I “Duets” di Cristina D’Avena

Quando l’anno scorso è uscito il primo volume lo ascoltai per divertimento… e mi piacque solo la Jem con Emma Marrone…

nel secondo volume, uscito da poco, mi è piaciuto solo Il tulipano nero con Fabrizio Moro…

due canzoni su più di 30…

Se per il primo, vabbé, la scelta delle canzoni era di natura più che altro giocosa, e, sentito l’album come operazione una tantum, si passava sopra a certi problemi, nel secondo diventa evidente quanto questi Duets siano stati una delusione e un’occasione mancata…

Le sigle di Cristina D’Avena (di Giordano Bruno Martelli, Ninni Carucci, Gianfranco Fasano ecc.) trovavano spesso soluzioni strumentali eccezionali (di Martelli e Fasano soprattutto, per non parlare dei compositori più “rari”, capaci di scelte spesso fantastiche, vedi le armonie del Detto Mariano del Grande sogno di Maya o la compattezza invidiabile del Valeriano Chiaravalle di Terry & Maggie, specificando comunque che anche il Carucci “incipitario e mediano”, dal 1985 al 1995, fu alle volte davvero geniale), e idee di controcanto riempitive straordinarie… cose che non ci sono più negli arrangiamenti dei Duets, tutti appiattiti al massimo: le soluzioni timbriche sono state tutte annacquate e i favolosi controcanti sono quasi tutti spariti…
La cosa dispiace molto perché l’occasione di due album grossi, con star del pop, era ghiotta per recuperare non solo la nostalgia ma per sottolineare anche il buono che in quelle sigle c’era… Gli arrangiamenti avrebbero potuto enfatizzare invece che annullare certe scelte di orchestrazione e di riempimento, magari rivisitandole in modi intelligenti… si sarebbero potute avere le canzoni di Cristina D’Avena “rifatte” come le canzoni in Moulin Rouge di Luhrmann, o, ancora meglio, ristilizzate così come Elliot Goldenthal ristrumentò le canzoni dei Beatles in Across the Universe (film che può non piacere ma con musica qualitativamente indiscutibile)…

Si è scelto però di marmorizzare il tutto, e di presentare un mormorio strumentalmente tutto uguale, con interazioni tra le voci ovvie e sciatte, prevedibili ed elementari, che si capiva anche essere state ottenute con freddissime colonne separate: le voci quasi non si intrecciano mai, non armonizzano mai, e, spesso, manco raddoppiano (prima canta una poi l’altra: un modo assolutamente incolore di organizzare il discorso musicale)

Un peccato…

E non un bel sentire…

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