Green Book

Un altro film “didattico” e bello “didascalico”, a prova di qualsiasi sciocco, candidato all’Oscar (didascalici sono anche Vice e BlacKkKlansman)…
Probabilmente c’è da chiarire quali «didascalie» siano più (almeno a mio avviso) sopportabili di altre…

E tutte e tre sono «didascalie» per nulla brutte…

Sono film benintenzionati, il più possibile simpatici, che prendono per la manina uno spettatore ormai rincretinito per farlo riflettere, con giochesse più o meno “aggressive” di resa visiva: Vice molto complesso visivamente e tendente alla vuota stupefazione (forse per acchiappare quell’attenzione mai focalizzata del pubblico odierno: assunto possibile ma vanificato dalla sterminata durata); BlacKkKlansman più bravo nel gestire una narrazione visiva con tutti i crismi e nel condurre “effetti visivo/diegetici” ai punti giusti con assoluta maestria; Green Book adagiato su un’idea narrativa tutta virata sul testo, illustrata con una ortodossia cinematografica ferrea, classica, finanche amorfa, anonima, da manuale, uguale a mille altre, di sicura prassi procedurale, e di sicura presa su chiunque…

Il punto forte di Green Book è l’eccellente sceneggiatura: sì «didascalica» ma nei modi migliori: un racconto asciutto ma comprensivo di tutto; puntuale e cronometrico nello svolgere funzioni e procedimenti attanziali: una perfezione drammaturgica: una vera pièce bien fait quadrata, liscia, lavorata benissimo…
Non presenta alcun punto pivotal sensazionalista, ma un progressivo e uniforme processo di abitudine all’educazione, alla buona creanza, che porta all’accettazione naturale della “giustizia” che, in automatico, implica anche un rifiuto, ugualmente naturale e ovvio, dell'”ingiustizia”…
Il tutto condotto con agilità, allegria, con la precedenza al ridanciano e al faceto, e mai con l’intromissione troppo brutale del «didattico», che affiora solo quando è necessario, come a non voler “turbare” troppo lo spettatore rincoglionito, ma essere comunque certi di “colpirlo”, sì piano e dolce, ma di certo quando è bene colpirlo, e quando la sua attenzione è al massimo… come a voler dire «il film non parla di razzismo, vedi?, parla di ridancianeria, e ci sono solo dei contorni di critica razzista, ma non sono in primo piano… finirà, però, che tu, rincoglionito, in mezzo alla ridancianeria, avrai “assimilato”, con naturalezza quasi subliminale tutto quanto, sia la ridancianeria sia il messaggio anti razzista: quasi non te ne sei accorto, ma di sicuro qualcosa hai compreso!»

Questo metodo “subliminale”, leggero, blando, ma micidiale, è forse uno dei più adatti a perforare le obnubilate menti dei trumpo-salviniani, ed è condotto con formidabile professionalità, anche se, ripeto, ha richiesto un accompagnamento di immagini che ha sottomesso tutto il possibile “cinema” al testo, perciò risulta un film di teatro, o addirittura di “radio”, comunque gradevole, e di una fattura ammirevolmente diligente…

È già la terza volta (dopo Mary Shelley e Don Chisciotte) che Mario Cordova è alle prese con i giochi di parole inglesi, con diverse lingue parlate, con una materia che *esiste* solo nella lingua che parla…
L’italiano parlato nel film lo risolve nel solito modo consueto di esagerazione fumettistica del dialetto (una prassi italiana consueta e inevitabile, risalente al Padrino di Coppola nella versione di Ettore Giannini), e affida tutto a doppiatori accorti, ma abbastanza faciloni…
Barbara De Bortoli non sembra mettere granché impegno nel rendere Linda Cardellini… Alberto Angrisano su Ali ha una compostezza parecchio frigida, anche se non inefficace…
e Pino Insegno è una “materia” molto interessante da studiare: sembra abbastanza bravo, ma sempre in un certo senso uguale a se stesso; ogni tanto sembra poco stimato dai colleghi (forse convinto, come Maldesi, che si doppi il personaggio e non l’attore, accetta molto volentieri ridoppiaggi e attori convenzionalmente “appartenenti” ai colleghi [c’è ancora l’abitudine tra i doppiatori di considerare anche un attore doppiato una sola volta come «proprio»: nelle interviste, Luca Ward presenta la sua ex moglie Claudia Razzi come «voce di Meg Ryan», anche se l’ha doppiata sì e no due volte… e Ward si considera tranquillamente Russell Crowe e Samuel L. Jackson senza mai menzionare Fabrizio Pucci e Paolo Buglioni, che, in quanto a numero, quasi lo sopravanzano su quegli attori], e, forte della sua popolarità televisiva si accaparra nelle platee catodiche più “applausi” di quelli che effettivamente meriterebbe [Monica Ward, e vi assicuro che la seconda menzione di un Ward è puramente casuale, ha detto di aver considerato la direzione momentanea di Insegno del doppiaggio dei Simpson del tutto inutile, ma ha comunque visto Insegno, in TV, a spacciarsi quasi come l’artefice di “tutto quanto” il doppiaggio dei Simpson, baloccandosi come un “genio”]), ma lavora sempre con disinvoltura e si è in qualche maniera appropriato (anche lui nella logica dell’«appartenenza» che smentisce la sua presunta fede in Maldesi nel doppiare i personaggi e non gli attori) di Viggo Mortensen, che quindi non sentiremo mai, che ne so, doppiato da Massimo Lodolo, o da Adriano Giannini, o, perché no, da Massimo Popolizio (un altro poco stimato tra i doppiatori: e lo afferma proprio Lodolo), in ogni caso da gente meno “chiara”, più “scura” e più “gutturale”, in una parola forse più aderente al timbro di Mortensen…

3 risposte a "Green Book"

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  1. Mi piace sempre molto la tua analisi finale del doppiaggio, un aspetto che viene quasi sempre tralasciato nelle recensioni, o al massimo relegato a poche parole di commento (soprattutto per parlarne male)…
    Ciò detto mi ha incuriosito la scelta di tradurre letteralmente un termine molto italoamericano come melanzana (riferito ai neri)…
    E poi posso dire che Insegno ultimamente non lo reggo più tanto? Lo trovo un po’ troppo auto compiaciuto al doppiaggio

    1. Mi trovi d’accordo! — trovo Insegno sì molto professionale, ma molte volte “strabordante”: si capisce proprio che è lui che parla invece di Mortensen! — sul doppiaggio vado molto a impressione poiché, senza prima sentire l’originale, si va molto di “impatto”, ma anche dei film, senza un’analisi frame by frame, si dovrebbe dire di andare di “impatto”, per cui non vedo perché se si parla del film non si debba parlare anche del doppiaggio (se, ovviamente e purtroppo, lo si vede doppiato)

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