Bohemian Rhapsody

Ho trovato molto interessante la genesi del film su Wikipedia…

Sembra che l’idea di partenza per biopic di Mercury sia partita da Peter Morgan, lo scrittore di Frost/Nixon di Howard e di The Queen di Frears e che la star coinvolta fosse addirittura Sacha Baron Cohen… Era il 2010…
Cohen cominciò a implementare la produzione con Graham King, il produttore di successo di molti film di Scorsese e Soderbergh, che coinvolge, si dice, David Fincher e Tom Hooper… Il tutto con alle spalle la Twentieth Century Fox…
Al che intervenirono Roger Taylor e Brian May, ossia i Queen propriamente detti, che pare abbiano messo un veto, sia a Cohen sia ai registi…

La produzione salta e Ben Whishaw comincia a essere rumoreggiato come nuova star nel 2013, con Dexter Fletcher, un vecchio caratterista di successo da poco passato alla regia soprattutto di telefilm con ottimi consensi, assunto come regista… Le cose però vanno ancora male per “differenze creative” con il produttore King dimostrate sia da Whishaw sia da Fletcher, e tutto salta di nuovo…

King sembra voler tornare al progetto con Cohen, invece poi si opta per una riscrittura totale della sceneggiatura, che viene affidata ad Anthony McCarten, autore di quella sbomballata soporifera di L’ora più buia, e per un regista completamente nuovo: Bryan Singer… 
Nel 2015, Rami Malek viene scritturato come Mercury e Justin Haythe, quello di Revolutionary Road, viene contattato per aggiustamenti di script dell’ultimo minuto…
Roger Taylor e Brian May stavolta sembrano contentissimi e si offrono perfino di dare una mano nella supervisione musicale… 
Il povero Malek comincia a fare prove insieme a loro e lavora tantissimo con coach coreografici e ballerini per imitare i movimenti di Mercury, mentre prende lezioni per parlare con la dentiera. Finisce che la voce cantante del film sarà un complicato misto tra la sua, quella registrata di Mercury e quella di un suo imitatore “professionale”, Marc Martel, membro della tribute band Queen Extravaganza

Le cose però, ancora hanno intoppi…
Quando la lavorazione è a metà, Bryan Singer non si presenta a lavoro sul set…
Sparisce, proprio durante le festività di Ringraziamento, senza aver pianificato ferie né pause del lavoro…
Nessuno sa dove sia…
Alla Fox, major dietro al progetto, devono aver avuto un dejà vu poiché Singer gliel’aveva già fatto di scappare senza preavviso e senza lasciare traccia… Nel 2003, mentre Singer preparava per Fox X-Men: The Last Stand, la Warner Bros. gli offre di dirigere Superman Returns e lui non dà neanche l’aspettativa alla Fox e accetta, lasciando il set di Last Stand completamente sguarnito (si portò via anche il direttore della fotografia e lo scenografo!)… quando la Fox gli chiede spiegazioni, Singer, beato, sembra avergli risposto una cosa tipo: «vabbé, tanto mi aspettate» (e cioè continuare a pagare maestranze e attori mentre lui fa altre cose per, come minimo, tre anni)… la Fox, ovviamente, gli rise in faccia e procedette a sostituirlo (prima con Matthew Vaughn poi con Brett Ratner): e Singer c’è pure rimasto male (scrive frecciate contro Last Stand, uscito con Superman Returns nel 2006, in quella bella schifezza che è X-Men: Apocalypse)!
Con questo precedente alle spalle la Fox non vuole sentire tante ragioni e procede alle operazioni di sostituzione di Singer con un altro regista… Il direttore della fotografia fidato di Singer, Newton Thomas Sigel (lo seguì nella fuga verso Superman Returns) cerca di risolvere la cosa convincendo la Fox ad affidargli il set durante l’assenza del regista… Sigel (regista di un paio di episodi di House, M.D.) gira qualche sequenza di riempitivo in un periodo relativamente lungo: la “scomparsa” di Singer si protrae parecchietto, più di due settimane nel novembre 2017, dopo le quali si scopre che il regista era “là dove sta il citofono”: era a casa sua, in quella che i cattivi hanno pensato essere una sorta di “vacanza”, un po’ come quando il calciatore Edmundo andò al Carnevale di Rio de Janeiro senza avvisare nessuno della Fiorentina il 7 febbraio 1999… I benevoli, invece, hanno affermato esserci stati seri problemi di salute riguardanti un familiare di Singer, cosa che ha richiesto la sua urgente, improcrastinabile e imprevedibile presenza a casa senza poter avvertire…

Non se ne sa nulla, ma dopo il ritorno di Singer la produzione non va affatto meglio…
Si comincia a vociferare che anche prima della sua fuga Singer fosse molto insolente con gli attori e la troupe: si dice che quasi bullizzasse Rami Malek, che arrivasse sempre in ritardo sul set, e che fosse sempre svogliato…

Il suo licenziamento, quindi, arriva lo stesso, e la Fox chiama a sostituirlo Dexter Fletcher, già capo del progetto quattro anni prima…
Le “differenze creative” col produttore King, causa del suo allontanamento originario nel 2013, devono essersi appianate perché Fletcher comincia a lavorare di buona lena per “salvare il salvabile”…
Ha dichiarato che i primi due atti erano praticamente finiti e che mancava solo il terzo…
L’energia di Fletcher piace a Brian May, che gli esprime fiducia su Instagram…
Le maestranze accreditate sono tutte quelle scelte da Singer, anche il montatore John Ottman, e forse Fletcher ha lavorato con loro: ma lo vedo strano Ottman che accetta di montare senza Singer… e vedo strano anche Sigel che gira senza Singer… — boh… magari tra qualche anno si scoprirà chi ha davvero montato e girato Bohemian Rhapsody, nomi magari nascosti oggi tra gli assistenti degli assistenti di Ottman e Sigel… o forse davvero Ottman e Sigel hanno aiutato Fletcher, perché no!

Fatto sta che è stato Fletcher a portare in salvo la baracca, ma, poveraccio, non è riuscito a farsi accreditare come regista: figura come produttore esecutivo…

Si sa che la grammatica e la sintassi di questi film rocchettari moderni deriva da The Doors di Oliver Stone del 1991 (film a cui Sigel lavorò: era assistente di Robert Richardson), da Velvet Goldmine di Todd Haynes (1998, fotografia Maryse Alberti) e da Walk the Line di James Mangold (2005, fotografia Phedon Papamichael)…
e già da questa lista si evince una progressiva “edulcorazione”, o forse anche “moralizzazione” della materia «sex, drugs & rock ‘n’ roll»: se Stone e Haynes trattano gli eccessi “drogosi” come parte integrante della leggenda dei rocker in questione, senza alcun giudizio personale né moralistico (anzi, Haynes ci costruisce sopra le idee visive più interessanti), Mangold, complice anche la vicenda personale “cristianissima” di Johnny Cash, struttura il suo film come parabola di redenzione polarizzata in “bene” (June Carter) e “male” (la droga, che Mangold fa vedere proprio come «cosa cattiva»)…

Singer e Fletcher cercano il mix tra la “droga” visiva di Stone e soprattutto di Haynes, e il moralismo di Mangold…

A livello “morale”, in Bohemian Rhapsody la droga è “cattiva” e non c’è nessun connubio tra creazione rocchettara, personalità eccessiva dell’artista e sua dipendenza/sfruttamento da/di sostanze stupefacenti…
Il messaggio è che Mercury sarebbe stato un genio soprattutto senza gli eccessi drogosi e sessuali e, anzi, quegli eccessi lo hanno portato a un passo dalla rovina per poi condannarlo a morte…
Già solo questo aspetto rende Bohemian Rhapsody un film “per tutti”, un film “perfettino”, “istituzionale”, che reca un messaggio “buono” per tutti: «non drogatevi perché la logica sesso droga e rock ‘n’ roll è finta»…
A tanti “lisergici” o a tanti vissuti nel mito della rock star amorale immersa nella “cultura dell’acido”, questo messaggio di edulcorazione adatto ai bambini darà un fastidio immenso… Trasforma la rock star da icona della “distruzione della società”, da personalizzazione del sottrarsi ai vincoli civili imposti dalle convenzioni del capitalistico contratto sociale (attraverso la droga come attraverso l’auto-annullamento come attraverso il disprezzo per tutto ciò che è “come gli altri”, dalle relazioni interpersonali al rapporto con la legalità), a monumento edificante di moralizzazione educatrice delle masse: una rock star che da “diavolo” diventa “acqua santa”; da “spavento e monito” controculturale a exemplum della masterfiction borghese-istituzionale di casa-chiesa-amici-parenti-amore…
La rock star non è manifestazione di eccesso etico di denuncia eversiva del mondo attraverso musica e paradisi artificiali, ma è un uomo come tutti affetto da dipendenza di sostanze che, una volta “guarito”, diventa un cittadino integerrimo amato e stimato…
La rock star di Bohemian Rhapsody passa da essere Charles Baudelaire a essere Wilhelm Meister…

E questo scarto ideologico può essere effettivamente un problema…

Singer o Fletcher, però, in qualche modo tentano di risolvere questo impasse giocandoci sopra…
Se l’idea è quella di fare il rocker buono che si redime, allora è bene farlo con tutti i sentimenti, costruendogli attorno una trama (forse è qui che è intervenuto Haythe) che è quasi una fiaba: una fiaba con tutti gli attributi al punto giusto, con la principessa, il principe e il cattivo… o ancora meglio: costruirgli sopra David Copperfield, una cosa già “borghesizzata” che ben si adatta alla moraletta, fabbricando personaggi della foggia del cattivissimo Uriah Heep (un nome, tra l’altro, che ha già attirato delle rock band) e dell’angelicata Agnes Wickfield…
E Freddie Mercury diventa un personaggio di Dickens: tanto buono e innamorato, pieno di amici e felicità, che però si fa “distrarre” da cattivoni e sciocchezze varie che lo fanno allontanare dagli affetti, finché, sotto la pioggia (come Andrea e Giuliano), pioggia ovviamente purificante dai tempi di Walter Scott e Manzoni, si redime, capisce di aver sbagliato, chiede scusa agli amici e ci ritorna a cantare insieme, finendo quasi felice e contento se non fosse per l’AIDS nel frattempo contratto, che lo fa morire proprio come un eroe/eroina di romanzo o di opera classico, di quelli che appena arrivano all’amore muoiono (con ampia letteratura da Violetta a Schreker a Hölderlin a Novalis a Lady Oscar)…
Chi è Romantico (scritto con la maiuscola per specificare che questo aggettivo non si riferisce alla sfera sentimentale ma alla tendenza artistica sette-ottocentesca) o operistico come me non può che apprezzare una scelta simile, anche perché 1) è portata avanti con somma perizia (le logiche attanziali fiabesco dickensiane sono sciorinate con una sapienza invidiabile), 2) si concretizza in una sincera commozione nella risoluzione del Bildungsroman “inverso” tipica proprio dell’opera (quella che al beffardo «sei cresciuto? No, sei morto, ahahah!» sostituisce «crescere è in fondo morire, per tutti, quindi piangiamo insieme»)…
Chi non è Romantico né operistico è autorizzato a farsi sonore risate e a rimostrare tutti i disappunti che vuole…

A livello visivo, Singer o Fletcher e Sigel impiantano le idee di Stone (a cui, ripeto, Sigel contribuì) e soprattutto di Haynes, nel contesto industriale hollywoodiano…
I magnifici fauvismi di Haynes in Velvet Goldmine, che vivevano anche di particolari “barbarismi” (montaggio sporco, immagini allucinate aggressive e aggettanti), vengono tutte ripulite e “perfettinizzate” in Bohemian Rhapsody: tutti quei brutalismi si distillano (o vengono relegati a episodietti di raccordo con sintagmi a graffa che condensano passaggi cronologici lunghi o enumerano le tappe dei tours) tanto da rimanere solo come impressione o filigrana…
La cosa potrebbe essere considerata bruttissima, quasi come una industrializzazione dell’arte… ma, in qualche modo, anche George Gershwin “ripulì” il jazz nella Rhapsody in Blue: il risultato, di per sé, di certo non è disprezzabile, e potrebbe essere visto anche da un altro punto di vista: potrebbe essere visto come una “linfa” artistica portata finalmente nell’indistinto dell’industria…
Anche perché in un paragone con un film simile, A Star is Born, si può concludere che se là Matthew Libatique ha costruito immagini più suggestive, qua in Bohemian Rhapsody, Sigel Singer o Fletcher dimostrano un occhio e una dinamica cinematografica esponenzialmente maggiore: il connubio tra movimento di macchina e montaggio è favoloso, e l’aver condito quel connubio con quelle idee “artistoidi rispulizzite” rubate da Haynes rende Bohemian Rhapsody un film molto piacevole da vedere, gradevolmente coinvolgente e foriero di interessanti punti di vista sulla performance “live” musicale che Bradley Cooper in A Star is Born manco s’è sognato…
E a livello visivo si segue alla perfezione la fiaba e il David Copperfield della trama, con tutti gli stilemi diegetici adatti, presi perfino da modelli di genere “fantastico”: per fortuna gli autori di Bohemian Rhapsody non si sono fatti spaventare dal “realismo” e, avendo una trama dickensiano-fiabesca, hanno deciso di girarla davvero come fiaba dickensiana: la pioggia sgocciolante come i momenti clou decisivo-sentimentali sono stati rappresentati coraggiosamente in modo espressionista, con la logica di “inventare la realtà” invece che replicarla: il montaggio e la macchina mobile fabbricano un mondo impossibile di colori e di “curvatura” dello spazio del tutto irrealistico, che però si adatta bene al David Copperfield della diegesi, anch’esso del tutto irrealistico oltre che “borghesuccio” come si diceva… e inquadrare il David Copperfield borghesuccio di trama con idee visive sì industriali ma fresche e dinamiche forse non elimina il problema della borghesizzazione della rock star ma forse lo “annulla” in diegesi…

Mi spiego ulteriormente:
Tony Scott, in Top Gun (1986) prende la Guerra Fredda e ne fa una fiaba: con i russi spersonalizzati in cattivoni senza faccia simboleggianti i fantasmi personali con i quali lottano gli eroi americani: e la sconfitta dei cattivi russi è anche crescita e sconfitta dei lutti degli eroi… 
In Top Gun non c’è la Guerra Fredda, c’è solo la fiaba… e pertanto accusare Top Gun di americanismo reaganiano potrebbe essere diegeticamente sbagliato… benché le letture di propaganda imperialista del film si perpetuino ogni volta (dati i proseliti guerreschi che il film purtroppo ha fatto)…
La strutturazione filmica e diegetica di Bohemian Rhapsody fa sì che la borghesizzazione del rocker quasi si annulli completamente nella fiaba: non c’è Freddie Mercury, c’è solo David Copperfield, che è sì borghese ma è anche edificante, e non ha più nulla a che vedere con i Queen che, alla lunga, possono considerarsi solo pretesto per Copperfield così come la Guerra Fredda era pretesto di fiaba in Top Gun
E se visto come David Copperfield invece che come film sui Queen, Bohemian Rhapsody è un signor David Copperfield…

e mi direte: «ma allora perché non hanno fatto direttamente David Copperfield???»
e avreste ragione…
ma se riuscite ad “astrarvi”, come ci si astrae in Top Gun, allora vi potrete anche divertire con un film di fondo innocente, fiabesco ed edificante, commovente, adatto ai bimbi e alle famiglie…

se non vi astraete allora no: vi metterete soltanto a ridere… e non avrete per nulla torto…
e se conservate lo scetticismo e il cinismo, ugualmente no: detesterete la borghesizzazione del rocker…

e io vi capisco: tutti mi dicono di astrarmi nei cinefumetti e di non vederci le implicazioni propagandistiche ma solo le componenti fiabesche… e io spesso non ce la faccio…
ce l’ho fatta qui e quindi vi chiedo di fare quello che a me non riesce…
forse sono un ipocrita filmico, o forse sono solo uno che ha i suoi gusti, e ha scoperto che Bohemian Rhapsody, così melodrammatico, fiabesco e operistico, li incontra tutti!
E siccome ne sono consapevole non vi dirò che è un bel film: vi dico è che è una fiaba: se le fiabe non vi piacciono, statene alla larga!

Ho trovato straordinariamente bellissima Lucy Boynton: proprio da innamorarsi…
Tutti gli attori mi sono sembrati fantastici (quello che fa John Deacon è il ragazzino di Jurassic Park del ’93), e a Tom Hollander, impagabile con le sue faccette e foriero di stra-commozione nel momento dell’innalzamento del fader sulla voce di Mercury al Live Aid (cosa mai successa: Mercury cominciò a perdere la voce quasi due anni dopo), sarei addirittura per dargli la nomination come non protagonista!

Nota negativa:
avrebbero potuto illustrare i rapporti di Mercury e dei Queen con gente del cinema (Russell Mulcahy, Dino De Laurentiis, Michael Kamen) e di altre industrie musicali (Montserrat Caballé, David Bowie)… ma oh: già durava 2 ore e mezzo, aggiungerci altre cose sarebbe stato pesante…

5 risposte a "Bohemian Rhapsody"

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  1. sì siamo d’accordo, solo che tu le cose le dici decisamente meglio di me ;-)
    il paragone con Edmundo mi ha fatto quasi ribaltare dalla sedia…
    e il fatto che il tizio che interpreta Dicki fosse il bimbo di J.P. è stato un discreto shock!!

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