«The Commitments» di Alan Parker: alcune considerazioni

Partendo dai 38 momenti cardine del rapporto tra musica e film, si può tornare a parlare del film The Commitments di Alan Parker del 1991, oggi assai dimenticato, in forma più osservativo-analitca che recensiva…

vediamo…

Pubblicitario con l’agenzia di Ridley e Tony Scott, Parker fa il successo con Midnight Express nel 1978, ma lega molta della sua fortuna alla musica, poiché riesce davvero a sbancare i botteghini con Fame (1980): è con quel film che attira l’attenzione dei Pink Floyd, che lo vogliono per realizzare quello che nei progetti sarebbe dovuto essere una sorta di “video” del tour The Wall (un video effettuato soprattutto dallo storico dop di Parker, Michael Seresin), che poi, per varie vicissitudini, è diventato il film The Wall del 1982, un flop che fa allontanare il regista dalla musica per una decina d’anni: Commitments è proprio il suo ritorno al soggetto musicale…

Parker, per il cast, cercò gente che già cantasse: i Corrs fecero il provino ma ottennero solo ruoli marginali (Andrea è la sorella del protagonista, altri “Corr” sono la band country del finale), mentre Maria Doyle, già “stellina” irlandese, ottenne un ruolo abbastanza grosso (Nathalie)…

Le canzoni sono state registrate dal cast, ma sono poi state diffuse sul set con grandi amplificatori, così che gli attori potessero fare una sorta di playback libero, così da ricostruire una sorta di “live”… Procedimento già adottato da Morricone e Leone (numero 27 dei 38 momenti), e che vedrà più avanti usato anche da Tim Burton in Sweeney Todd (2007)…

The Commitments è diviso in due parti (la formazione e le performance), ed è girato dalla consueta troupe di Parker (Brian Morris, Penny Rose, e, soprattutto, il montatore Hambling)… manca Michael Seresin, sostituito da uno dei suoi amici, Gale Tattersal, dop soprattutto televisivo (oggi insegnante) che qui, sotto la guida di Parker, fa quello che è il suo capolavoro… anche se Commitments non fa un successone: solo col tempo diventa cult, e nel 2013 diventa un musical del West End…

Tattersal ha confessato di aver voluto suggerire di lasciare la prima parte (fatta solo di assemblaggio della band) “brutta”, visivamente parlando, per poi via via “migliorare” seguendo la progressiva “maturazione” della band… l’idea regge, ma Parker insiste fin da subito nel suo stile, plasmato con Seresin e derivato dagli spot, sempre attento ai dettagli e alla qualità…

perciò è un film solidamente narrativo ma non un film industriale: infatti ci vediamo quelle che erano le maestrie massime di Parker:

  1. la blurred radiance: ogni cosa sembra avvolta da una sorta di “polvere” che invece di sporcare esalta le immagini, dando forma, per esempio, ai fasci luminosi, oppure rendendo “visiva” l’atmosfera delle scenografie…
  2. la costruzione spettacolare di ogni singolo frame, curata al millimetro
  3. la caratterizzazione visiva dei personaggi
  4. l’attenzione a brevi shots non in focus, per suggerire che esiste un qualcos’altro al di là del raccontato, cosa che stimola l’interesse…

Nella prima parte narrativa, sembra un film che di musica pare solo parlare, senza particolari espedienti per accordarsi alla musica: ma alcune entrate dei personaggi, accostate all’entrata in soundtrack di una canzone, potrebbero far pensare alle immagini come “canzoni di jukebox” che si giustappongono…
ben presto le canzoni si legano ai frame come un tutt’uno, vedi, per esempio, il momento (a un terzo del film) in cui, improvvisamente, la musica da extradiegetica (canzone in sottofondo) diventa intradiegetica (i personaggi si mettono a cantare quella canzone), in un continuum che suggerisce come colonna sonora e filmato siano del tutto consustanziali…

Durante le performance della band, girate come detto in un modo para-live, Parker realizza con classe molti topoi della ripresa dei concerti: cose un po’ desunte dal Woodstock di Wadleigh (numero 30 dei 38 momenti), un po’ da tanti anni di musical e videoclip, ma enunciate con grande effetto:

  1. i cambi di fuoco tra il frontman e le coriste uniti nella stessa inquadratura…
  2. gli stacchi sul pubblico…
  3. gli zoom a cercare la performance…
  4. il cantante ripreso dal basso, come se la macchina fosse insieme pubblico e sguardo…
  5. l’attenzione agli strumentisti con inquadrature dedicate solo a loro, inquadrature che creano uno spazio “indipendente”, al di là dello spazio della narrazione, così che noi pubblico si sia immersi sono nello strumento musicale, nella musica, dimenticandoci di dove quel performer effettivamente sia sul palco (come invece vorrebbero le regole visive esclusivamente narrative: è come se il “narratore filmico” stesso si distraesse perdendosi nella performance)…

La parte del leone la fa il montaggio, che rannoda tutti i fili rapsodici della prima parte, e incastra tutti gli spazi e i “fuochi” della seconda con una precisione sì desunta dal videoclip, ma molto più misurata e a favore di occhio: un montaggio come se ne fanno sempre meno…

Dal punto di vista della trama e delle tematiche narrative implicate, ognuno potrà trovarci tutti i significati che vuole, ma si vede che The Commitments, come Fame (poi frainteso dagli arrivisti), è un film che tratta la musica come sogno sociale identitario, come γνῶθι σεαυτόν (grazie alla band tutti trovano la loro strada), e come mattone vitale indispensabile all’esistenza in un mondo pazzoide, depressoide e degradato…
Le scene (in sintagma a graffa) in cui la musica e le rehearsal irrompono nel quotidiano lavorativo dei ragazzi sono strepitose…
Apprezzabilissimo è il finale, che Parker, forse deluso dall’accoglienza di Fame, fa attenzione a non rendere per nulla arrivista…

Il “tono” non arrivista del finale (forse desunto dal vecchio Chorus Line di Attenborough, 1985) ha fatto “sistema” negli anni ’90: altri film di rock band e non solo (Music Graffiti di Tom Hanks, 1996; High Fidelity di Stephen Frears, 2000; Empire Records di Allan Moyle, 1995), esattamente come The Commitments non mostrano il “successo” ma solo il “processo”, l’intento, il tentativo, o l’effetto che la musica lascia nei personaggi…
una tendenza che poi verrà del tutto invertita negli anni 2000…

N.B.: certe idee di look dei personaggi, così come certa ideologia, la ritroviamo praticamente identica in School of Rock di Richard Linklater, 2003, senza però la componente “socialista”…

6 risposte a "«The Commitments» di Alan Parker: alcune considerazioni"

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  1. Sono cresciuto con questo film! Tra l’altro per motivi a me sconosciuti avevamo la VHS con la versione originale in casa, quindi me lo guardavo leggendo i sottotitoli perché l’irlandese era praticamente incomprensibile alle mie orecchie e mi godevo la musica!

    Sono tantissimi anni che non lo guardo, ora che mi ci fai pensare…

  2. Se l’altra volta ti ho ciulato il sintagma a graffa, stavolta ho rubato la funzione intradiegetica della musica. In futuro-prossima pubblicazione.
    Parker merita che gli dia uno sguardo ben oltre Angel heart. Ho approntato relativa ricerchina.
    Buondì.

    1. Parker merita a mille: anche il più brutto ha uno stile visivo unico… la grande stagione dei registi britannici coetanei o di poco più giovani di Ridley Scott: i primi, e forse gli unici, a portare al cinema il meglio dello “stilismo” della pubblicità…

      1. Oh, giusto Cielo! (Come direbbe la Nonna di Titti il canarino).
        Fuga di mezzanotte l’ha girato lui!
        Beata ignoranza, ma beata davvero, ‘ché mi permette di godermi un sacco di cose come nuove di zecca 😍

      2. «Giusto cielo» mi sembra lo dica spesso anche Manrico nel Trovatore di Verdi… sicuramente almeno alla fine del primo quadro del secondo atto…

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