Benvenuti a Marwen

È una sorta di Flight meglio scritto, ma è un po’ indietro rispetto ad Allied, per via di un alone di infantilismo simile a quello dello Schiaccianoci disneyano, quello che, se lo mette Disney è un decotto insopportabile, ma se lo usa Zemeckis è una meraviglia [così come il 3/4, come dice Riccardo Muti: se lo usa Schubert è sublime, se lo usa Verdi è «um pà pà»]

Un infantilismo che comunque non inficia troppissimo questo capolavorino di scrittura per ragazzi, ricco di tutte le metafore di crescita e di tutte le allegorie psicanalitiche che a me tanto piacciono, messo su da Zemeckis e quel genio di Caroline Thompson, alla quale auguriamo, dopo quasi 30 anni di attività eccelsa, di riuscire a trovare più denaro “vero” (il suo Biancaneve televisivo sarebbe stato bellissimo con un po’ più di budget, e il suo script di Wicked Lovely giace ancora senza finanziatore da 8 anni)…

Gli incastri tra Arte, Sogno e Vita sono goduriosissimi, e riscattano un andamento buonista, facilone e prevedibile del nocciolo narrativo: Zemeckis ci mette tutto il cuore nel rendere “cinema” le metafore, i simboli e i transfer quasi fiabeschi, con la sua più che mirabolante maestria. Chi esulta per i piani sequenza subliminali di Roma non so che farà di fronte ai long takes, densi di pathos metafilmico oltre che sfaccettati in polisemia dal supersonico montaggio, che Zemeckis imbastisce come se nulla fosse…
Le implicazioni di certi snodi visivi (l’uso della macchina fotografia come voyeurismo; il dramma della dipendenza vissuta quasi come scopofilia, perfino con tragici riflessi pornografici e di oscura foggia psicanalitica, quando non maschilista [Marwen è tecnicamente un harem]; la dicotomia tra vedere e agire; la catarsi tra l’essere e il “vedersi essere”) ricordano risultati egregi, come Leo the Last di John Boorman o il Peeping Tom di Michael Powell, cose che Zemeckis non imita ma comprende massimamente!

Il doppiaggio di Alessandro Rossi vanifica molto del lavoro delle attrici “straniere”, specie quello di Diane Kruger, e Massimo De Ambrosis non sembra far sentire alcuna differenza tra il Chandler di Friends e il personaggio di Carell…

Capolavoro senz’altro no, ma un paio d’ore non spese malissimo!
Un film anche antinazista nei sensi migliori (anche quello inconscio) che farà bene alle future generazioni, che potranno con questo fare un corollario nutriente alla visione dell’Isola dei cani

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