Il «Dumbo» di Tim Burton

Nel 1976, il reporter Bob Thomas scrive una biografia di Walt Disney, Walt Disney: An American Original, con l’editore Simon & Schuster di New York…
Una biografia molto virata sul lato «Self-made man» dello Walt imprenditore, ma che non tace i suoi diversi lati controversi, dal rapporto non esaltante con i genitori all’anti-comunismo sfrenato…
Negli anni, Thomas scrive molti altri libri su Disney, spesso col consenso dei familiari (tipo la moglie Lillian), e nel 1994, Walt Disney: An American Original viene “assunto” come biografia ufficiale dalla Disney intesa come casa editrice, diventando, quindi, l’unica biografia “autorizzata”…

Nel 1993, la Birch Lane Press di New York pubblica Walt Disney: Hollywood’s Dark Prince di Marc Eliot, un libro-scandalo che ha successo e che nel ’94, mentre Thomas diventa il “biografo ufficiale”, viene ripubblicato in pompa magna da HarperCollins…
Eliot parla di un Disney non solo anti-comunista ma anche anti-semita; informatore della «Caccia alle Streghe» di J. Edgar Hoover; che approfitta dello sciopero dei suoi dipendenti del 1941 per licenziare Art Babbit (comunista) e Vladimir Tytla (ebreo) [grandi artisti soprattutto di Fantasia], secondo lui agitatori della protesta sindacale; burbero con la moglie e le figlie; incapace di fare la sua iconica firma (che sarebbe stata quindi inventata dal marketing dell’azienda); nepotista (avrebbe imposto il genero come capo dell’azienda); dai comportamenti intimidatori quasi violenti, assimilabili a quelli della mafia, con al soldo diversi “picchiatori” (secondo Eliot, Disney ottiene i diritti di Mary Poppins da P.L. Travers e da Stravinskij per il Sacre du Printemps in Fantasia solo grazie ai picchiatori andati a minacciare Travers e Stravinskij); velatamente misogino (assumeva molto poco volentieri le donne)…
E, soprattutto, Eliot parla di un Disney ossessionato dall’idea di essere stato adottato, e in sempiterna e disperata ricerca della vera madre (cosa che, secondo Eliot, si inaugurò con la constatazione che al comune di Chicago non esisteva il certificato di nascita di Walt: fatto che, nello Walt piccolo, suscitò una enorme suggestione “negativa”)… in Hollywood’s Dark Prince si presume che Disney avesse fatto un patto con J. Edgar Hoover: Disney avrebbe informato l’FBI dei comunisti a Hollywood e l’FBI avrebbe in cambio fatto indagini per ritrovargli la madre naturale perduta… e difatti, dopo le testimonianze di Disney contro i sindacalisti dello sciopero del 1941, l’FBI parte effettivamente in missione «alla ricerca della mamma», con tanti indizi che portano a cercarla in Spagna, dove però non sembra essere stata ritrovata affatto…

Per quasi un decennio, la biografia di Eliot diventa lo standard biografico di Disney, soprattutto in Italia, dove Alberto Pezzotta la traduce per Bompiani, proprio nel ’94… Tutto questo perché quello di Eliot, nonostante gli evidenti pressappochismi, non sembrava un libro poco documentato, e certe sue storie recavano retroterra psicologici perfetti per interpretare i film di Walt, ricchi di madri abbastanza problematiche: immaginarli frutto dell’immaginazione di un uomo con problemi con la mamma era effettivamente il top!…
Nel 2001, nell’ottima monografia di Roberto Lasagna, Walt Disney e il cinema, edita da Falsopiano (Milano), che lo ripubblica come Walt Disney. Una storia del cinema nel 2011, Sergio Arecco, già esegeta di George Lucas, scrive un’appendice, The Dark Side of WD, in cui analizza Dumbo (uscito nel 1941, a ridosso della missione in Spagna dell’FBI) come film riflettente la “delusione parentale” di Disney e la sua paura di essere stato abbandonato dalla mamma…
Nel 2004, Massimiliano Narciso pubblica con l’editore milanese Francesco Bevivino, Walt Disney: The Dark Side of the Dumbo, che è praticamente un riassunto del libro di Eliot…
Finisce che certi fatti comunicati da Eliot diventano dei diffusissimi luoghi comuni sulla vita di Walt…

Col tempo, però, storici dell’animazione e giornalisti anche italiani cominciano a “reagire” alla trattazione di Eliot…

Mariuccia Ciotta, proprio con Bompiani, nel 2005, scrive Walt Disney. Prima stella a sinistra, in cui traduce un’intervista a Diane Miller, la figlia di Disney, fatta proprio per smentire molte informazioni contenute nel libro di Eliot, descritte come vere e proprie illazioni…

Nel 2006, Neal Gabler, in Walt Disney: The Triumph of American Imagination, edito da Knopf a New York, trova molti fatti narrati da Eliot sì possibili, ma non così facili da provare, esattamente come quelli di una ben congegnata forgerie

e nel 2007, lo storico dell’animazione Michael Barrier, in The Animated Man: The Life of Walt Disney, pubblicato con la California University Press, smentisce tanti “luoghi comuni” di Eliot, in quanto frutto di pure suggestioni… [per esempio, è curiosa la somiglianza tra il Disney descritto da Eliot e un oscuro personaggio del romanzo L.A. Confidential di James Ellroy, uscito nel 1990: ma questo non lo dice Barrier, lo dico io: ho sempre avuto il sospetto che Eliot avesse inventato un Disney affettivamente alienato e tendente allo psicolabile basandosi sulla storia di Ellroy invece di aver trovato quel Disney nei documenti…]

Nel 2009, il libro di Barrier viene tradotto da Marco Pellitteri per la Tunué di Latina col titolo Vita di Walt Disney. Uomo, sognatore, genio, e Giannalberto Bendazzi, il grande storico del cinema animato, scrive la prefazione, in cui stronca del tutto Eliot definendolo «dilettante allo sbaraglio», e affermando che la biografia “vera” di Walt Disney rimane quella di Bob Thomas…

Il patto di Walt con Hoover non aveva niente di eccezionale negli anni ’40 e ’50 (tanti anti-comunisti collaborarono alla «caccia alle streghe», da John Wayne a Elia Kazan), così come, purtroppo, il maschilismo e la poca propensione ad assumere donne (nessuna major americana della Hollywood di quegli anni può dirsi esente da questo pregiudizio);

l’ossessione di Walt di essere stato abbandonato non trova riscontro nelle fonti, né, tanto meno, lo trova il suo non sentirsi legato alla madre, anzi: il problema materno disneyano pare si origini dal fatto che Disney non si sia mai perdonato la morte della madre, avvenuta nel 1938 a causa di una caldaia che lui stesso installò in una casa nuova comprata coi proventi di Snow White (’37): un senso di colpa che, secondo la moglie e le figlie, lo afflisse per tutta la vita (e tutto il discorso sul certificato di nascita mancato e tutta la fantasticheria, presente in Eliot, di un Disney che a 60 anni ne dimostrava 70 e che quindi sarebbe da far nascere nel 1890 invece che nel 1901, sembrano molto improbabili, primo perché gli Stati Uniti non hanno mai avuto un ufficio anagrafe né un ufficio di stato civile centralizzato, e quindi ci sono molte persone prive di un effettivo certificato di nascita, secondo perché l’aspetto vegliardo del 60enne Walt si giustifica molto più facilmente con la sua condotta non proprio salutare di esorbitante fumatore e di bevitore ai limiti dell’alcolista);

Lillian (la moglie) e Diane (la figlia) hanno sempre negato che Walt fosse burbero;

i diritti del Sacre du Printemps e di Mary Poppins furono acquisiti per rigorose vie legali, anche tortuose (si vede anche in Saving Mr. Banks e lo si constata osservando le revisioni di Stravinskij del Sacre del 1947 e del 1967, fatte quasi apposta per riacquisirne i diritti americani [cosa che Stravinskij volle fare anche per altre sue composizioni del periodo russo, vedi Petruška, del 1910, anch’essa revisionata per rinnovo del copyright nel ’47, e Oiseau de feu, del 1911, rinnovato con una suite del 1945, vedi anche, di sbieco, un mio articolo che parla di tutt’altro!]);

l’anti-semitismo è negato da tanti altri fatti (per esempio che alla Disney abbiano lavorato decine di artisti ebrei), eccettuati, naturalmente, i pregiudizi idioti sugli ebrei (e sui neri) che, nell’America degli anni ’40-’50, aveva quasi tutta l’alta e media borghesia imprenditoriale (lo stesso Art Babbit, che per tutta la vita ebbe risentimento verso Walt per via del licenziamento, ha sempre sostenuto, nelle interviste, che quel licenziamento ci fu per ragioni politiche e non razziali e che Walt, a dispetto dei pregiudizi, non proferiva mai alcuna battuta antisemita, proprio mai mai mai);

e la missione in Spagna dell’FBI sembra più inventata che altro (Eliot sbandiera pletore di dossier dell’FBI nelle sue note a piè di pagina, ma, in effetti, non è così probabile che un giornalista venga in possesso di certe carte riservate: e quando lo fa è perché quei dossier sono pubblici e quindi hanno segnature, collocazioni e indicazioni su dove trovarli: cose che Eliot non fornisce mai; tra l’altro, le origini di Disney sono state rintracciate da tutti gli altri biografi dappertutto tranne che in Spagna: il padre era canadese con antenati irlandesi e la madre, quasi senza dubbio la sua vera madre, aveva antenati tedeschi e inglesi, e numerosa letteratura “agiografica” vuole che il nome Disney derivi dal villaggio di Isigny-sur-Mer in Francia: alcuni abitanti di Isigny pare siano emigrati in Inghilterra seguendo Guglielmo il Conquistatore nel 1066, anglicizzando il loro nome da «d’Isigny» a «Disney» e fondando il paesello di Norton Disney nel Lincolnshire)…

L’idea di un Dumbo ispirato a un Disney bambino separato dalla mamma, che tanto ha ispirato Sergio Arecco, con conseguenti letture psicanalitiche, è quindi purtroppo da cestinare, nonostante la forza mitopoietica formidabile!

Il soggetto di Dumbo fu effettivamente tanto amato da Walt, nella prima stagione della sua produzione cinematografica, quella che va dal 1937 al 1942… Ma fu lavorato, a livello di sceneggiatura, soprattutto da Dick Huemer e Joe Grant, con Walt a fare da supervisore come a tutti gli altri film, senza un affetto “speciale” riscontrato, finché il fratello di Walt, Roy Oliver Disney, colui che nell’azienda doveva far tornare i conti, si accorse che roba come Snow White (’37), Pinocchio (’39-’40), e Fantasia (’40) era costata molto di più di quanto avesse incassato, e anche per Bambi (’42) si prospettava un bagno di sangue di spese… per cui impose a Dumbo (supervisionato artisticamente, a livello di lavorazione animata, da Ben Sharpsteen) un taglio low cost, che lo fece finire in una sorta di limbo a metà tra A-Movie e B-Movie, e con un montato “scomodo” di 64 minuti, in un periodo in cui la Disney ancora non si distribuiva autonomamente, ma doveva appoggiarsi ad altri (a quel tempo, alla RKO), che potevano anche mettere bocca sul montaggio finale dei film (i Disney dovettero litigare per far uscire Dumbo così com’era, mentre RKO insisteva o per ridurlo a corto o per allungarlo fino almeno a 75 minuti)…
Il già tirato al risparmio Dumbo, inoltre, subì in toto lo stop della produzione per lo sciopero del ’41, dalle conseguenze terribili…
Un orizzonte di eventi che allontana molto il mito di un Dumbo sentito come progetto “personale” da Walt Disney…

È stato Tim Burton, purtroppo, a innescare questa mania della Disney odierna di rifare i suoi classici animati del passato… lo ha fatto con il trionfo al botteghino di Alice in Wonderland nel 2010…
E quando si cominciò a vociferare della nuova versione di Dumbo, scritta da Ehren Kruger, l’adattatore di The Ring (2002) e anche di molte sciocchezze (dai Transformer ai seguiti di Scream), tutti quanti si pensò male…
…e si pensò ancora più male vedendo che i rifacimenti live-action non facevano altro che peggiorare (vedi anche quanto detto in Il ritorno di Mary Poppins)…

E invece il povero Burton, con questo Dumbo, non poteva fare meglio…

Rispetto a Alice in Wonderland, nel quale si fece forse imporre Robert Stromberg alle scenografie, persona con cui non aveva mai lavorato, e che disegnò totalmente in green screen, per Dumbo Burton ha voluto il fido Rick Heinrichs, suo compagno di scuola, amico da una vita e scenografo dalla pluridecennale esperienza di costruzione, l’art direction hollywoodiana (ha lavorato con Burton ma anche con i fratelli Coen, Brad Silberling, Gore Verbinski, Joe Johnston, Ivan Reitman, Terry Gilliam, e John McTiernan)…
il Dumbo nuovo è tutto costruito, su set veri, assemblati ai Pinewood Studios (a Iver Heath, nel Buckinghamshire)…

Costruzioni dal vago sapore minaccioso, deformante, inquieto, che contribuiscono molto a dare al film un’aura di tensione particolare…

Una tensione che Burton sviluppa al massimo, trattando l’elefante come un essere imprevedibile, dallo scarso controllo delle proprie capacità: finisce che molte scene ci fanno quasi tremare per l’agitazione dovuta al non sapere quel che succederà!
Essendo il film di Burton e Kruger, ed essendo Burton l’artefice di una sorta di Trilogia della morte degli ultimi anni ’90 (Mars Attacks!, ’96, Sleepy Hollow, ’99, e Planet of the Apes, ’01), dove non ci si fa remore a far morire tutti quanti, anche i bambini, l’atmosfera rassicurante che rende scontato il motto «andrà tutto bene», e che nei film di questo genere vanifica tutte le scene di suspence, è del tutto annullata! Le scene di suspence sono girate con l’idea di renderle del tutto imprevedibili, e, dati i precedenti degli autori, l’opzione «adesso moriranno tutti» non è per niente fuori dall’orizzonte del possibile!
Finisce che nelle scene clou, con l’elefante al centro, sei lì a fartela addosso, trascinato dal nervosismo dovuto al fatto di stare guardando un esserino carino ma fortissimo e dalle capacità distruttive enormi, che potrebbe demolire tutto quanto, spaventato dalle visioni degli elefanti rosa!
Un’inquietudine comunicata anche dal cattivo di Michael Keaton, che con una performance di gran classe delinea un personaggio veramente ambiguo e crudele, che poi “eterna” con un’ironia esemplare!
Per il personaggio di Keaton, Heinrichs e Burton architettano un parco giochi alienante e mefitico, veramente pauroso, riflesso quasi del mondo di ghiaccio del Pinguino di Batman Returns, il successone del 1992, che fu l’ultimo film in cui Keaton e Burton collaborarono prima di questo (in quel caso Heinrichs era, supervisionato da Tom Duffield, l’art director dello scenografo Bo Welch)…
Un Batman Returns che riecheggia anche nei duetti tra Keaton (che nel ’92 era Batman) e Danny DeVito (che era il Pinguino, e che già aveva fatto un direttore del circo per Burton, in Big Fish, nel 2003)

Una tensione che si accompagna alla più istintiva dolcezza e commozione che si prova per questo elefantino monstrum di tenerezza…
Burton, il grande mago dei “mostrilli”, si è sforzato di farlo proprio bellissimissimo, sì lezioso e carino, ma anche potentemente vivo e vitale!
Proprio siamo lì a credere in lui, e a lottare tutti per lui!

E si lotta per lui in una storiella edificante ma pregna di ficcanti idee nutrienti, con gli schiavi (gli elefanti) che vengono liberati per tornare a casa, la società multietnica (il circo di DeVito) vista come concreta e familiare, e la forza della scienza (la bambina) come agente collante e ispirante le azioni di libertà e umanità!

Una storiella in cui Burton non rinuncia a parlare di cinema, rendendo palese il punto di vista dell’elefantino, gratificato di numerose soggettive, e facendolo funzionare come metafora di sguardo cinematografico, che ispira e fa conoscere (tanti sono gli occhi inquadrati: di Dumbo, della madre e della bambina: occhi, organo di visione e quindi di cinema, in cui si percepiscono e leggono i sentimenti e la verità della compassione)… Cinema come Arte, per altro, anche ampiamente metaforizzato nella condanna dello show-buisiness senza cuore di Keaton e di Arkin (un altro vecchio amico di Burton: non lavoravano insieme dal 1990), contrapposto al cinema “puro” del circo di DeVito (dove la shakespeariana sirena evoca quasi Méliès, Farrell evoca gli western e la bambina evoca Muybridge e Reynaud [anche se anacronisticamente, essendo il film ambientato nel 1919])

Il Dumbo di Burton è quindi un film certamente per bambini, e quindi infantile, lezioso e graziosamente batuffoloso e puccioso, cose che molti potranno trovare troppo zuccherose, ma è anche un film intelligentissimo, dalla grana cinematografica amplissima, dalla narrazione interessantissima (data la sua vena “tensiva”), e dal messaggio estremamente nutriente, da gridare al megafono ai quattro venti…

Una libidine!

Su Burton vedi lo special
Su quanto questo Dumbo sia migliore di altri live actions vedi le mie trancianti opinioni sull’Aladdin di Ritchie e sul nuovo Lion King
Vedi anche quanto su Dumbo dicono The Butcher e Sam Simon

Una risposta a "Il «Dumbo» di Tim Burton"

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  1. Non so perché mi ero perso questa recensione! Che tra l’altro parla per la maggior parte di cose che col film di Tim Burton c’entrano poco (la tua conoscenza è a dir poco enciclopedica, Nikke!)… :–)

    Devo dire che anche io sono rimasto sorpreso in positivo da questo film, anche se forse avrei voluto che Burton avesse osato di più, con costruzioni ancora più sbilenche e minacciose in quel parco giochi (che già un parco giochi normale a me un po’ di paura la fa, eh, lo ammetto). Comunque certamente questo è uno dei (o il) remake live action più riusciti (o)!

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