«Almost Famous» [extended cut]: il rock come fiaba

Il film è il racconto autobiografico di Cameron Crowe, regista discontinuo ed evanescente nelle sue love stories impalpabili, nei suoi buoni sentimenti “soffusi” ma “insufficienti”, che spesso non trova la quadra nelle trame, pur rispettando tutte le regole dello storytelling, poiché preferisce perdersi nel “ricordo” e nella “tranche de vie” più che nella funzionalità ed efficacia della storia…

Come il protagonista di Almost Famous, Crowe inizia giovanissimo, con una madre entrante, a scrivere per Rolling Stone

Si fa notare dall’editore di New York, Simon & Schuster, con cui negozia un libro documento sulla vita degli studenti di college, da scrivere “in incognito”, cioè “sotto copertura”: Crowe si sarebbe finto studente e avrebbe “catturato” e scritto le storie che sentiva o viveva…

Dopo varie vicissitudini, il libro non si fece ma diventò la sceneggiatura di Fast Times at Ridgemont High (Fuori di testa), che Crowe riesce a vendere al produttore Art Linson nel 1981, e costui ne fa un film per la Universal, diretto da Amy Heckerling nel 1982…

Da lì viene contattato dal grande James L. Brooks (quello di Voglia di tenerezza e colui che mise i soldi per i Simpsons), che lo fa esordire alla regia con Say Anything… (Non per soldi ma per amore), che esce nel 1989, e fa un iconico successo…

È un film in cui Crowe concorda il soggetto con Brooks (Crowe curò la parte “giovanile” e Brooks ci volle inserire la sotto-trama “adulta” del padre in galera), ma riesce a parlare molto di musica: ci sono scene in cui i ragazzi parlano dell’opportunità di fare le prime esperienze sessuali mentre discutono di rock, degli Who, e in cui i litigi si riappacificano con serenate sotto le finestre della ragazza affidate ad apparecchi stereo sollevati dal ragazzo sulla testa, stereo che diffonde In Your Eyes di Peter Gabriel… Scene che sono diventate del tutto imprescindibili per l’immaginario collettivo sentimentale di Hollywood…

Ma Crowe è uno che scrive, e quindi del tutto “incompleto” dal punto di vista visivo, e Brooks lo accompagna con una troupe di vecchissimi super-esperti (Laszlo Kovacs, Richard Marks): una prassi che Crowe continuerà durante tutta la sua carriera…

Carriera che rimane sempre divisa tra il cinema e il giornalismo musicale (continua tuttora a lavorare con Rolling Stone), e che si arricchisce con l’amicizia personale di Crowe con due importanti gruppi della scena Grunge di Seattle, i Pearl Jam e gli Alice in Chains, con cui collabora per diversi video musicali (dal 1992 fino al 2009)… È praticamente insieme a loro che scrive il film Singles nel 1992, commediola romantica ambientata proprio nella Seattle del Grunge

Nel 1996, continuando con le Love Stories, Crowe riesce a stupire tutti con Jerry Maguire, polpettone sentimentale che si aggiudica addirittura la nomination come miglior film!

Almost Famous è il film successivo, del 2000, e ce la fa a vincere l’Oscar per la sceneggiatura… Dopo questo, Crowe si fa trascinare da Tom Cruise (star di Jerry Maguire) in un remake, Vanilla Sky, nel 2001, di discreto successo, ma dopo il quale Crowe perde un po’ la trebisonda: insiste sui buoni sentimenti in Elizabethtown nel 2005 e in We Bought a Zoo nel 2011, senza però mai più raggiungere il successo… almeno per ora…

Almost Famous presenta un tipo di rappresentazione del tutto hollywoodiano: è un film controllato da una major (la DreamWorks di Spielberg), che concede molto poco all’”insolito”… La cosa succede anche in un successivo film “musicale”, Walk the Line (2005), in cui la major (la Fox) entrerà in campo anche dal punto di vista “morale” nella situazione…
in Almost Famous, Crowe mantiene ancora l’aura della rock band come un organismo eslege, come un’entità necessaria di “contestazione” della società: rock band come libertà e inaccessibile coolness religioso-iconica di cui la droga, l’amoralità e l’inaffidabilità umana, in qualche modo la “cattiveria”, sono parte indispensabile…
gli Stillwater del film non sono ancora quei bravi individui minacciati dalla droga come sarà il Johnny Cash di Walk the Line, ma sono dei simpatici “contestatori”, visti dal pubblico un po’ come cavalieri della tavola rotonda, membri di un club scintillante in cui si entra per nascita o comunque per ragioni indeterminate tali per cui nessuno, tranne chi è “eletto”, può far parte del gruppo, e come indispensabili exempla della possibilità di una società diversa, non soggiogata da regolette comportamentali, ma fresca di happiness e di adrenalinica “anarchia”, da indicare come alternativa al mondo troppo borghese, alternativa forse sognata e forse possibile, anche se in fondo certamente non possibile e tuttavia di fondamentale base per l’immaginazione… Gli Stillwater sono ancora una rock band come quelle che si vedevano negli anni ‘90, in The Doors di Oliver Stone o Velvet Goldmine di Todd Haynes: la rock band è ancora un’allegoria di maledettismo necessario per sconfiggere il perbenismo, come lo fu il maledettismo di Rimbaud a fine Ottocento… [o come sono dipinti i protagonisti di Hair di Forman, del 1979 da musical del ‘68; certe cose si dicono anche in Bohemian Rhapsody]

Ma già in Almost Famous la rock band è soggetto di edulcorazione, suscitata dal suo incastonamento in un sistema di story preciso e implacabile, che vede nella strutturazione classica della peripezia (situazione iniziale-peripezia/avventura nel mondo “altro”-ritorno alla situazione iniziale migliorata), riscontrabile in qualsiasi fiaba, la “scatola” contenitiva della sceneggiatura, di cui la rock band è quasi mero contorno…

Crowe è bravo a mantenere un’aura glamour amorale agli Stillwater, soprattutto nella extended cut, di cui parlo, ma il sentimento di fiaba è già in essere a mille, come lo sarà di più in Walk the Line

Almost Famous è una recollection, un ricordo di William, cosa palese dai titoli di testa, scritti come i suoi appunti, e dai titoli di coda, che scorrono come le polaroid che ha fatto…

In questo sistema di ricordo il film, come tutti quelli di Crowe, si affida alle superbe maestranze (che sono John Toll alla fotografia, alla prima collaborazione con Crowe, poi richiamato nei suoi due film successivi; e Joe Hutshing, con Saar Klein al montaggio: Hutshing era già con Crowe in Jerry Maguire, e Klein è un assistente di Hutshing promosso a montatore ufficiale dopo una sontuosa collaborazione con Terrence Malick)…

Il racconto, si diceva, è in tre atti: situazione iniziale, peripezia e ritorno… e la peripezia è in un mondo fantastico e quasi del tutto magico e fiabesco…

Nella “sezione borghigiana” dell’infanzia di William, la macchina quasi non si muove, finché la magia, la “chiamata dell’eroe” non irrompe quasi all’improvviso a turbare la classicità immobile del film di racconto… i primi piani frontali e fronteggianti in campo-controcampo con la sorella sono proprio una configurazione da richiamo all’azione fantastica, sembrano quelli di Gandalf o Obi-wan Kenobi («segui l’istinto, Luke» è ripreso con Hamill inquadrato frontalmente come William)…

Subito dopo questo “richiamo”, con la scoperta dei dischi, il film si anima con oniriche dissolvenze incrociate, e con l’incontro di un vero personaggio funzionale (Philip Seymour Hoffman che è davvero un guardiano della soglia o un Merlino, un Panoramix, da chiamare in caso di bisogno)…

Col primo concerto e il primo backstage, Toll e Crowe entrano nella magia, gestendo i colori in modo diegetico e facendo diventare la fotografia sì realistica ma venata da particolarità: il film diventa quasi puntillista, sembra Seurat, e, benché si mantenga più luminoso, sciorina intenti del tutto congruenti con la configurazione di Commitments, di cui riprende la sorta di “radiance” della luce e i fasci fotonici dei riflettori… inoltre, dal primo backstage la macchina comincia a muoversi molto seriamente! [vedi il primo colloquio con Crudup, quello del «what you leave out»]…

Nel mondo magico l’eroe-William entra a contatto con un sacco di personaggi “strani”, che Crowe fa entrare in scena in maniera davvero “soprannaturale”, con introduzioni molto evidenziate, simili, negli espedienti, al momento del “richiamo”… [gli ingressi di Hudson e Paquin sono i più evidenti]…

E questi personaggi parlano in un gergo tutto loro, con slogan che sembrano quasi parole magiche («It’s all happening», «We are Band Aids»)…

Più ci addentriamo nel mondo magico della musica e del rock e più Crowe ribadisce che molte cose si stanno non solo ricordando, ma anche, forse, perfino IMMAGINANDO…
Prima di tutto i colori cominciano a essere meno “sicuri”: le stanze diventano tutte cromate (solo blu, solo rosa), e da Los Angeles in poi, Hutshing e Klein imbastiscono un gioco di sguardi immaginoso, e fanno spuntare le teste di Fugit, Paquin, di Crudup, e di Hudson quasi dal nulla in modo quasi fatato (spuntano dal nulla anche il bicchiere del ghiaccio di Crudup e il pot del broadcaster alla radio)… cose che continuano a Topeka, quando c’è il primo litigio della band…

In questo montaggio “magico” si vede che le cose non “quadrano”: gli stacchi sono palesemente SBAGLIATI: la gente è posizionata diversamente nei primi piani e nei campi lunghi conseguenti!

La cosa si sottolinea a Greenville, quando Hudson dice a William che quello che sta vivendo NON È IL MONDO REALE, subito prima di una scena che vede William “protagonista assoluto”, incorniciata dai DETTAGLI DEGLI OCCHI di William e Hudson, che si fronteggiano frontalmente come nel “richiamo dell’eroe”, quasi a suggerire che quella scena noi la vediamo, con GLI OCCHI, ma quegli occhi, che non fanno altro che guardarsi a vicenda, forse si stanno INVENTANDO quella scena, che non solo è alla metà del film, ma è anche al RALENTI (cosa che determina il suo apparire del tutto irrealistica), è introdotta dal suggerimento che quello non è il mondo reale, inizia con Hudson che prima si copre gli occhi e sbircia (come un bambino che si copre gli occhi davanti a un film pauroso) e li riapre solo per salutare e andarsene, mentre la sequenza continua con gli occhi di William che guardano in macchina, che guardano noi, poi ha un attimo di frame “saffico-panici” completamente strambi, e si conclude con una pesantissima dissolvenza in nero!

Il film si palesa come un miscuglio tra ricordo e immaginazione, molto obliquo, e dai contorni sempre più fantasy, con tanto di fate, ninfe, morgane e melusine…

Un mondo magico in cui William si trova a osservare una classica e tormentata Love Story, di cui non fa parte, ma che ci racconta, bene, o forse infiorettando un po’ le cose…

Da allora non abbiamo più dubbi che il mondo magico e il film stesso sono RICORDO INFIORETTATO, o semplicemente IDEALIZZATO da William…

Ricordo che reca un sistema attanziale “amoroso” (non solo tra Crudup e Hudson ma anche tra William e le altre “melusine”, affidate a stupende attrici d’esperienza che recitano da quando hanno 3 anni: Anna Paquin e Fairuza Balk) e in cui la rock band ha i contorni sfumati della “cavalleria” fiabesca: un ricordo-film che, più che un rock movie, sembra raccontare «le donne, i cavallier, l’arme, gli amori / le cortesie le audaci imprese […]»

Il trattamento del richiamo dell’eroe (primi piani frontali fronteggianti) ritorna quando la parabola della peripezia comincia a rientrare, e la situazione iniziale ritorna… situazione iniziale che l’eroe stavolta “padroneggia” grazie alle cose imparate nel mondo magico, e che deve “amalgamare” con la realtà, scontrandosi con chi gli dà del bugiardo, con il “raccontabile”, ma poi trovando una sintesi, con un possibile incontro, stavolta realistico, con l’agente maggiore del mondo magico, Russell [un Knight of the Round Table sui generis], che forse raggiunge, senza denigrarla (e anche senza magari farne parte davvero), la realtà…

Ma Crowe è bravo a non farci vedere la svolta reale del mondo magico, e ci lascia con i ricordi immaginosi dell’eroe, e alle sue polaroid nei titoli finali… [visto che ci aveva anche detto troppo su Penny Lane] — un sistema di racconto simile a quello che userà Ang Lee in Life of Pi (2012, dal romanzo di Yann Martel del 2001)

Rispetto a Parker e Lester, Crowe, pur mantenendo le loro scoperte, incorpora l’idea di una macchina da presa che invece di essere punto di vista di pubblico, una macchina che si perde nella musica quasi ballando (come abbiamo visto in Commitments e A Hard Day’s Night), è una macchina che GUARDA DAL BACKSTAGE, una macchina che invece di pubblico è quasi performer, e guarda soprattutto dal palcoscenico, e si palesa proprio come presente lì sul palco insieme alla band!

delle inquadrature della musica abbiamo visto:

  • le inquadrature dal basso
  • teste di performer controluce
  • la macchina dal fondo del palco che punta verso il pubblico (ha un movimento inverso da quello di Lester: Lester era sx a dx, Toll è da dx a sx…
  • le inquadrature della platea, che stavolta si arricchiscono con i flash che punteggiano un pubblico al buio…

Almost Famous, pur gradevole nel complesso, è sintomo di una tendenza della Hollywood del 2000 a “somatizzare” il rock, a “digerirlo” in termini diegetici, nel senso di farlo rientrare nelle sue maglie “generiche”…
Crowe, pur ottimo a PARLARE di musica nella sua sceneggiatura, deve infilare il rock in una fiaba per accontentare Hollywood, così come James Mangold, 6 anni dopo, dovrà ricorrere a un biopic per parlare di Johnny Cash in Walk the Line

E Hollywood forse impone a Crowe una rappresentazione idealistico-edulcorata della musica, priva di “politica”, priva di “sociale”, priva di “critica”, con la droga cattiva e la rock-star benigna… una rappresentazione “industriale” che, nel nuovo millennio, cancella la visualizzazione rock, molto più cruda, degli anni ’90 (che sopravvive solo nell'”indipendente”, vedi Velvet Goldmine), e che ancora oggi, stando a Bohemian Rhapsody, è sentita dall’industria hollywoodiana come unico modo “giusto” per “cinematizzare” la musica…

E, per inciso, insieme all’edulcorazione, Almost Famous, è apripista del sentimento hollywoodiano di racconto di rock band anche nel fatto di relegare le performance di musica a pochissime scene: se ancora in Commitments si canatava parecchio, qui in Almost Famous le performance non arrivano a 5: la musica, in Crowe e in Hollywood, si PARLA, non si VEDE…
Ma, per fortuna, questo aspetto, visto Walk the Line e Bohemian Rhapsody, è meno “obbligatorio”…

Curiosità varie

erano tutti dei piccoli divetti di quei tempi (20 anni fa), di cui Almost Famous è l’apice della carriera…

Kate Hudson, che era stata dapprima considerata come sorella di William (prima di Zooey Deschanel) e per Penny Lane è stata scelta con un lungo lavoro di casting che ha visto i provini di Brittany Murphy, Mena Suvari, Anne Heche, Neve Campbell, Jenna Elfman, Bridget Moynahan, Maggie Gyllenhaal, Rose McGowan, Chloë Sevigny, Lara Flynn Boyle, Anna Friel, Alyson Hannigan, Angie Harmon, Katherine Heigl, Kimberly McCullough, Natalie Portman, Lindsay Price, Marley Shelton, Rebecca Romijn, Lark Voorhies, Kirsten Dunst (che lavorerà con Crowe in Elizabethtown), Uma Thurman, Christina Ricci, Claire Danes, Christina Applegate, Selma Blair, Saffron Burrows, Jennifer Connelly, Penélope Cruz (lavorerà con Crowe in Vanilla Sky), Cameron Diaz, Eliza Dushku, Charlotte Gainsbourg, Jennie Garth, Natasha Henstridge, Milla Jovovich, Jordan Ladd, Kelly McDonald, Thandie Newton, Gwyneth Paltrow, Franka Potente, Laura Prepon, Winona Ryder, Tori Spelling, Liv Tyler, Rachel Weisz, Peta Wilson, Catherine Zeta-Jones, Alicia Silverstone, Toni Collette (glielo offrirono ma rifiutò)…

Patrick Fugit, che fa William, ha vinto il provino battendo Elijah Wood…

Crowe ha scritto Russell con in mente Brad Pitt… poi è stato Billy Crudup…

La sceneggiatura fu scritta col supporto del musicista Peter Frampton, partner lavorativo di diverse rock band, che Crowe conosceva grazie ai Pearl Jam…

Crowe voleva che alcuni membri degli Alice in Chains apparissero come attori, ma niente… riuscì a scritturare però il chitarrista Mark Kozelek (Larry) e il batterista John Fedevich (Ed Vallencourt)…

Una risposta a "«Almost Famous» [extended cut]: il rock come fiaba"

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  1. Bellissima recensione! Io Crowe lo porto sempre nel cuore perché Singles lo adoro da sempre. Una commediola romantica, è vero, ma con quella colonna sonora lì mi poteva far vedere anche un piatto di pasta fumante su un tavolo per un’ora e mezzo e mi sarebbe piaciuto lo stesso! X–D

    Almost famous l’ho visto una volta sola, appena lo trovo in DVD me lo riguardo pensando a tutti gli spunti che hai dato in questo post!

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