Matavitatau

La Favorita

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Durante il regno di Anne Stuart (1702-1714) è ambientato anche L’homme qui rit di Victor Hugo (1869), una metafora del potere odioso e corrompente davvero magistrale…

Lanthimos è alieno dal Romanticismo onnicomprensivo di Hugo, si sa: si muove più dalle parti del teatro dell’assurdo, alla Beckett soprattutto… ma non risulta poi così meno sentimentale, né così originale nel presentarci la monnezza del potere, la squalificanza dell’inservilirsi per poter primeggiare, la natura “impossibile” dei rapporti interpersonali che cercano di essere sia amorosi sia “gerarchici” (il dramma di amare chi ti è superiore in rango), lo statuto terribile dell’Ancien Régime e del potere dell’uomo sull’uomo, la caducità dei sentimenti, la caratteristica malsana insita nell’umanità… La sceneggiatura non l’ha scritta lui, e si vede che il testo, comunque ben lavorato, ha natura quasi ‘teatrale’, di buona ma assai risaputa (e prevedibile) foggia…

Però La favorita, rispetto al Cervo Sacro, è assai meglio…

I punti forti “decisi” sono:

  1. Gli attori belli in parte e belli appassionati: stranamente la Stone funziona, la Weisz è sempre brava, Olivia Colman è stupenda, ed è fantastico anche Nicholas Hoult, davvero al top della forma…
  2. Il discorso teorico che, nella risaputezza fenomenologica (farcita dei soliti «ti tradisco, ti avveleno, ti ricatto, ti inganno, ti scavalco», veri topoi soap-operistici a metà tra la Lady Oscar pre-Dezaki e Beautiful), cerca di unire un logos sull’Amore a un logos sulla società, quasi a voler fare un consuntivo serio sull’amore ai tempi dell’Antico Regime…

Punti a favore, ma più “normali” e non da miracolo, glieli dà la resa visiva:

  1. Di suo, Lanthimos ci mette una eccellente riflessione sulle dissolvenze incrociate, davvero mirabile (il finale è da incorniciare proprio grazie alle dissolvenze), al pari di quelle di Paterson e di Abel Ferrara… e un discorso buono, ma meno eclatante, sulla ripresa dal basso… — se le riprese dal basso sono significanti in maniere abbastanza risapute, le dissolvenze creano sensi tutti loro e tutti da esplorare: sono insieme “tempo che passa” (come lo sono sempre per statuto) e sovrimpressione analogica, a metà tra Ejzenštejn e il puro astrattismo alla Stan Brakhage…
  2. Di “altro”, Lanthimos, come di consueto, acchiappa da Kubrick (i carrelli in avanti e indietro con al centro i personaggi, i grandangoli deformanti, l’ambientazione settecentesca, l’attenzione sui primi piani e sulle facce degli attori trattate come maschere), PT Anderson (diversi whip pan), Wes Anderson (i movimenti laterali veloci sinistra-destra e destra-sinistra)… acchiappa ma non imita, bensì enfatizza: i grandangoli sono davvero iperbolici, gli whip pan vertiginosi, e i movimenti laterali perfino “aberranti” da quanto sono fulminei…

Idee da premiare, ma non così “autonome” da creare un senso davvero “necessario” alla trama: Lanthimos, grazie alle idee sue e a quelle desunte ed enfatizzate, illustra molto bene la “deformità” della società (grandangoli), il “nervosismo” (whip pan), e la paranoia (movimenti laterali, e i carrelli a seguire i personaggi), ma per molto altro si affida ai primi piani (desunti sì da Kubrick, ma mai frontali né diretti come quelli di Kubrick), forse non volendo costituite una coerenza di sguardo stringente: a parte i guardinghi carrelli a seguire o a precedere i personaggi, che dànno un senso di spiata, tutto il restante lavoro della macchina da presa appare solo funzionale a *mostrare* una messa in scena più che a parteciparvi…
Come se Lanthimos avesse scelto di relegare la partecipazione della macchina alle dissolvenze, che, come già detto, sono gli elementi strutturali più potenti di questo film…
E sono le dissolvenze l’elemento che rende La favorita “cinema”… mentre tutto il resto non fa che da corollario a un “teatro”, sì ben congegnato, ma pur sempre “teatro”: semplice ricostruzione teatrale è il lavoro, pur maestosissimo, di Sandy Powell ai costumi, di Fiona Crombie alle scenografie, e perfino di Robbie Ryan alla fotografia (notevoli le scene buie illuminate dalle candele, e la blurred radiance degli esterni)…
Per cui non c’è che concludere che, se non fosse per le dissolvenze, La favorita sarebbe sì carina per il testo, ma non più di tanto, perché il testo, pur ottimo, è risaputissimo…
Anche il montaggio (di Yorgos Mavropsaridis), oltre alle dissolvenze contribuisce molto poco: per il 90% del film lavora in modo paratatticamente diegetico (=”teatrale”), quasi manualistico… [non gli darei l’Oscar, per capirsi]

per cui, sì, meglio del Cervo Sacro, e un film non comune da salutare con grande interesse e da rivedere per carpire i sensi delle dissolvenze, ma non un film da idolatrare…

Ho trovato molto buono il doppiaggio di Ida Sansone…
Ho trovato molto adeguata la stessa Sansone su Colman, e doppiatrici che io di solito detesto (Giuppy Izzo e Domitilla D’Amico) le ho viste fare un servizio interpretativo veramente impeccabile sulle loro consuete attrici (rispettivamente Rachel Weisz ed Emma Stone)…
Ovvio che l’operazione traduttiva del doppiaggio, come sempre e in particolare in questo caso, serve da servizio per chi non può vederselo in inglese, poiché, come qualsiasi traduzione, il doppiaggio “scarta” diversi unica del testo: per esempio la natura british e il timbro vero delle attrici (anche se le doppiano da millenni facendo un lavoro più che buono, né Giuppy Izzo né Domitilla D’Amico ci appiccicano un accidente, a livello di timbro, con Rachel Weisz ed Emma Stone… — se fossi un fan del doppiaggio, e non lo sono, avrei preferito sentire Perla Liberatori su Stone e Laura Romano o Francesca Guadagno su Weisz)

Ne hanno scritto anche Sam Simon e Chest of Tales

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