Copia Originale

Essendo il cinema finzione, ed essendo l’uomo (come diversi altri animali) incapace in qualsiasi modo di distinguere il vero dal falso (e questo si sa fin dal ‘mito della caverna’ della Politéia di Platone, di James Macpherson [vedi qui] o dall’ultimo capitolo delle famose Sei passeggiate nei boschi narrativi di Eco [Milano, Bompiani, 1994] come da miliardi di altri esempi di letteratura come di scienza medica), film come questo fanno parte di un grande filone sui bugiardi e sulla loro capacità di ingannare tutto il mondo…

Andando a memoria, e rimanendo su titoli di diffusissimo mainstream assai recenti, implicazioni sul bugiardo e sul falsario ce ne sono in Catch Me, If You Can di Spielberg (2002), in The Informant! di Soderbergh (2009) e in Shattered Glass di Billy Ray (2003)…

E, leggendo le impressioni sul Don Chisciotte di Gilliam, si capisce come l’andazzo della forgerie (da Ariosto, Cervantes, Manzoni, di nuovo Eco, Hobsbawm, Domenichelli) è un andazzo connaturato con la cultura dell’Occidente…

Copia Originale tratta tutto questo immenso e complesso sistema di pensiero, questo difetto di fabbricazione della mente umana, senza andare troppo nell’approfondito…

La sceneggiatrice è Nicole Holofcener, regista di quattro ottimi episodi di Sex and the City una ventina di anni fa, ed è rimasta un po’ lì in quanto ad “attenzione”, poiché, per capirsi, si butta nel personaggio e ben poco sul tema: come in Shattered Glass di Billy Ray, Copia Originale cerca di illustrare il problema dal punto di vista di un personaggio, personaggio che si costruisce bene ma che predomina però su tutto, anche sullo stesso problema…
Tutto quanto si concretizza in un film monopuntuale, abbastanza efficace nel rendere psiche e ambiente di un’agente fittizio, appunto il personaggio, ma fallace nel raccontare la trama e quasi non pervenuto nella riflessione sul falso e la forgerie

A livello di showing visivo, le cose sono fatte da competenti, con indubbio fascino:
a) il paratelevisivo Brandon Trost (già con la regista in Diario di una Teenager) compone una sinfonia di fuori fuoco e chiari scuri (se esistesse l’Oscar per il focus puller, senz’altro andava dato a Copia Originale);
b) lo scenografo Stephen Carter (anche lui proveniente dalla TV, e con Holofcener in Sex and the City, ha lavorato parecchio con l’esperto di interni Kevin Thompson, e ha alle spalle parecchia gavetta di seconda unità) disegna il personaggio di Lee Israel in ambienti e arredamento in maniera davvero precisa, da manuale;
c) l’impasto musicale (di Nate Heller, fratello minore della regista) spesso ammalia;
d) Anne McCabe, al montaggio, assembla tutto da professionista…

Ma, a parte tutto questo e la grande prova degli attori, che mettono tutto quello che hanno (bravissimi sia Melissa McCarthy sia Richard E. Grant, che avrebbe meritato l’Oscar da non protagonista molto di più di Mahershala Ali), è un film che non decolla, che in misura media scava psicologicamente il problema, non lo sviscera per niente a livello di teoria visiva, e tanto meno lo analizza a livello di teoria sociale…

È un buon film professionale…
Si guarda…
Si è contenti di averlo visto perché, per certi versi, parla di un tema interessante…
Ha idee visive segno di un buon occhio…

ma nulla di più

[e le stesse cose si possono dire sia dell’impillaccherato The Informant! sia del fatuo e insapore Shattered Glass, che è proprio il “padre” di Copia Originale]

Nel doppiaggio di Lorenzo Macrì si nota un ben piazzato Loris Loddi su Grant, ma, per l’appunto, è “ben piazzato”, e non tanto di più…
Francesca Guadagno va fin troppo automatica su Melissa McCarthy (è l’attrice che ha doppiato di più in assoluto)

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