La casa di Jack

Io non amo Lars von Trier…

La casa di Jack è del tutto conforme al suo stile, confermando un manierismo di cui gli autori cinematografici odierni non si vergognano affatto di soffrire (vedi anche Tarantino): si compiacciono quasi di fare sempre lo stesso film (cosa che va al di là dello stile personale: qui non si parla di scoprire un linguaggio, come un autore dovrebbe fare a ogni film, ma di applicare uno stile in modo sempiterno)

Nella Casa di Jack il manierismo di von Trier si riconosce:

  1. Nel suo essere interminabile, specie nella parte centrale
  2. Nell’essere diviso in capitoletti
  3. Nell’avere lunghi e tediosi spiegoni di Bignami di filosofia spicciola che possono stupire chiunque non abbia letto più di 4 libri nella sua vita
  4. Nel presentare un nichilismo inconscio mentale da far funzionare, metaforicamente, come nichilismo totale sfiduciato per la conformazione della società nel suo complesso (la gente è matta e quindi la società è matta per forza, e noi ghiozzi e tristi siamo condannati a vivere in questo tripudio di follia)

A favore di von Trier (la cosa che lo eleva ad autore più capace rispetto ad altri) c’è da dire che questo manierismo si manifesta a livello di drammaturgia e scrittura e molto meno a livello visivo…
Von Trier è quasi un maestro nel variare il suo stile visuale: Antichrist (2009) era espressionista e scuro, Melancholia (2011) elegantemente lussuoso, e Nymphomaniac (2013) era un tripudio di varietas stilistica…
La casa di Jack torna a essere pregno di una onnipresente macchina a mano, certamente cifra di von Trier, ma da tanto tempo non più così basilare e “unica” come via di espressione… La casa di Jack vive di macchina a mano, quasi completamente, e relega qualsiasi varietas a piccoli episodi…

La macchina a mano documentaristica e franta da tanto lavoro di montaggio, è un perfetto veicolo per il messaggio nichilista di von Trier: la mente/società vede e agisce come un documentario, spioso ma fallace, inceppato nel suo sistema visivo, e quindi bisognoso di tanti angoli, di sovrapposizioni di montaggio, di ripensamenti…
il “documentario” è la mente del serial-killer che si fa film…
ma il documentario è anche la società che si metaforizza nella mente del serial-killer… poiché il documentario potremmo essere anche noi pubblico che scrutiamo, o che, appunto, «facciamo un documentario» su un serial-killer… e se così è, allora, i ripensamenti e le sovrapposizioni di montaggio sono nostre, non del serial-killer… ma avere quei ripensamenti, e far coincidere il nostro sguardo con quello del serial-killer, rende noi stessi dei serial-killers!
la “sintesi logico-filmica” di tutto questo è che il serial-killer siamo noi, e noi siamo la società!

l’organigramma logico (di sillogismo “sintetico” hegeliano) rende il film interessante, ma non lo assolve dal tedio né dalla complessiva aria fritta che spesso avvolge i lavori di von Trier… questa triade drammaturgico-visiva serial-killer/spettatore/società sembra geniale e unica, ma è invece comune a un sacco di altri autori, che la portano avanti con molta più compattezza, con molta più coerenza, e con molta meno ovvietà e spiettellatezza di come la porta avanti von Trier…
basta American Psycho (soprattutto il romanzo di Bret Easton Ellis, del lontano 1991) per indicare un lavoro migliore rispetto a questo di von Trier…

finisce che:
a) 5 capitoli e un epilogo sono ripetitivi, pleonastici e ridondanti…
b) la resa visiva uniforme è stancante da quanto è insistente…
c) i momenti di onirismo teorizzante sono infiniti e travestono di complessa superficie temi invece trattati con squalificante leggerezza…
d) i simboli inconsci (acqua, stanze scure da aprire ed esplorare, cunicoli da percorrere, case da costruire, complessi psichici da indagare, supplizi vari da subire, archetipi da sciorinare [da Tantalo a Sisifo alla mancanza di “ciclicità” del tempo umano]) sono triti e ritriti, rimasticati anche da altri film di von Trier (che difatti riimpasta anche immagini di suoi vecchi film, in un modo che, per lo meno, è ironico)…

gli osanna che sto leggendo nella blogosfera li trovo quindi fuori luogo, e anche se apprezzo l’ironia di fondo, che fa per fortuna prendere il film molto poco sul serio (ironia che, se il film fosse stato meno lungo, ostentato, ridondante e insistito, avrebbe contribuito a renderlo un capolavoro), non posso sottrarmi nel definire La casa di Jack noioso, e partecipe di una particolare follia del gusto radical chic cinematografico che vado a spiegare:

quando un qualsiasi film metaforizza la società violenta mostrando le violenze di un serial-killer è automaticamente salutato come un film splendido… come se non ci fossero altri modi di stigmatizzare la società odierna se non quelli di allegorizzarla in una mente malata…
un corto-circuito che attecchì parecchio anche negli anni ’20 e ’30 (vedi qui), tra Weill, Berg e Brecht…
i film sui serial-killer simbolo di società sono carini, ma è una cosa che si sa: l’idea non è più geniale, è quasi stanca, anche perché porta a film che a chiacchiere vogliono fare catarsi sulla violenza mostrata ma nei fatti si compiacciono della violenza che, filmandola, “agiscono”…
perché adorare così tanto questi film?
boh…

La casa di Jack è un film interessante ma stanco
furbo ma superficiale
carino ma comicamente blando nelle sue valenze (perché, ripeto, roba come Easton Ellis è parecchio più sostanziosa)…
…che va avanti per puro sensazionalismo, sensazionalismo che si manifesta in questi due argomenti:
a) naturalmente si sta tutti parlando delle due versioni, quella edulcorata e quella integrale, come si fece per Nymphomaniac: è ovvio che è marketing: 20 minuti di sangue e sbudellamenti cosa aggiungono al film? nulla: è solo un metodo per far gridare allo scandalo gli ingenui e regalare al film una doppia circolazione…
b) come nel Primo re, si attecchisce nella curiosità del pubblico lobotomizzato solo sparandola più grossa possibile e promettendo più gore possibile, cosa che von Trier fa, scherzandoci anche sopra, sapendo bene di stare sfruttando una prurigine del suo pubblico sciocco e violento, e proprio con un film che vorrebbe stigmatizzare questa prurigine!

in tutto questo ho adorato Riley Keogh: e sono tre film di fila che la adoro (gli altri sono Mad Max: Fury Road e La truffa dei Logan)

il doppiaggio è di Ludovica Modugno

nonostante non ami Pino Insegno (vedi quanto dico in Green Book), su Matt Dillon forse mi piace più di Francesco Prando, che mi è sembrato non stare dietro alla fantasmagorica prova di Dillon…

anche Franco Zucca, che di solito adoro sempre, m’è sembrato sopra le righe sul compianto Bruno Ganz…

altre metafore di società marcia perché sono marce le persone si trovano, oltre che in Easton Ellis, nel mio solito Golding (che cito sempre) [alcuni suoi libri sono in Libri e librini] e in Miraggio 1938 di Westö, di cui parlo nelle straparole su Helsinki e la Finlandia (Havis Amanda)

7 risposte a "La casa di Jack"

Add yours

  1. Non l’ho adorato, ma sono di quelli che l’ha apprezzato…
    A mio avviso una ripresa per un LVT che ultimamente era uscito troppo fuori dal seminato…
    Vedo che hai quanto meno apprezzato l’ironia… un approccio Tarantiniano per un film che però è poco Tarantiniano, o almeno lo è solo in minima parte con qualche cenno…
    La sequenza del disturbo ossessivo compulsivo per me geniale

  2. Io non ne posso più di Lars, non me ne vogliate… comunque mi ha stupito leggere su i1400calci una recensione più o meno in linea con la tua, Nick, e vedere la valanga di commenti/insulti di gente che non può accettare di leggere un’opinione negativa su Von Trier. C’è un esercito di fanboys là fuori!

    1. Questa è la cosa più triste… come si dice sempre per dio: non è tanto lui, ma il suo fan club che fa paura! — e mi sto rendendo conto invecchiando che una discussione pacata e serena su gusti e riferimenti filmici, musicali, artistici ecc., in cui si ascolti tutti, rimanendo anche delle proprie opinioni ma ben consapevoli che le proprie sono appunto opinioni e non “verbo”, è molto difficile… ed è difficile farla proprio con la generazione Erasmus e Wikipedia che, sulla carta, dovrebbe essere quella più conscia dell’impossibilità di qual si voglia “verbo”, e, insieme, della non discutibilità di certe cose che “verbo” non sono ma da cui è impossibile prescindere ed è impossibile questionare (vedi le evidenze scientifico-empiriche)… — alcune teorie evoluzionistiche ritengono che il “sapere”, l'”intelligenza” e il “linguaggio” si sono sviluppate nei Sapiens solo per far sì che più di poche decine di individui compartecipassero in una società… avere “branchi più numerosi” era un grande vantaggio di specie che il “linguaggio” e il “sapere” hanno ottenuto soprattutto con la creazione di «credenze», di «miti», e di «religioni», complessi sistemi di nozioni capaci di inculcare nei Sapiens la necessità di collaborare collettivamente (e in diverse centinaia di individui) per un qualcosa di “condiviso” (se il «mito» comune fosse rimasto solo il cibo nessuno mai avrebbe voluto spartirselo con più di una decina di compagni, mentre se il «mito» è un «dio» superiore che, pur inventato, ti promette paradisi vari, allora è più facile accettare di «lavorare» o «convivere» con altri che lo venerano in egual misura). Forse oggi, quel senso connaturato di “credenza” e di propensione al «mito» (religioso come di fandom), generato millenni fa, si fa sentire sempre di più, e difatti si creano «miti» e «dei», antichi e nuovi (dai vecchi classici della patria e del focolare ai moderni fenomeni meteorici degli Sfera Ebbasta o dei fatui vincitori dei Talent Show, oppure a questo o quel regista/attore ondivago nei consensi, tipo uno Snyder oggi decotto o un Ben Affleck che sembrava dover spaccare tutto col nuovo Batman e che oggi è scalzato da altri per via di pochi milioni non incassati), tutti col proprio entourage di credenti, inconsapevoli di stare adorando qualcosa che, ad altri, può anche suscitare qualcos’altro oltre l’adorazione… — traduzione: «sì, Von Trier, vabbé, ok, ma davvero non c’è nulla di meglio??? proprio nulla nulla???»

      1. Non potrei essere più d’accordo con te! E sbaglio o pure te ti sei letto Sapiens di Yuval Noah Harari? Io l’ho finito un mesetto fa, mi è piaciuto un sacco, e quello che dici sui miti da condividere nei grandi gruppi è esattamente una delle tesi del libro!

        Tornando a quanto hai scritto alla fine del tuo commento, hai ragionissima: stiamo assistendo a un fenomeno strano in questi tempi, miti che si creano e si distruggono in poco tempo e sulla base del niente. Tra l’altro in un tempo in cui dovrebbe essere facilissimo parlare delle cose grazie alla tecnologia e invece assistiamo sempre di più a dei muro contro muro che non portano a niente. Da una parte i fanboy (che siano di Trump o di Lars Von Trier poco importa), dall’altra la Political Correctness che impedisce di parlare seriamente di qualunque argomento: Black Panther capolavoro perché film di riscossa degli afroamericani, la standup comedy che non può più parlare di nessun argomento, ingiusto l’Oscar a Green book perché non parla in modo giusto del razzismo… ma di che stiamo parlando???.

        Fortunatamente rimangono dei blog oasi di pace dove possiamo discutere pacatamente! :–)

      2. Sì! Me lo sono letto in una settimana! Dice che anche il secondo sia un ottimo libro, mentre il terzo si ripeta un po’. Li hai letti?

      3. Sono solo a due terzi di “Sapiens”, e ho sfogliato un pochino “Homo Deus” quando l’ho comprato, che però esordisce con frasi che mi sono piaciute poco: spero di contestualizzarle quando riprenderò la lettura…

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