello come dinamicamente tensivo e “progressivo”, il pubblico si è accorto che l’interpretazione non sarebbe stata quella “di tutti i giorni”, quella che sentiamo in disco e che offre spesso una lettura nostalgica… Per Brunello le Variazioni sono arrabbiate, bacchiche, danzanti, non “stanche della vita”, ma cattive, furenti di vivere una condizione sì “nostalgica” ma di certo non voluta!

È stato uno di quei concerti che sarebbero potuti continuare in eterno (Brunello ha anche concesso un bis: il Notturno dei sei pezzi per pianoforte di Čajkovskij del 1873, che il compositore stesso arrangiò per violoncello e orchestra nel 1888) senza alcun sopraggiungere di noia e stanchezza…
Essendo Brunello un solista, uno che “suona”, e non direttore, la sua intesa con chi “suona davvero”, con l’orchestra, è stata eccelsa (le défaillances dei corni si sono ripresentate anche nelle Variazioni ma sono state le uniche pecche di una prova superba), e il pubblico è andato giustamente in delirio!

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