«Roma» di Cuarón

PREMESSA
Nel 2001, Corrado Guzzanti imitava Antonello Venditti cantando aneddoti e stupidate varie della vita suburbana di Roma attraverso lo stradario del Grande Raccordo Anulare… il ritornello faceva: «E allora vieni con me amo’ sul Grande Raccordo Anula’, che circonda la capita’, e nelle soste faremo l’amo’ re ee! E se nasce una bambina poi la chiameremo Rrrrrroma!»…
Impossibile non pensare a lui leggendo il titolo del film, e anche all’addenda al refrain che ogni tanto spuntava: «E se nasce un fratellino lo chiamiamo: CCCCCUPPPPOLONEEEEEEEEE EEEEE EEE E E E E E EEEE!!!»
<https://www.youtube.com/watch?v=CT3WqFnJwWE&gt;

STORIA
Roma è stato stra-osannato da tutti: Venezia, classifiche dei migliori film dell’anno, critici vari…
Io, purtroppo, per motivi già detti a proposito di The Party, L’isola dei cani, o di certi cinecomics (vedi Murder on the Orient Express) non posso che concludere che il tipo di trama proposto da Roma, pur carina e per certi
versi nutriente sia dal punto di vista “personaggioso” sia da quello “Storico”, SCOMPARE COMPLETAMENTE se rapportata a ben altri esempi analoghi del passato…
I soliti Tolstoj, Hugo, Dostoevskij, o le opere di Musorgskij e Janáček, o altri melodrammoni filmici (innumerevoli, vedi solo Ermanno Olmi o Soy Cuba) trattano le stesse medesime cose di Cuarón con molta più compattezza e in maniera assai più incisiva…

IL DISCORSO DELLA TRAMA
Non solo la trama, ma anche come viene raccontata (focalizzazione su un singolo personaggio intorno a cui ruotano avvenimenti che egli comprende poco), ha illustrissimi precedenti che, se conosciuti, fanno “degradare” la configurazione di Cuarón da “capolavoro” a “buon tentativo”…
Il libro The Inheritors di William Golding (edito da Faber & Faber nel 1955 e tradotto Uomini nudi da Giorgio Monicelli per l’editore milanese Aldo Martello nel 1958) gioca su questa focalizzazione bassissima in modo assurdamente più radicale…
c’è da ammettere che, su questo punto, in cinematografia molti hanno fatto peggio di Cuarón (per esempio Paolo Virzì), ma tanti hanno anche fatto meglio (il Martin Scorsese di After Hours, per esempio; o l’Alan Pakula di The Parallax View)

IL DISCORSO DELLO SHOWING
Dal punto di vista visivo, l’andazzo è il medesimo…
La macchina che si muove in maniera “indipendente” dall’azione, azione che la macchina sembra incontrare quasi per caso nel suo movimento autonomo, a sottolineare la caducità/accidentalità dell’esistenza, è roba da una parte vecchissima (vedi The Conversation di Francis Ford Coppola, del 1973) e dall’altra anche fin troppo “di moda” in molti film radical chic (The Square), detestabili ma comunque fatti meglio di Roma (perché forieri di più idee sulla non saturazione dello sguardo: idee che Cuarón manco sfiora; e la cosa dispiace perché proprio Cuarón aveva fatto un piccolo capolavoro sulle stesse tematiche visive riflesse nell’erranza della macchina in Children of Men)…
E l’architettura visuale, fatta di “mura portanti” di stills iper-calligrafiche e costruite di ambienti e dettagli (scrivanie zeppe di roba, angoli di strade, oggettistica “marginale” varia), siccome non fa poi granché parte del discorso “diegetico” dello showing (poiché nessuno dei personaggi sembra avere davvero a che fare con i “marginalia” mostrati nelle stills), fa rimpiangere ben presto altri esempi con più arrosto e meno fumo (i film di Yasujiro Ozu, certi passaggi di Stanley Kubrick come le scrivanie di Shining e Dr. Strangelove, o anche le foto live action che contrappuntano le ultime puntate dell’anime Lui & Lei di Hideaki Anno)…
Tutti quanti mi diranno di quanto miracolosi siano in realtà i piani sequenza, di cui Cuarón (col suo amico Iñárritu) è considerato oggi maestro assoluto… Come detto ampiamente in Revenant (secondo film recensito in Biancalana e i sette gnomi, parte II) e in La La Land, i piani sequenza devono avere un senso teorico sullo sguardo, altrimenti risultano puro ninnolo quando non fastidiosa compiaciutezza (vedi Birdman)… Se abbiamo negli occhi gli analoghi ma ben più pregni piani sequenza di Soy Cuba (già citato), per esempio, questi di Roma sì, si guardicchiano, ma fanno un po’ l’effetto del bulldozer che si bulla perché ce l’ha fatta a prendere una tazzina nella credenza senza rompere i piatti: sono cose che fanno chiedere «ma perché usare un bulldozer per prendere una tazzina dalla credenza?»

Per cui, che dire?
In Roma si possono trovare cosette belline:

  1. la riflessione sulla catarsi melodrammatica del lutto
  2. quella sulla libertà (il “cattivone” è un governativo di merda, addestrato dalla CIA durante le propaggini messicane della Guerra Fredda)
  3. quella sull’uguaglianza (sia la padrona sia la serva sono entrambi esseri umani toccati dai medesimi problemi/emozioni: dall’abbandono alla “sottomissione” sociale)
  4. certi passaggi antropologico-esotici (la condizione della vita quotidiana nella Città del Messico del 1970 è una cosa che può interessare qualcuno)
  5. una buona attenzione alla costruzione degli interni (ottimo lavoro quello dello scenografo Eugenio Caballero)

ma sono cose, tutte, che diventano blande, scemotte, “cosette” rispetto a quello che si può trovare in altri film, in altri romanzi, in altre “trame” tour court
tradotto: è un film che se hai letto Tolstoj e visto Ermanno Olmi trovi noiosissimo, ciucco, e all’acqua di rose…

Per cui, tutti questi “osanna” riscontrati alla sua visione riesco a spiegarmeli solo con il fatto che il cinema odierno è così una schifezza che bastano due o tre citazioni in piccolo di qualcosa fatto bene (Olmi, Kubrick, Ozu) per farti considerare un maestro…

boh…

andrà anche bene così… come no…
ma forse vedere direttamente le cose fatte bene (Olmi, Kubrick, Ozu), oggi anche molto disponibili e alla portata di tutti, potrebbe essere auspicabile…

come si diceva in Animali fantastici, Roma non fa male preso di per sé, ma se diventa propedeutico a visioni del passato molto più “strong”, beh, allora forse lo comprendo di più…

Nei titoli finali, Cuarón ringrazia i soliti Emmanuel Lubezki, Guillermo del Toro, Alejandro Gonzalez Iñárritu, e Paweł Pawlikowski, che gli ha rubato Lubezki per Cold War mentre la preparazione di Roma andava per le lunghe (l’hanno cominciato a scrivere nel 2006), e Cuarón ha scelto di non sostituirlo con nessuno e di prendersi gli oneri anche di cinematographer; la Ida di Pawlikowski, inoltre, è uno dei modelli di Roma che è molto più bello di Roma (se vi sembrano “pittoriche” le stills di Roma [che, tra l’altro, spesso sono anche traslucide] allora come definire quelle di Ida?)…

Una risposta a "«Roma» di Cuarón"

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  1. mentre lo guardavo pensavo che Cuaron avesse voluto fare quasi un omaggio al cinema del Novecento mischiando multipli riferimenti ma senza riuscire a raggiungere nessuno di essi: c’è un po’ di Ejzenstejn, c’è Bergman, Tarkovskij, Bela Tarr e, ca va sans dire, il neorealismo (ma anche Fellini e Malick se vogliamo dirla tutta)…
    ma nulla che arrivi a quei livelli, sia ben chiaro…
    eppure nel panorama cinematografico attuale non posso non dire – di contro – che questo è comunque probabilmente uno dei migliori film del 2018…
    poi c’è anche da dire che forse meriterebbe una seconda visione per un giudizio più completo, ma anche qui – di contro – non è uno di quei film che vedresti una seconda volta se non a distanza di un bel po’ di tempo…

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