Suggestioni di ‘musica colta’ dalle canzoncine di Sanremo

Una grande quantità di canzoni di questo sfiancante festival utilizza una ritrita combinazione ritmica associabile a questa sequenza di piedi classici: giambo-giambo-baccheo (∪ –, ∪ –, ∪ – –)
alcuni cantanti presentano una variante minima: giambo-giambo-spondeo (∪ –, ∪ –, – –)
La cosa rende pressoché indistinguibili le canzoni di Enrico Nigiotti, dei Negrita, di Cristicchi (aggravata anche da un testo di luoghi comuni e proverbi ‘serenosi’, alla Willy Pasini, in cui manca solo «se la vita è amara tu facci gli amaretti»), di Ultimo, di Renga, di Patty Pravo & Briga…

Poi ci sono le canzoni che, pur non presentando quel logoro schema, sono comunque di pura fabbrica sentimentale, e si perdono nell'”indistinto”, per esempio quelle di Paola Turci, della Tatangelo, Einar, Irama, Ex-Otago, Nek, Nino D’Angelo & Livio Cori…

Un po’ più “cattivelle” e meno scontate potrebbero essere quelle di Mahmood, Achille Lauro, Motta, Boomdabash… e senz’altro da immaginario collettivo infantile è quella dei Federica Carta e Shade, davvero degna di un cartone animato Mediaset, che ti si incolla alle orecchie proprio senza pietà!

Invece davvero inqualificabile è quella del Volo, scritta perfino da Gianna Nannini: oscillante tra minore e maggiore senza alcun motivo, visto che il testo parla solo del solito deplorevole manifesto maschilista della donna “da proteggere”, e ricca di vocali lunghe inutili… ha un tono in qualche modo triste e lagnoso, però tanto esageratamente “spinto”, come se, al contrario, volesse apparire trionfante… un corto circuito semantico davvero disastroso, nonché irritante…

In alcune, però, si posso riscontrare idee davvero carine, paragonabili ai risultati “colti”…

Gli Zen Circus (arrangiamento Carlo Carcano), per esempio, in un testo meraviglioso di affastellamento di tematiche anarchiche (la stigmatizzazione della società che si transverbera in un grande grido di speranza per un nuovo tipo di contratto sociale: un testo purtroppo veicolato dalla non cristallina dizione del cantante e un po’ troppo affetto da horror vacui), sciorinano una musica molto ispirante!
La cellula iniziale rimane sullo sfondo, incessante, e fa da fondamenta a una serie di progressivi accrescimenti, di organico e di intensità…

Sono Ravel [e li apprezzo anche se sono un gruppo di Pisa… e sapete quanto questo sia tragico per me]

Loredana Berté, con musica del grande Gaetano Curreri (arrangiamento Massimo Zanotti), sembrerebbe partire da quelle che sono premesse comuni al Volo, ma senza i loro difetti: la musica ancipite tra maggiore e minore, oltre che basculante tra tristezza e trionfalismo, è condotta da Curreri e Zanotti in maniera davvero meravigliosa…
in primis perché è una musica del tutto ancorata al testo (qualità che non ha il Volo), ed esprime bene una condizione quasi tragica di uno streben verso una condizione che non si può avere e che si sa che non si potrà avere: una canzone quasi titanica, che Zanotti formalizza con sapienza…
Il ritornello, per esempio, è sottolineato da una grande perorazione degli archi, melodica e flessuosa, quasi in fortissimo, che abbraccia il tema principale implorante con una efficacia stupefacente…
È uno stilema post-romantico, quasi da melodramma novecentesco (Mascagni, Puccini), che però non indugia per nulla nel ninnolo italiota (non incappa, per capirsi, nell’errore di raddoppiare il tema del ritornello negli archi, come fa spesso Mascagni, ma, come dicevo, affianca il tema con materiale a sé stante), e quindi quasi sembra più vicino a un’opera otto-novecentesca tedesca (Strauss)…

È Korngold…

Daniele Silvestri (arrangiamento Enrico Gabrielli) ci aiuta molto bene a capire il minimalismo e l’espressionismo
La scrittura per archi è micidiale, deformata e storpiante…
L’andamento è simile al “ravelismo” degli Zen Circus, ma è costituito da cellule più piccole, che ripetono molto di più: si sente che in questa canzone la ripetizione non è supporto ma è parte integrante della struttura… una struttura incessante di reiterazione che esprime benissimo il mondo “richiuso” e “claustrofobico” del testo…

È un triste Philip Glass… forse Steve Reich… con un pizzico anche di Morricone, Šostakovič, Varèse, Revueltas e Bartók (evidenti nella deformazione degli archi)

Arisa (arrangiamento Fabio Gurian) fa un’operazione di combinatoria citazionistica e tremendamente virtuosistica…
Mina, vecchie sigle della TV, temi pubblicitari e colonne sonore (tipo quella di Pino Massara per Da grande di Amurri) vengono frullati insieme in una canzone dai salti vocali vertiginosi (che Arisa amministra solo quando è bella calda, sennò, come nella seconda serata, sbaglia di brutto), foriera di una allegrezza scanzonata ma quasi glaciale, che quasi ostenta un senso di “vuoto” capace però di non essere “desolante” ma “riposante” («non c’è niente, quindi è inutile preoccuparsi, e cercare di spegnere il cervello»)…

Ricorda molto bene certe operazioni novecentesche, alla Stravinskij, o alla Britten…

Ghemon (arrangiamento Valeriano Chiaravalle), ha un timbro e un eloquio canoro imbarazzanti: proprio canta male…
Ma la musica quasi swing, e il portamento dondolante della melodia sono supportati da Chiaravalle con un’orchestrazione intelligentissima, a metà tra l’ambient e la musica da locale malfamato di Weimar: una strumentazione minuscola e puntuale, sottrattiva più che proponente, ma implacabile, costruita con pochi ma speciali ingredienti (le note lunghe degli archi, quelle puntute della chitarra, gli interventi quasi avanguardistici dei vocalist come strumenti a fiato, anch’essi con note lunghe), sempre più intensi e immersivi…
È una canzone che quasi esprime l’essere in una bolla, quasi di ubriachezza, o di lisergica spossatezza…

Potrebbe ricordare Gershwin, o Charles Ives, anche se ha un’anticchia più contemporaneista (dalle parti, per esempio, di Jóhann Jóhannsson)

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