La Douleur

Film come questo sono sempre interessanti, anche quando hanno problemi drammaturgici belli grossi…

Le due parti distinte della trama collimano male, ma sono ambedue portate avanti così bene da far passare in secondo piano qualsiasi ruggine…

Lo sguardo del regista (Emmanuel Finkiel) rappresenta alla perfezione la scissione del vedersi vivere, come la psicosi dell’immaginarsi e del rappresentarsi (sia mentalmente sia pubblicamente), mediante un paradiso di fuori fuoco, di giochi di specchi, di montaggio ellittico (in cui si perdono molti passaggi logici, cosa che contribuisce alla grande al senso di opprimente incertezza della vita e del raccontato/immaginato, e obbliga il pubblico a una attenzione particolare), che servono anche a farci intendere al massimo il senso di paranoia e di tensione alle spalle provato durante gli anni di guerra, la pratica della Resistenza, e la vita durante l’occupazione…

Seppur impacciato da un impianto diegetico doppio poco amalgamato e dalle due fasi narrative quasi del tutto incomunicanti, grazie al suo discorso (al suo modo di riprendere la storia, le vicende, le trame), La Douleur diventa un manifesto interessantissimo di come testimoniare, in cinema e in immagini, la tragedia della scissione personale dovuta a una tragedia Storica: un manifesto di quanto la Tragedia Storica implichi una tragedia personale analoga…

Il resto lo fa Marguerite Duras, con la sua voce fuori campo onnipresente, raccontandoci quanto sia difficile essere, rappresentarsi e immaginarsi al di là di ogni realtà, in uno spazio mentale, indotto dalle privazioni “guerresche”, in cui il rischio è rimanere prigionieri… tutte cose che sono topoi, anche abbastanza ritriti, della scrittrice, che si rappresenta spesso in maniere “prismatiche” (prima in un modo, poi in un altro, sancendo davvero diverse scissioni, anche traumatiche, dovute alle sue complesse esperienze, tra le quali forse riusciva a discernere poco tra quelle avvenute, quelle ricordate, e quelle “desiderate”)

Jean-Jacques Annaud aveva affidato a Jeanne Moreau una Duras “anziana” che ripercorreva la sua infanzia nella voce fuori campo di L’amant (1991)… Cesare Barbetti chiamò una suggestiva Deddi Savagnone al doppiaggio…

La sorprendente prova di Mélanie Thierry, una Duras più giovane ma dalla parlantina over analoga a quella dell’Amant, ha trovato una edizione italiana torinese molto accurata (di Francesca Vettori): un doppiaggio scarno e ben concentrato sulla resa del “mormorio” delle battute, in cui spicca moltissimo Francesca Manicone, intensa e precisa nell’adattarsi al corpo e alle espressioni originarie…
Per chi è fan di Manicone dai tempi “pucciosi” di Gossip Girl (in cui fece un lavoro quasi pessimo nel rendere le qualità roche di Blake Lively, ma risultando comunque più adatta al suo volto rispetto a Chiara Gioncardi, che doppiò l’attrice in film successivi), e di Le situazioni di Lui & Lei (in cui era davvero splendida con Domitilla D’Amico nei duetti delle sorelline), sentirla in un film di Serie A, e sentirla così brava, è davvero una gioia (un po’ come quando Elisabetta Spinelli, condannata alla cuccioloseria dalla Mediaset, riuscì a svettare bravissima e serissima su Reese Witherspoon in Walk the Line: una “rivalsa” mainstream di interpreti troppo spesso relegati a caricature)

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