«Я не больна: / Я… знаешь, няня… влюблена» (ricordi di San Pietroburgo)

Nota: 
uso la traslitterazione scientifica sforzandomi di indicare gli accenti tutte le volte (quando riesco a trovarli)… l’accento è l’assurdo del russo: determinante per pronunciare ma non obbligatorio da indicare è la cosa che forse impegna di più nello studio della lingua (l’approccio al cirillico è agevolato a chi ha studiato greco antico, lingua che permette anche l’avvicinamento ai casi: casi a cui è facile approcciarsi anche grazie al latino o al tedesco; sicché chi ha esperienza di lingue flessive e ha una base di greco antico non ha grandi problemi a ottenere una “base” russa adatta ad affrontare il viaggio)…
le vocali atone cambiano pronuncia rispetto a quelle accentate, in maniera proprio radicale, oltre a perdere gran parte della loro “forza”: una vocale atona è buttata via nel parlato russo, quasi non viene pronunciata, cosa che rende il russo quasi un mormorio di tutte consonanti proferite a denti stretti…
per esempio: la e accentata si legge jé, la e atona si legge i… la o atona si legge a…
occhio che la v in fine di parola suona più come una f, ma non così evidentemente come siamo abituati a pensare…
terribili i false friends del cirillico: la y è una u e la c è una s, cosa complicata dal fatto che nella traslitterazione scientifica usiamo il grafema c per indicare la consonante affricata alveolare sorda (che gli americani traslitterano direttamente ts)… inoltre ci sono i grafemi a cui non corrisponde alcun fonema (i mjágkij e tvërdyj znáki: rispettivamente ь e ъ), i quali però, abbaiano ma non mordono… più impegnativi i “dittonghi” -ай e le terminazioni genitive in -ого, che si risolvono rispettivamente in una pronuncia in -i e in -ovo… terribile che la ë si legga jó (la dieresi costituisce accento), ma che nessuno sia obbligato a scrivere la dieresi: sicché è possibile trovare lettere «e» normali che pronunciamo jé se accentate o i se atone e ottenere comunque incomprensione perché erano in realtà delle ë: per esempio il nome Kovalev, autore di un grande dizionario russo-italiano: si può stare anni a pronunciarlo Kóvalif o Kavaliéf o Kaválif non trovando mai interlocutori che lo conoscano… poi scopri che si pronunciava Kavaljóf in quanto sarebbe stato da scrivere Kovalëv (per spiegare la cosa c’è da pensare a pèsca e pésca: neanche in italiano c’è l’obbligo di mettere l’accento, e tutti gli italiani sapranno riconoscere pèsca o pésca nel discorso, cosa che è impossibile per chi non conosce l’italiano)

per aiutare il più possibile viaggi futuri ho cercato di scrivere i nomi dei luoghi (tranne le città grosse) in cirillico, in traslitterazione scientifica e in traslitterazione americana (quella usata dalle mappe online), con una grezza idea di pronuncia tra quadre… cose che ripeto a tutte le occorrenze dei luoghi, appesantendo molto il testo ma aiutando, a mio avviso, l’abitudine alla lettura cirillica…
per i nomi metto il cirillico solo la prima volta che compaiono…

Indispensabile per capire la Russia è questo articolo di Lucy the Wombat

LA PRINCESS ANASTASIA

Da Helsinki si arriva a Санкт-Петербург, Sankt-Peterbúrg [sankt pitirbúrg], San Pietroburgo in poco di più di tre ore in treno…
ma noi, attirati dal Baltico, abbiamo scelto di arrivarci in traghetto…
o meglio: su una nave di 8 piani chiamata Princess Anastasia, proprietà della Saint Peter Line e, niente meno, che della Moby! la compagnia dell’Elba!

La nave era pienissima, poiché la Federazione Russa accorda a chi viaggia (va e torna) per mare un permesso temporaneo di soggiorno, di durata 72 ore, che consente di accedere in Russia senza l’anelata Виза, Víza, Visa, il famigerato visto russo così difficile da ottenere: basta solo il conto di una prenotazione di hotel… naturalmente, allo scadere delle 72 ore si deve essere lì ad andarsene per mare e quindi si presume che in quelle 72 ore uno visiti solo e soltanto San Pietroburgo, e infatti è l’unica cosa possibile, e la Saint Peter Line ci marcia quanto vuole organizzando bus citysightseeing costosissimi, trasporti dal porto all’Эрмитаж, Érmitaž, (attraverso la Васильевский Остров, Vasíl’evskij Óstrov [vasílivski óstrav], l’isola Vasilevsky e ritorno) a prezzi esorbitanti, e altre sciocchezze…

Il molo Länsiterminaali a Helsinki è servito da due tram che passano dalla stazione centrale (il 7 e il 6T) e l’ingresso al desk della Saint Peter Line è molto ben segnalato, così come l’ingresso del gate portuale dove proprio si entra in nave…
C’era da stare attenti alla «carta d’imbarco», che serviva sia come ingresso sia come chiave della cabina, ed era sottilissima e piccola, c’era il rischio concretissimo di perderla…

Già all’ingresso al gate si abbandona la placida accoglienza gioiosa finlandese e si testa la diffidenza musona della Russia: il passaporto te lo guardano da dritto e da rovescio prima di farti entrare, ma è niente in confronto a quello che verrà…

La collaborazione italiana di Moby alla Saint Peter Line nella proprietà della Princess Anastasia fa sì che a bordo si respiri un’aria surreale quasi pacchiana, fatta di tutti i luoghi comuni più triti sui russi: allo shop duty free della nave ci sono una marea di prodotti italiani (soprattutto dolciari e cosmetici) e, udite udite, in filodiffusione nelle zone “comuni” (corridoi e scale) c’è musica pop italianaccia: Al Bano, Tiziano Ferro, Giorgia, Toto Cutugno…

Per quel che riguarda la cabina non avevamo “il meglio”: eravamo a poppa appena sopra i motori, che rombavano fortissimo e facevano tremare tutto: in noi che abbiamo vissuto il terremoto marchigiano del 26 e 30 ottobre 2016 la cosa non è stata piacevolissima, ma l’abbiamo presa a ridere, vista anche la gestione del riscaldamento a bordo e in particolare in cabina, dove non era possibile scendere al di sotto dei 35° centigradi!
Era veramente assurdo: eravamo sul Baltico ma in cabina non potevamo altro che stare in mutande e canottiera!
Dato il rumore e il tremolio, io ho chiuso gli occhi solo grazie ai tappi e immaginandomi il tremolio come un dondolio, cosa che non ha funzionato affatto… ma vabbé… un po’ di sonno l’ho fatto!

A bordo c’era da ricordarsi di essere già sull’orario di Mosca, quindi un’ora avanti rispetto a Helsinki: eravamo entrati alle 19 ma erano già le 20…

La nave era una spacchianeria di specchi e lumi, di casinó, sale giochi, ludoteche, c’era un minuscolo cinema con programmazione quasi solo “bambinosa”, e tantissimi ristoranti per tutti i gusti… [noi, ovviamente, data la inesistenza di proposte senza lattosio, siamo dovuti andare al buffet costosissimo del settimo piano!]
orientarsi nei cunicoli e nei corridoi, al suono di Al Bano, non era facile, e spesso incappavi nella gioventù bruciata russa che, in tavolinetti tra le cabine più spaziose e lussuose, giocava ad atteggiarsi alla Eric Packer…
andare sul ponte a vedere il Baltico non era permesso (in effetti era buio), quindi non c’è rimasto che stare in canottiera a 35 gradi a cercare di dormire…
La cabina era minuscola, senza wifi, con un’unica presa elettrica, e aveva lo stile di un Intercity Torino-Reggio Calabria: “comandi” in metallo color ottone con manopole e bottoncioni non funzionanti per la sveglia, la radio e il riscaldamento: tutte cose che giravi e premevi a vuoto, esattamente come sull’Intercity…

Siamo attraccati puntuali alle 9 (che per noi con il cervello a Helsinki erano le 8) e uscire non è stato facile: nessuno ci ha avvertito dell’attracco e nessuno ci diceva come uscire da porte ancora chiuse… dopo un po’ abbiamo scoperto che i ricconi delle cabine ai piani alti avevano il “diritto” di uscire prima di tutti gli altri, altri che si sono dovuti incolonnare in fila indiana per passare dalla stretta porta dell’uscita: una fila che è durata un’oretta…

МОРСКОЙ ВОКЗАЛ E BUS

Arrivi al porto a Морской вокзал, Morskój vokzál [marskój vakzál], Morskoy Vokzal e lì davvero tocchi con mano quello che avevi solo assaggiato a Helsinki: la fila alla dogana russa!
Quasi due ore di fila per pochi accessi aperti, preoccupati di timbrare l’ingresso delle 72 ore permesse senza Виза, Víza, Visa…
c’è una divisione di file tra chi ha il passaporto russo e chi no, ma non ce n’è una per suddividere chi ha la Виза, Víza, Visa (che potrebbe quindi passare più velocemente) e chi no…
la cosa curiosa è che, in città, in Russia, come vedremo, c’è il difetto opposto (sono troppe le file gerarchizzate per chi ha quello o quell’altro)…

Da Морской вокзал, Morskój vokzál [marskój vakzál), Morskoy Vokzal è dura arrivare in “centro” (e cioè all’Эрмитаж, Érmitaž: noi avevamo l’albergo lì vicino, in Малая Морская Улиса, Málaja Morskája [marskája] Úlica [úlitsa], Malaya Morskaya Ulitsa, molto vicino all’ultima residenza di Čajkóvskij, Чайковский)…
Quel terminal portuale non è servito dalla metropolitana, per cui non resta che l’approccio difficilior per chiunque non sappia leggere il cirillico e per chiunque non abbia dimestichezza con i trasporti di una big city: PRENDERE IL BUS…

I siti turistici su San Pietroburgo sono numerosi, in tutte le lingue, e aggiornatissimi… una rapida sbirciata su Moovit, Google e su Google Maps (che, per fortuna, nei grandi agglomerati cittadini funziona: non dimentichiamoci che Google Maps regge su mappe satellitari utilizzate con il benestare della NATO, un’organizzazione che non “penetra” in Russia: la cosa, come vedremo, si fa sentire quando ti allontani dai centri frequentati) fa capire quale bus prendere e il sito del trasporto pubblico pietroburghese è anche in inglese e fa calcolare il percorso in modo chiaro…
Per cui, dopo le 2 ore di controlli e di musi lunghi dei doganieri, siamo usciti nella San Pietroburgo novembrina e forti della nostra conoscenza basilare cirillica e armati di Google Maps, siamo arrivati alla fermata del 7 che ci avrebbe portato all’albergo…

Il bus evidenza un problemetto:
le carte di credito sono capillarmente accettate e incentivate in Russia: paghi con la carta di credito tutto quanto… l’unica cosa che non puoi pagare con la carta di credito sono i biglietti del bus, che, a San Pietroburgo, costano 45 rubli… non possono essere comperati in altri posti se non dai controllori-bigliettai direttamente sul bus… entri e subito il bigliettaio a bordo arriva e ti chiede i 45 rubli…
ed ecco il dramma: se uno ha preso in banca, o in un istituto di cambio, i rubli potrebbe avere un taglio di banconota TROPPO ALTO per essere cambiato dal bigliettaio: il risultato è che il bigliettaio non ti fa il biglietto: non ti obbliga a scendere, ma ti guarda in cagnesco finché non decidi di tua iniziativa di scendere…
perciò, nonostante le due ore di dogana al porto, una volta al terminal è bene controllare se si hanno banconote da non più di 100 rubli a disposizione da dare al controllore/bigliettaio, altrimenti è bene non uscire dal terminal e comprare qualcosa nei negozietti del porto onde cambiare banconote in tagli più piccoli…
l’alternativa è comperare, e questo sì in molti negozi e supermarket, un abbonamento mensile, che si presenta in una tessera elettronica a scalare, da passare ogni volta sulle obliteratrici elettroniche del bus, esattamente come la CartaAgile a Firenze o i biglietti dei trasporti di Venezia…

Alcune fermate dei bus di San Pietroburgo non sono visibilissime: molte sono evidenti e hanno la pensilina, ma altre, come la fermata del 7 vicina a Морской вокзал, Morskój vokzál [marskój vakzál], Morskoy Vokzal, e cioè il Большой проспект В.О., Bol’šój prospékt [balsciói praspiékt] dell’Isola Vasíl’evskij, non lo sono: c’è da cercare un cartello rettangolare giallo con i numeri delle linee che vi si fermano (oltre al 7 ti portano all’Эрмитаж, Érmitaž anche il 10 e l’11)… sul rettangolo è offerto un QR che si può inquadrare e che ti porta all’URL del tempo reale dei bus dicendoti quali bus passeranno e quando: non mi ricordo se è in russo o anche in inglese, perché, in ogni caso, si parla di numeri che si leggono senza problemi…
Google Maps e Moovit a San Pietroburgo sono ancora un’ottima soluzione, dicevo,  per cercare i percorsi dei bus urbani, ma ho scoperto dopo che li batte di gran lunga l’omologo russo, Yandex, di cui c’è anche una preziosa app…

Il percorso lungo la Васильевский Остров, Vasíl’evskij Óstrov [vasílivski óstrav], l’isola Vasilevsky permette di vedere un posto non brutto, largo e aperto, con un sacco di piazzette… ci vuole una 25ina di minuti e poi arrivi alla Нева, Nevá [nivá], il fiume enorme di San Pietroburgo e passi il famigerato Дворцовый Мост, Dvorcóvyj Most [dvartsóvii most], Dvortsovy Most, il ponte del palazzo, e sei in centro…

INGRESSO E IMPRESSIONI

San Pietroburgo è ancora “europea”, come tutti sanno (quasi tutti i palazzi sono costruiti da architetti italiani o da russi loro allievi): i punti di riferimento sono tanti e ben visibili (il Невский Проспект, Névskij Prospékt [Niévski praspiékt], l’Адмиралтейство, l’Admiraltejstvo [admiraltiéjstva, quasi admiraltístva o admiraltáistva], l’Ammiragliato, i canali, l’Эрмитаж, Érmitaž), e girare a piedi il centro non è un’idea astrusa: dalla Исаакиевский Собор, la Isaákievskij Sobór [isaákivski sabór], la Cattedrale di Sant’Isacco alla Спас на Крови, Spas na Krovi [spas na kraví], la Chiesa del Sangue Versato è una bella camminata di una mezz’oretta: meno agevoli sono le distanze per posti situati fuori dal circolo delimitato dalle due cattedrali, e lì c’è da ricorrere al bus più che alla metro, splendida, ma con solo 6 linee e quindi con una maglia di posti raggiunti assai “larga”, poco capillare…

L’inglese, anche se a livello iper-elementare (come quello di noi italiani, del resto), si parla in molti ristoranti (il 98% dei quali ha proprio il menu in inglese), negli alberghi, in molti negozi (anche in diverse bancarelle di turistame) e all’Эрмитаж, Érmitaž; sui bus e in metropolitana è invece lettera morta, ma ci sono molte scritte in inglese e c’è il wifi, che non funziona semprissimo, ma funziona la maggior parte delle volte, e rimanda al sito dei trasporti che è disponibile anche tradotto… nei musei piccoli e nelle case museo degli scrittori, l’inglese arriva solo alla parola «tickets»: ma a gesti sanno farsi capire molto bene…

Stupiscono i conti alla rovescia in secondi esposti in cartelli luminosi sopra i semafori: sono il tempo che resta della permanenza del rosso e del verde… sono utili ma mettono una certa ansia poiché la Russia, come abbiamo constatato anche dopo, è molto a favore dell’uso “automobilistico”… molti viali sono quasi autostrade percorse da migliaia di macchine (ormai tutte non russe) furenti e arrabbiate, che clacsonano di continuo…
…la cosa non è affatto diversa dall’Italia…
a San Pietroburgo la convivenza dei pedoni con questi stradoni è ancora garantita (non lo è più a Mosca) e quindi passeggiare e attraversare la strada grazie al conto alla rovescia dei secondi rimasti non è brutto, c’è solo la paura di attraversare quando mancano solo 5 secondi e sulla carreggiata sono lì pronti migliaia di autisti spericolati e nervosi che avranno ben poco rispetto del tuo eventuale arrivare “in ritardo” allo scadere del tempo…
La cosa che portano tutte queste macchine, ancora calmierata a San Pietroburgo ma molto pressante a Mosca, è lo smog… ciò fa riflettere anche su un altro aspetto “ecologico”: l’idea di raccolta differenziata, in Russia, sembra essere solo agli albori: non ci sono cestini appositi per i diversi rifiuti in nessun posto… qui il contrasto con la Finlandia, il cui motto è proprio «Respect, Reuse, Recycle», è stato quasi scioccante…
Molto inquinanti e smoggosi anche i molti chioschi di caffé e alimentari che si piazzano sul Невский Проспект, Névskij Prospékt [Niévski praspiékt] a tutte le ore del giorno con alimentazione elettrica fornica da un gruppo elettrogeno a cherosene!

ALLA RICERCA DI NÁSTEN’KA E RASKÓL’NIKOV SUL КАНАЛ ГРИБОЕДОВА, KANAL GRIBOÉDOVA [KANÁL GRIBAIÉDAVA], IL CANALE GRIBOÉDOV

Passeggiando scopri la meraviglia delle meraviglie di San Pietroburgo: il suo essere settecentesca, neoclassica e ariosa, bianca, celeste e dorata, con i suoi canali uno più bello dell’altro (la Мойка, Mójka, il Канал Грибоедова, Canal Griboédova [kanál gribaiédava], il Canale Griboédov, la Фонтанка, Fontánka [fantánka], ecc.), con le sue chiese massicce e austere, e, soprattutto, con le sue targhe e statue che ti ricordano ogni secondo che lì dove stai camminando hanno camminato tutti i grandi, tutti i musicisti, tutti gli scrittori e anche tutti i loro personaggi!

Siamo andati felicemente alla ricerca della panchina delle Notti bianche (Белые ночи) di Dostoévskij (Достоевский), dove il sognatore (мечтатель) e Nást’enka (Настенька) agiscono: non abbiamo visto panchine su nessuna zona “centrale” dei canali (Dostoévskij afferma che le Notti bianche si svolgono in un posto stra-periferico di San Pietroburgo, ma è difficile rapportare questa notizia del 1848 a oggi), né sulla Мойка, Mójka, né sulla Фонтанка, Fontánka [fantánka], né sul Канал Грибоедова, Kanal Griboédova [kanál gribaiédava], il Canale Griboedov…

La Фонтанка, Fontánka [fantánka] è nominata nel romanzo (in una storia di “apertura” prima dell’incontro con Násten’ka, che avviene su un canale che Dostoévskij purtroppo non nomina), ma è il Канал Грибоедова, Kanal Griboédova [kanál gribaiédava], il Canale Griboédov (che nel 1848 era il Canale di Caterina) ad averci attirati di più nella ricerca: più intimo, piccolo e upper class degli altri e vicino alla casa di Raskól’nikov (Раскольников) di Delitto e castigo (Преступление и наказание), che, al contrario della panchina delle Notti bianche, è stata “inventata/identificata” dai pietroburghesi con una elaborata targa (in Гражданская Улиса, Graždánskaja úlica [grazhdánskaja úlitsa, il zh è come il jardin francese] al numero 19)… sarebbe bastato poco per “fingere” una panchina per Násten’ka, ma evidentemente non lo hanno fatto, a meno che non si sia persa noi, o sia posizionata davvero “lontano” dal centro…
In ogni caso è sul Канал Грибоедова, Kanal Griboédova [kanál gribaiédava], sul Canale Griboédov, vicino al Львиный мост, L’vínskyj most [lvínski most], il ponte dei leoni, che ci siamo immaginati Násten’ka, immersa nei ricercati e onirici scenari che offre l’acqua, e transverberano la città davvero in un sogno…
un sogno per niente simile a Venezia: un sogno bianco, soprattutto, ma anche di altri colori; un sogno di Settecento sognato, un sogno di immagini e di fantasia, un sogno aristocratico, lussuoso, da ballo in maschera
Camminando sul Канал Грибоедова, Kanal Griboédova [kanál gribaiédava], da quando nasce come “disimpegno” della Мойка, Mójka, vedi la coloratissima Спас на Крови, Spas na Krovi [spas na kraví], la Chiesa del Sangue Versato, con le guglie bizantine da immaginario collettivo…

Nella zona della Спас на Крови, Spas na Krovi [spas na kraví], la Chiesa del Sangue Versato (che è adiacente all’ultima dimora di Púškin [Пушкин]: la casa dove morì dopo il duello, il cui luogo può essere ritrovato nella campagna pietroburghese) si ammirano, oltre che il Мраморный Дворец, Mrámornyj Dvoréc [mrámarnii dvariéts], il Palazzo di Marmo, molti giardini: il Марсово Поле, Mársovo Póle [mársava póli], dove durante l’assedio del 1944 gli abitanti fecero un orto e dove sono disseminati molti simboli e tombe militari delle diverse guerre e rivoluzioni (lo domina una statua del generale Suvórov [Сувoров], il primo militare russo a marciare su Berlino); il calligraficissimo Летний Сад, Létnij Sad [liétni sad], il Giardino d’Estate e il grazioso Михайловский Сад, Michájlovskij Sad [miháilavski sad], il Giardino Michajlovskij (Mikhaylovsky), dove poggiano il roseo Castello Michajlovskij e il granitico Museo Russo (Русский Музей, Rússkij Muzéj, rússki muziéi)…
Dietro il Museo Russo si vede una statua di Púškin, purtroppo immersa nel guano, che guarda, davanti a sé, la storica sede della Filarmonica di San Pietroburgo, un edificio per nulla contraddistinto dagli altri, se non dalle targhe che commemorano il grande Evgénij Mravínskij (Евгений Мравинский) e la mitologica prima esecuzione della Sinfonia n. 7 di Šostakóvič (Шостакович, vedi numero 28 di Symphonies e la recensione del concerto di Conlon a Firenze)…

Da lì incroci il Невский Проспект, Névskij Prospékt [Niévski praspiékt] e vedi la neoclassica e quasi arcigna Казанский Собор, Kazánskij Sobór [kazánski sabór], la Cattedrale di Kazan, imitativa del colonnato di San Pietro e luogo della funzione funebre di massa di Čajkóvskij: una chiesa raffreddata dalla sua “autorità” e dal suo post-moderno (ha anche una porta del paradiso ghibertiana), e fin troppo “grigia” nel suo winckelmanismo, ma curiosa (a un lato ha la statua di Kutúzov, il generale di Guerra e pace); ritornando al Канал Грибоедова, Kanal Griboédova [kanál gribaiédava] trovi, dicevamo, Raskól’nikov, la Násten’ka presunta, e tra il canale e la Фонтанка, Fontánka [fantánka] vedi la lapide con il Naso del maggiore Kovalëv del racconto di Gogol’, Гоголь (Нос Майора Ковалёва, Nos Majóra Kovalëva [nos majóra kavalióva], all’angolo tra Проспект Римского-Корсакова, Prospekt Rimskogo-Korsakova [praspiékt rímskava-kórsakava] 11 e Вознесенский Проспект, Voznesénskij Prospékt [vaznisiénski praspiékt] 36): i pietroburghesi l’hanno messa nel 1995, e chissà che tra un po’ non mettano anche una cavolo di panchina per Násten’ka!
Camminando per il canale, e rientrando in città, tra il canale e la Мойка, Mójka (il canale non fa che serpeggiare con la Мойка, Mójka a nord e la Фонтанка, Fontánka [fantánka] a sud) trovi il Юсуповский Дворец, il Jusúpovskij Dvoréc [jusúpavski dvariéts], il palazzo Jusúpov, Yusupov e il Conservatorio con la statua di Rímiskij-Kórsakov, Римский-Корсаков, che immediatamente davanti ha il Мариинский, Mariínskij, Mariinsky, il teatro numero uno della città…
Percorrendo il canale, perciò, trovi molto di San Pietroburgo, e trovi la sua anima più “cittadina”, più immaginosa: passi dalle guglie colorate alle colonne scure, dai palazzoni ai meandri d’acqua che sembrano davvero meandri mentali…

AL MARIINSKIJ

Al Mariínskij ci siamo stati!
Abbiamo visto ИгрокIgrókIl giocatore, l’opera che Sergéj Prokóf’ev (Сергей Прокофьев) ha tratto da Dostoévskij insieme a Vsévolod Mejerchól’d (Всеволод Мейерхольд), già pronta nel 1917 e poi, per guerre e rivoluzioni, tenuta nel cassetto, quasi dimenticata, fino al 1927, quando Prokóf’ev la rimaneggiò finalmente per una rappresentazione al Théâtre de la Monnaie di Bruxelles che si ebbe nel 1929 [Gennádij Roždéstvenskij, Геннадий Рождественский eseguì la versione del 1917 al Bol’šój, Большой (balsciói) di Mosca solo nel 2001]
Il Mariínskij è il grande teatro imperiale, quello delle prime di Músorgskij (Мусоргский), di Čajkóvskij, di Borodín (Бородин), di Petipá, Петипа, di tutti, perfino di Verdi…
Chiamato Mariínskij in onore di Márija, moglie di Aleksandr II, lo zar Alessandro II, nel 1862, nel 1935 fu rinominato Kírov (Киров), come un capo del Partito Comunista di Léningrado… Dicevamo che fu il teatro dei teatri imperialissimo, e durante il sovietismo di Bréžnev (Брежнев), dal 1976, venne diretto con strenua passione da Júrij Temirkánov (Юрий Темирканов) che ci spadroneggiava come Herbert von Karajan, negli stessi anni, spadroneggiava alla Berliner Philharmonie e al Salzburger Festspiele: Temirkánov era sia manager economico, sia direttore musicale, sia, spessissimo, regista scenico delle opere…
Nel 1988, Temirkánov cambiò posto e succedette a Evgénij Mravínskij alla Filarmomica di San Pietroburgo… e lasciò il Mariínskij al suo assistente: Valérij Gérgiev (Валерий Гергиев)…
Temirkanov passò a Gérgiev una spettacolare orchestra e il suo piglio dictatorship manageriale, benché Gérgiev non si sia mai azzardato a fare il regista scenico…
Il problema maggiore fu politico: dal 1988 in poi la Russia affrontò più sconvolgimenti. Chissà per quali contingenze, conoscenze o furbizie, Gérgiev approfittò molto del passaggio dal Comunismo al Capitalismo sfrenato/stato mafioso che contraddistinse il cambio di leadership tra Gorbačëv (Горбачёв) e Él’cin (Eльцин)… Forse già allora era amico personale di Pútin, Путин (un’amicizia di cui Gérgiev si vanta ancora, come fanno altri artisti della sua “cerchia”, tipo Denís Macúev, Денис Мацуев e Ánna Netrébko, Анна Нетребко; sulle implicazioni di quest’amicizia vedi qui)… O forse aveva già contatti olandesi (per esempio con la Rotterdams Philharmonisch, anche se è una cosa quasi da escludere)… Fatto sta che lo sconvolgimento politico fu trasformato da Gérgiev in grande vantaggio: in clima capitalista riuscì a negoziare un contratto discografico con la Philips (etichetta discografica olandese già abituata a trattare con le orchestre del blocco sovietico grazie ai contatti con Kurt Masur e il Gewandhaus di Lipsia della DDR) per una serie di lussuose registrazioni (effettuate in Olanda, spesso negli studi radiofonici di Hilversum, posti ricchi di storia, usati anche da Willem Mengelberg) in cui l’orchestra del Kirov si impegnava in virtuosistiche, specialistiche e spesso scientifiche performance di musica russa… Un “nazionalismo” che ci ha regalato quelle che sono pressoché le prime edizioni filologiche delle opere di Músorgskij (se la ChovánščinaХованщина, e il Borís GodunóvБорис Годунов, del 1872 si erano già ascoltate, anche se da poco, grazie a Claudio Abbado, il Borís del 1869, l’Ur-Borís, ce l’ha fatto sentire Gérgiev), e le prime se non uniche in assoluto edizioni in studio di opere di Rímskij-Kórsakov, e Prokóf’ev… Uno sfoggio di “russianità” che ha protratto anche live al Kírov, in cui fu sì nazionalista ma non fu mai “chiuso”: rinnovò gli allestimenti chiamando anche artisti non russi (vedi Stephen Lawless chiamato a ricostruire il leggendario Borís di Andréj Tarkóvskij, Андрей Тарковский), tirando fuori “chicche” di specifico repertorio del Kirov (vedi la versione di Riccardo Drigo del Lago dei Cigni, Лебединое озеро, approntata con Petipá dopo la morte di Čajkóvskij) che non erano solo russe (fu al Mariínskij che Giuseppe Verdi fece debuttare La forza del destino nel 1862: una versione della partitura che solo Gérgiev ha allestito, con i costumi tratti dai magazzini del teatro, e registrato, nell’imperante prevalenza della versione del 1869 con finale diverso)…
Da Pútin in poi, Gergiev insistette per il ripristino del nome storico Mariínskij al posto di Kírov, cosa a cui l’amico Pútin acconsentì (in un progressivo processo di distacco dalle scenografie sovietiche), ottenne ristrutturazioni faraoniche del teatro, la costruzione di una nuovissima sala da concerto avvenieristica (mentre la Filarmonica di Temirkánov continuava a suonare nella storica sede, bella ma attempata) e di un ancora più costoso “secondo palco” (il Mariínskij II), e impose sempre più i suoi “artisti” (oltre ai detti, Macúev e Netrébko, che Gérgiev scoprì e istruì dopo averla sentita canticchiare quando faceva le pulizie, c’è da ricordare anche Ól’ga Borodiná, Ольга Бородина e Galína Gorčakóva, Галина Горчакова, l’unica che finora si è lamentata di alcune condotte di Gérgiev, secondo lei simili a quelle che Alfred Hitchcock ebbe con Tippi Hedren), mentre otteneva incarichi anche a Monaco di Baviera e Londra, dove si affinò in un repertorio “straniero” (Donizetti, Wagner, Strauss, Bartók) che poi propose anche in patria (con risultati per niente brutti, soprattutto in Strauss e Bartók), registrando, dopo la crisi del mercato discografico di Napster, con una etichetta autogestita dallo stesso teatro, il Mariínskij Label…

Al Mariínskij ho visto un teatro che è riuscito a far collimare l’altissimo professionismo (due opere la giorno) con le istanze artistiche: la tradizione russa ci si sente, e anche se i prezzi, per fortuna, non sono esorbitanti, la bellezza degli arredi e l’atmosfera ancora “imperiale” ti fanno sentire che sei in un luogo speciale, meraviglioso, eccezionale… Per chi volesse andarci c’è da raccomandare l’acquisto del biglietto almeno un mese prima…

L’orchestra del Mariínskij è stata forse una delle migliori che abbia mai sentito, e il direttore Pavel Smelkov [non riesco a trovare gli accenti giusti per lui], impiegatizio, ha ottenuto un equilibrio splendido nella difficile e quasi raffazzonata drammaturgia di Prokóf’ev e Mejerchól’d, con una efficacia incredibile… altri direttori “assistenti” (vedi gli assistenti di Barenboim alla Staatsoper di Berlino, per esempio) spesso non ottengono tali risultati…

SANT’ISACCO E L’AMMIRAGLIATO

Il nostro albergo, là dove morì Čajkóvskij, e dove vissero anche Esénin (Есенин) e Dostoévskij (che, nella sua condizione di eterno precariato e povertà, è vissuto in moltissimi angoli della città prima e dopo i vari “esili” volontari e non: è stato anche a Firenze, in Piazza Pitti), è a un passo da due dei grandi punti di riferimento visivi di San Pietroburgo: le cupole dorate della Исаакиевский Собор, la Isaákievskij Sobór [isaákivski sabór] e dell’Адмиралтейство, l’Admiraltéjstvo [admiraltiéjstva, quasi admiraltístva o admiraltáistva], l’Ammiragliato…

Sant’Isacco è una granitica chiesona a pianta centrale che incute un severissimo rispetto, tanto è maestosa… ci passi accanto ed è impossibile non sentirci i prodigiosi cori della Liturgia di San Giovanni Grisostomo di Čajkóvskij… L’Ammiragliato ha una cupola più squadrata e produce meno “reverenza”, benché sia amichevole occhieggiarlo tra i caseggiati e le vie…

Unisce i due edifici il piccolo l’Александровский Сад, Aleksándrovskij Sad [aliksándravski sad], il Giardino Aleksándrovskij, raccontato nello Evgenij OneginЕвгений Онегин, di Púškin, pieno di busti dei grandi russi (Glínka, Глинка, Gógol’, il generale Gorčakóv, Горчаков, Lérmontov, Лермонтов, il grande poeta romantico Žukóvskij, Жуковский) e ospitante la pacchiana statua di Pëtr Velíkij (Пётр Великий, Pietro il Grande) raffigurato con un formidabile cavallo rampante: la statua, roba da Guinnes dei Primati in quanto a spumeggianza statuaria, fu costruita nel ‘700 e Púškin la elogiò nel suo immaginifico poema Il cavaliere di bronzo (in originale Петербургская повесть: la statua vi è detta Медный всадник, Médnyj svádnik [miédnii svádnik]) nel 1833: da allora quel titolo è diventato il nomignolo dello statuone…
Davanti a Pietro, la Нева, Nevá [nivá] offre uno dei suoi più classici panorami, e un lungofiume con scalette che, volendo, permettono perfino di toccarla!

IL НЕВСКИЙ ПРОСПЕКТ, NÉVSKIJ PROSPÉKT

La zona è adiacente al terzo punto di riferimento: terzo ma primo in assoluto: il Невский Проспект, Névskij Prospékt [niévski praspiékt]… ovvero sia il “viale della Nevá”…

Un vialone paragonabile alla 5th Avenue a New York, o a Broadway: è grande arteria automobilistica ma anche arioso boulevard che taglia in diagonale pressoché tutta la città… Gli edifici che vi si affacciano (dalla Казанский Собор, Kazánskij Sobór [kazánski sabór], la Cattedrale di Kazan alla Российская национальная библиотека, Rassíjskaja Nacionál’naja Bibliotéka [rassískaia natsianálnaia bibliatiéka], la Biblioteca Nazionale Russa, dai centri commerciali immensi, per esempio il colossale Гостиный Ддвор, Gostínyj Dvor [gastíni dvor], alle piccole librerie, dalle chiese ortodosse a quelle evangeliche), i vialetti che vi confluiscono (bellissima Малая Конюшенная Улица, Málaja Konjúšennaja Úlica [málaja kaniúscinnaia úlitsa], con panchinette meravigliose e con in mezzo una statua di Gógol’, gemellata con Большая Конюшенная Улица, Bol’šája Konjúšennaja Úlica [balsciáia kaniúscinnaia úlitsa], tutta splendidamente alberata), le piazze che vi si aprono in mezzo (commovente Площадь Восстания, Plóščad Vosstánija [plósciad vasstániia], con la colonna che celebra l’assedio), i negozi di tutti i gusti (io ho adorato ovviamente la libreria Respúblika, ricca di souvenirs non stereotipati, anche se, tutto sommato, fin troppo standard e uguale a mille altre librerie del mondo), la rendono una delle “vie” più belle del mondo, e un vero incanto da percorrere… È affollata ma ancora vivibile, percorsa da tanti bus che si possono prendere per andare dove si vuole, e passa sopra tutti i canali suddetti, su ponti splendidi che regalano scorci impagabili (stupenda, per esempio, la Спас на Крови, Spas na Krovi [spas na kraví], la Chiesa del Sangue Versato così come si vede dal Невский Проспект, Névskij Prospékt [niévski praspiékt])…

L’ЭРМИТАЖ, ÉRMITAŽ, HERMITAGE

A un passo dall’Адмиралтейство, l’Admiraltéjstvo [admiraltiéjstva, quasi admiraltístva o admiraltáistva] come dalla Спас на Крови, Spas na Krovi [spas na kraví], e al capo superiore della Невский Проспект, Névskij Prospékt [niévski praspiékt] (l’inferiore è il monastero di Aleksándr Névskij, Александр Невский), c’è il Palazzo d’Inverno, sede dell’Эрмитаж, Érmitaž, il più grande museo del mondo…
lo dicono i numeri: più di 25 milioni di pezzi esposti, dalla preistoria agli egizi, dalle arti delle civiltà africane a quelle asiatiche, dagli antichi greci e romani al medioevo europeo, dal Rinascimento italiano all’Impressionismo francese…
Come Palazzo Pitti a Firenze, l’Эрмитаж, Érmitaž è sia museo sia palazzo, sia pinacoteca con quadri da ammirare, sia reggia con saloni da rimirare… è il posto dove cominciò tutto: fu l’Эрмитаж, Érmitaž che Lénin (Ленин) e i bolscevichi occuparono nell’ottobre del 1917 (impossibile non commuoversi alla scena di Reds di Warren Beatty, 1981, dove si vede quanto Dick Sylbert debba aver penato per far somigliare Helsinki a San Pietroburgo)…

Il Palazzo domina il versante nord di una piazza simile a un anfiteatro, una piazza bella grossa (anche se meno grande di San Pietro e, mi dicono, della Piazza di Santiago di Compostela), con una colonna sulla cui somma c’è un arcangelo: se ti metti in un qualsiasi punto della piazza e giri a 360° vedi il palazzo, la cupola dell’Адмиралтейство, l’Admiraltéjstvo [admiraltiéjstva, quasi admiraltístva o admiraltáistva], intuisci il Дворцовый Мост, Dvorcóvyj Most [dvartsóvii most], Dvortsovy Most, il ponte di Palazzo e guardi il grande arco con i cavalli di bronzo (simboli che dovevano piacere tanto ai Románov, Романов, visto che li usarono quasi dappertutto)…
Il lusso e la fiabesca spumosità del Palazzo d’Inverno, edificio bianco, celeste e verde, è indescrivibile… La Иорданская лестница, Iordánskaja Léstinica [iardánskaja liéstinitsa], lo Scalone Giordano da cui entrano i comuni mortali con il biglietto fa stare bene, ma, via via che si sale, il senso di pacchianeria comincia a prevalere (e questo succede anche ai Musei Vaticani, intendiamoci): pavoni d’oro, letti d’oro, orologi alambiccosi, uova fabergé dappertutto, uno più impillaccherato dell’altro, sono cose che possono “stuccare”…
I quadri sono ovviamente stupendi (il Brughel immortalato da Tarkóvskij in Soljáris, Солярис, toglie il fiato), ma la grandezza è la cosa che “stoppa” gli entusiasmi come in qualsiasi altro museo major (dal Metropolitan di New York ai detti Musei Vaticani, dal Louvre agli Uffizi): una visita solamente, e tutta insieme, stanca e fa fare indigestione (spesso non sono d’accordo con Tomaso Montanari, ma quando dice che l’idea di vedere un museo una sola volta nella vita è assurda mi trova parecchio consentaneo: averci mille vite sarebbe da andare ai musei una volta a settimana: a Firenze, per qualche tempo, quando avevo il libretto DAMS che permetteva di entrare gratis, l’ho potuto fare!)… il biglietto online per 48 ore conviene al massimo, anche se non è vero che permette di evitare la fila come tutti dicono (gli onnipresenti metal detector, di cui dovremo riparlare, e i modi “bruschi” russi, fatti di cartelli in solo russo, ti fanno fare comunque non poca anticamera all’ingresso secondario): inoltre, ti fa entrare da un posto collaterale da dove, una volta dentro, è molto difficoltoso orientarsi… ma senza il biglietto 48 ore, cercare di vedere l’Эрмитаж, Érmitaž in una sola “mandata” è un’idea assolutamente sconsiderata, anche perché trovare quel che si cerca è complicaterrimo: la cartina c’è, ma i numeri delle sale non sono così in vista e la struttura del palazzo è labirintica: se a Palazzo Pitti sono al massimo due le file di stanze da seguire, all’Эрмитаж, Érmitaž possono esserci anche quattro corridoi che si intersecano nei tre piani… Se a Pitti o agli Uffizi è facile seguire un qualcosa di paragonabile a un “percorso obbligato” che permette, grosso modo, di vedere “tutto”, all’Эрмитаж, Érmitaž è impossibile fare ciò: devi sempre controllare dove sei se non vuoi passare più e più volte dallo stesso pavone dorato di uno dei tanti “saloni centrali”…

Forse un modo per procedere è farlo per serendipità: cioè camminare e fregarsene di dove si è: tanto, qualcosa di bello lo trovi di sicuro!

Il biglietto 48 ore è altresì necessario, poiché, per fortuna, si sono accorti che 25 milioni di pezzi non possono stare nello stesso luogo (una cosa che ancora agli Uffizi non hanno constatato)… e siccome se ne sono accorti hanno ottimamente provveduto alla costruzione di un altro museo, che parte dagli Impressionisti, da cui si accede dalla porta di fronte all’ingresso principale, accanto all’arco con i cavalli…
Che gli impressionisti siano in un edificio a parte è scritto in piccolissimo nella mappa del Palazzo d’Inverno… per cui è bene starci attenti… e occhio, al museo dirimpetto, quasi del tutto nuovo e con saloni ancora da riempire del tutto, si accede con il medesimo biglietto del Palazzo d’Inverno…
Il museo nuovo, costruito dal 2004, ha un surrogato di Scalone Giordano rifatto in chiave post-modernista ed è organizzato in maniera più intuitiva, per cui è più facile “vederci tutto”, ma è comunque un museo grande (non m’è sembrato granché più piccolo della Gemäldegalerie a Berlino, per esempio), perciò pensare di vedere anche questo nello stesso giorno del Palazzo d’Inverno è da dissennati…
Nonostante la pacchianeria e la farraginosità, la visita all’Эрмитаж, Érmitaž è un qualcosa di magnifico: il merchandising come i bar, i quadri come i divanetti, gli ori come gli stucchi, i saloni come le statue, gli egizi come i sumeri, ti dicono che stai avendo un’esperienza al di là di ogni immaginazione e un’esperienza che puoi fare solo qui… se Louvre e MET, così come Prado e Uffizi, sono percorsi museografici in linea con consuetudini e categorie scientifiche “mondiali”, l’Эрмитаж, Érmitaž è una cosa a parte, una cosa sempre stata a parte rispetto a tutto, una cosa che è un numero primo della museologia e una cosa autenticamente “russa”: l’Эрмитаж, Érmitaž è come una poesia di Púškin, un libro di Tolstój (Толстой), un’opera di Músorgskij: frammentaria, confusionaria e sembra non pensata, tutta di istinto, piena di digressioni, di sprazzi poetici non necessari, di “errori”, di pleonasticità, ma è una cosa onnicomprensiva, un’opera totale: l’Эрмитаж, Érmitaž è un museo totale, forse più totale degli altri…

ФИНЛЯНДСКИЙ ВОКЗАЛ, FINLJÁNDSKIJ VOKZÁL, LA STAZIONE DI FINLANDIA E ПЛОЩАД ЛЕНИНА, PLÓŠČAD LÉNINA, PIAZZA LÉNIN

Lénin prese il palazzo d’Inverno e l’Unione Sovietica ne fece un top della Russia: pressoché il 65% dei palazzi ha una targa commemorativa di Lénin (qui Lénin ha mangiato, qui si è seduto, qui ha dormito: perfino nel palazzo dove oggi è l’albergo Budapest dove ho dormito a Mosca ne ha una) e a San Pietroburgo hanno dedicato a Lénin una piazza antistante la stazione finlandese, la Финляндский вокзал, Filnjándskij Vokzál [finliándski vakzál], Finlyandsky Vokzal… La Площадь Ленина, Plóščad Lénina [plósciad liénina], Piazza Lenin è una delle pochissime “testimonianze” di URSS visibile a San Pietroburgo, ricostruita così come la volle Pëtr Velíkij: i famosi “casermoni” che vediamo, per esempio, a Berlino Est, si possono trovare solo in periferia… e in periferia, anche se a una sola stazione della Metro da Невский Проспект, Névskij Prospékt [niévski praspiékt], è anche Площадь Ленина, Plóščad Lénina [plósciad liénina], in un quartiere “nuovo” che però non è desolato né brutto…
La ricostruzione “calligrafica” del centro di San Pietroburgo deriva dal volerla rifare identica e uguale dopo il terribile assedio a cui la forzarono i nazisti nella Seconda Guerra Mondiale… la allora Léningrado (quella delle Sinfonia 7 di Šostakóvič e 5 di Prokóf’ev, 28 e 32 di Symphonies) non cadde sotto l’ascia tedesca e resistette come Borodinó (Бородино), in un certo senso, resistette a Napoleone nel 1812… Non riuscendo a conquistare la capitale, e impegnandosi lì oltre misura, l’esercito nazista non ebbe le forze per piegare l’URSS in altri modi e in qualche modo si “consumò” nel tentativo di sfangare una città insfangabile… per certi versi, la Seconda Guerra Mondiale finì grazie alla strenua resistenza di San Pietroburgo, Léningrado…
Si narra che dopo il 1945, Stálin (Сталин), geloso che la battaglia decisiva si fosse tenuta in una città intitolata a Lénin, cominciò una crociata storica per far prevalere, nell’immaginario e nella ricerca storica, l’assedio di Stalingrado… e per un po’, in URSS, ci riuscì (solo la colonna di Площадь Восстания, Plóščad Vosstánija [plósciad vasstániia] e qualche iscrizione in metropolitana ricordano l’assedio a San Pietroburgo), ma il mito di Léningrado, dalla musica di Šostakóvič al progettato film di Sergio Leone (dopo C’era una volta in America, tra il 1985 e il 1989, Leone andava dicendo di voler fare un film sull’assedio di Léningrado con Robert De Niro) ha prevalso: un mito che, curiosamente, era Storia… Una Storia che anche Stálin ha comunque rispettato volendo rifare la città com’era e dov’era prima del deplorevole assedio…

La costruzione di Площадь Ленина, Plóščad Lénina [plósciad liénina] non è recentissima (1920s), e celebra il ritorno di Lénin dall’esilio con un treno che fermò proprio alla stazione di Finlandia: sia la Финляндский вокзал, Filnjándskij Vokzál [finliándski vakzál] (ricostruita totalmente nel 1960) sia la piazza sfoggiano uno stupendo “razionalismo” sovietico: sono squadrate e funzionali, celebrative e propagandistiche (sulla stazione ci sono vere e proprie metope moderne con bassorilievi di storie gloriose della Rivoluzione d’Ottobre), ma hanno un fascino arioso che in Europa ha pochi eguali… La statua di Lénin lo raffigura massiccio, scuro e arringante il cielo e il fiume, una Нева, Nevá [nivá] “autentica”, meno scenografata rispetto a come la si può vedere dal Дворцовый мост, Dvorcóvyj Most [dvartsóvii most], il Ponte di Palazzo o da dietro il Медный всадник, Médnyj svádnik [miédnii svádnik], il Cavaliere di Bronzo o il Мраморный дворец, Mrámornyj dvoréc [mrámarnii dvariéts], il Palazzo di Marmo, ma ancora foriera di un panorama super (in lontananza, da Площадь Ленина, Plóščad Lénina [plósciad liénina] si vede perfino la Смольный собор, Smól’nyj Sobór [smólnii sabór], la Cattedrale di Smol’nyj)… Noi siamo arrivati in Площадь Ленина, Plóščad Lénina [plósciad liénina] quasi per caso: la tappa era la Смольный собор, Smól’nyj Sobór [smólnii sabór], la Cattedrale di Smol’nyj, ma il giorno di festa (il 4 novembre, giornata dell’unità russa, che sarebbe la versione edulcorata da Pútin dell’anniversario della presa del Palazzo d’Inverno) ci ha fatto incappare in una linea di bus limitata e al bus successivo, che sarebbe arrivato a destinazione, il bigliettaio non ci ha fatto il resto a una banconota da 1000 rubli… andare a piedi avrebbe richiesto troppo tempo, e allora abbiamo ripiegato sul vedere Lénin… siamo arrivati giusti giusti per ammirare un tramonto spettacoloso… io credevo che i tramonti fiorentini fossero il meglio del meglio, ma quello che ho visto sulla Нева, Nevá [nivá], se forse non batteva quelli fiorentini, di certo li raggiungeva in bellezza e suggestione: Lénin sembrava arringare a un «sol dell’avvenire» rosso fuoco, che lentamente si addormentava… una commozione immensa!

METROPOLITANA

La Metro di San Pietroburgo serve per le grandi distanze, ma è utile anche per quelle piccole… non è affollatissima, e fa assaggiare l’idea di metro che hanno in Russia e che si manifesta in maniera stressante a Mosca… La Metro è una città sotterranea fatta di saloni istoriati, iscrizioni, statue e cunicoli dove tutti vanno di fretta e guardano malissimo te turista che osi interrompere il flusso… A San Pietroburgo la bellezza della metro è davvero notevole e desta molta curiosità per le vestigia del Comunismo… ancora non ha la arzigogolatezza di quella di Mosca, ma ha già le scale mobili infinite (ci voglio anche più di 100 secondi per “percorrerle”) e la caratteristica di avere la stessa stazione nominata in modo diverso a seconda della linea che le percorre: lo vedremo meglio a Mosca…
Il biglietto della Metro di San Pietroburgo è una simpatica moneta con il simbolo della M tondeggiante: una corsa semplice costa 45 rubli…

DOSTOÉVSKIJ

È in metro che siamo arrivati là dov’è il museo di Dostoévskij…
Le case museo russe sono molte e spesso sono casuali: cioè sono case prese a caso dalle molte in cui hanno vissuto gli scrittori/musicisti/artisti, tranne rare eccezioni…
Vederle è abbastanza difficile poiché hanno visite guidate o iscrizioni solo in russo… Tre le tante (quelle “candidate” a una visita erano anche la già citata di Púškin sulla Мойка, Mójka, e quella di Rísmkij-Kórsakov) abbiamo scelto quella di Dostoévskij, che è una delle più casuali: come già detto Dostoévskij è vissuto in molte parti di San Pietroburgo, e il museo hanno deciso di farlo in una dimora in cui non ha vissuto nemmeno molto tempo durante la stesura dell’Idiota

È una casetta di almeno tre piani, ma “allestite” sono allestite solo quattro o cinque stanze al terzo piano: poi c’è una mostra pressoché insignificante con vedute delle città del mondo visitate da Dostoévskij in quel periodo (e c’era anche Piazza Pitti), e al secondo piano perfino una ludoteca per bambini… Lo scrittoio dove potrebbero essere state scritte alcune pagine dell’Idiota è inavvicinabile, e roba come la sala da pranzo e il tinello dànno molto l’idea di posticcio… L’esperienza è quindi quasi deludente, e la zona in cui si trova la casa neanche così bella, ma in ogni caso è un modo per vivere l’immensa letterarietà della città…

НЕКРОПОЛЬ МАСТЕРОВ ИСКУССТВNEKRÓPOL’ MASTERÓV ISKÚSSTV [NIKRÓPAL MASTIRÓV ISKÚSSTV]

Molto più significativa da vedere è la tomba, vera e autentica di Dostoévskij, nel Тихвинское кладбище, Tíchvinskoe kládbišče [tícvinskae kládbisce], il cimitero Tichvin, Tikhvin, del Monastero Aleksándr Névskij…
Nel piccolo e intimo cimiterino, popolato da splendidi gattoni (i più sono timorosissimi, ma qualcuno si fa avvicinare e accarezzare di gusto, dopo due o tre fasi di “fuggi fuggi”), i pietroburghesi hanno costruito una sorta di pantheon delle scienze e delle arti (il Некропль Мастеров Искусств, Nekrópol’ Masteróv Iskússtv [nikrópal mastiróv iskússtv], la necropoli dei maestri delle arti) perfino diviso per materia!

Dietro Dostoévskij cominciano i musicisti (Glínka, Dargomýžskij, Даргомыжский, Rímskij-Kórsakov, che purtroppo era in ristrutturazione, Balákirev, Балакирев, Borodín, Músorgskij, Antón Rubinštéjn, Рубинштейн, Glazunóv, Глазунов) sui quali spicca Čajkóvskij, che i fan (con pressoché nessun intervento dei familiari) hanno gratificato con uno dei monumenti più distintivi (l’angelo piangente) e grossi (Balákirev, Borodín e Músorgskij sembrano un po’ fatti con lo stampo, tutti un po’ uguali, benché sia simpatica in Músorgskij la presenza, oltre che di una linea musicale, che hanno tutti, anche della tastiera del pianoforte: più carine sono anche quelle più “nuove”: quella di Dargomýžskij con un flautista e quella di Galzunóv con un suo busto sulla cima di una colonna rossastra)… Uno dei gattoni del cimitero si è strusciato a Músorgskij e soprattutto a Balákirev prima di zompare su Čajkóvskij e starci un bel po’ facendo pose byroniane! [può destare curiosità, nel monumento a Čajkóvskij, la presenza della croce latina invece di quella ortodossa: è una cosa dovuta allo scultore, Pavel Kamenskij: era un tale che lavorava nel reparto scenografie del Mariínskij e aveva collaborato col compositore diverse volte, e fu lui a disegnare la statua e a raccogliere i fondi tra i fan per fonderla, quasi all’insaputa dei familiari del morto: è probabile, quindi, che abbia agito più per iconografia “teatralosa” che per effettiva esigenza ecclesiastica)…
Nel cimitero ci sono anche il padre di Stravínskij (Стравинский), la grande attrice Véra Kommisaržévskaja, Вера Комиссаржевская (che fu una sorta di “maestra” per i grandi registi russi, soprattutto per Mejerchól’d), il grande coreografo Márius Petipá, Мариус Петипа (l’autore dei passi per i grandi balletti di Čajkóvskij è quasi nascosto, in mezzo a mille altri, dietro una siepe, in una tombina piccola che sembra quasi “privata”, nulla a che vedere con i numerosi “segnali” che ha Sergéj Djágilev, Сергей Дягилев, l’impresario dei novecenteschi Ballet Russes, sepolto a Venezia con un monumento sì piccolo ma zeppo di roba, dal tabernacolino alle scarpette da ballo) e il matematico Leonhard Euler (da leggere alla tedesca [léonhard óiler], ma che i russi ribattezzarono Леонард Эйлер, Leonárd Éjler [lianárd éilir, o áilir])…

IDIOTMANGIARE A SAN PIETROBURGO

L’atmosfera letteraria è ben radicata a San Pietroburgo, non solo per il Канал Грибоедова, Canal Griboédova [kanál gribaiédava] e le case museo, ma anche perché alcuni ristoranti hanno una indole “libraria”…
L’ИдиотIdiót (ресторaн Идиот, restorán idiót), per esempio, sulla Мойка, Mójka, non lontanissimo dalla Исаакиевский Собор, la Isaákievskij Sobór [isaákivski sabór], la Cattedrale di Sant’Isacco, è arredato come lo studio di uno scrittore e in qualche maniera ci respiri più Dostoévskij che nella casa museo farlocca…
Molto spesso i ristoranti russi hanno una atmosfera soffusamente “tenebrosa”, poiché non è facilissimo accedervi (spesso c’è da scendere le scale di quelli che sono veri e propri sottoscala di palazzi, cosa che complica, certe volte, perfino il riconoscerli o identificarli: le insegne per strada luminoseggiano per il 98% dei locali, ma rimane quel 2% in cui sembra non esserci nulla che indica la presenza di un ristorante) e perché hanno ben poche luci, il personale è sì gentilissimo e servizievole, ma con un piglio che appare brusco (saluto quasi obbligato, ordine, servizio, conto, arrivederci) poiché mai condito né con sorrisi né con qualsiasi altro cenno amichevole… basta farci l’abitudine per capire che questa cosa non è segno né di cattiveria né di menefreghismo né di disprezzo, è che è così… e non si sa chi effettivamente preferire tra un muto cameriere russo (che spesso parla inglese più per “fonetica” che per conoscenza) e un troppo loquace cameriere/ristoratore italiano di trattoria che cerca di attaccare discorso a tutti i costi anche mentre mangi (e anche se non parli italiano)…
Per i vegani la vita è durissima in Russia perché perfino nelle insalate non è raro trovare la caratteristica panna acida (сметaна, smetána [smitána]) e i derivati del latte, ottenuti con processi peculiarissimi esistenti sono nelle campagne russe, sono davvero un orgoglio nazionale (nei reparti yogurt dei supermercati normali si trovano mille varietà di yogurt fatti con le più varie ricotte ma zero alternative di soia… vedi anche qui)…

A San Pietroburgo [preciso che la quasi vegana è mia moglie, non io] i Pizza Hut con le insalate libere dalla Smetána, le catene Укроп, Ukrop e Ra, l’Idiót e il negozio specializzato Ecofamily (accanto alla casa di Raskol’nikov: ha l’insegna in caratteri latini) garantiscono il pasto, ma sono pressoché le uniche cose, e a Mosca, come vedremo, è anche peggio… Ukrop (ne abbiamo visti due: uno davanti alla casa di Dostoésvskij, l’altro davanti a Gógol’ in Малая Конюшенная Улица, Málaja Konjúšennaja Úlica [málaja kaniúscinnaia úlitsa]) ha il personale che riesce a farsi capire in uno stentato inglese e non gode di un servizio velocissimo ma garantisce pietanze strepitose e un prezzo imbattibile; Ra (anch’esso vicino alla casa museo di Dostoévskij) è professionalissimo, bellissimo e tutto english friendly, ma fa cucina solo crudista…

Occhio ai molto diffusi Кофе Хауз, Kofe Chauz (la traslitterazione fonetico-cirillica di Coffee House): il personale non è digiuno di inglese ma non hanno per nulla un menù stampato english (cosa che hanno tutti gli atri citati): come in Giappone hanno le foto esplicative…

Un occidentale non vegano non avrà problemi a mangiare poiché, da Él’cin in poi, la Russia ha partecipato al capitalismo aprendo a tutta l’industria cibaria possibile: Макдоналдс, McDonald’s e Бургер Кинг, Burger King, come il già citato Пицца Хат, Pizza Hut, spadroneggiano dappertutto, in maniera quasi più capillare che a New York (un aspetto sui cui torneremo, quando andremo a Klin)…

All’Idiót, oltre che l’atmosfera letteraria e tenebrosa e alcune proposte vegane, si soddisfa la curiosità di mangiare qualcosa che si può trovare solo in Russia, e io, comunque timoroso delle novità culinarie, ho optato per i Пельмени, pel’méni (pilmiéni), che sono dei ravioli di pasta sottilissima, non troppo dissimili dai ravioli che si mangiano nei ristoranti cinesi qui in Italia, ma cotti in un modo del tutto diverso e serviti con la Smetána a parte… ci sono sia con il ripieno di carne sia di patate o funghi… sono davvero strepitosi!

I NINNOLI DI PÚTIN

Data la natura sognosa e settecentesca di San Pietroburgo, vedere cose che nell’immaginario collettivo si riconducono alla Russia non è così facile… Matrioskine e altre siocchezze si trovano solo nei negozi di souvenirs (e te le fanno pagare care), e una cosa curiosa sono i ninnoletti con la faccia di Pútin: tazze, tazzine e magliette in cui Pútin sfoggia un “culto della persona” che a primo acchito inquieta parecchio, ma che alla lunga fa rimanere nel dubbio se costituisca effettivamente “culto della persona” o se è presa in giro! [molti di questi ninnoli si trovano in posti stra-turistici, in bancarelle ambulanti: ce ne sono tanti intorno alla Спас на Крови, Spas na Krovi (spas na kraví)]
Siccome i gendarmi a San Pietroburgo non sono pochi (anche se sono molti meno che a Mosca),  e siccome i diritti umani non vanno per la maggiore in un paese governato dalla mafia dove sei ospite con una Виза, Víza, Visa di “cortesia” tutt’altro che garantente una protezione diplomatica, non mi sono affatto permesso di parlare di Pútin in alcun modo… Però un ragazzo, lavorante probabilmente precario in un chiosco alimentare sul Невский Проспект, Névskij Prospékt [niévski praspiékt], quando ci ha chiesto, mentre prendevamo un caffé, in un ottimo inglese «vi piace la Russia?», ottenuta una nostra risposta «Sì sì, bellissima», ha replicato: «a me piace un po’ meno…»

In sostanza soggiornare a San Pietroburgo è soggiornare in un immaginario, l’immaginario di Pëtr Velíki e dei grandi scrittori che l’hanno descritta… è quasi una città ideale, grande ma “amichevole”, metropoli ma anche “mente”, lussuosa e ricercata…

Tutto questo continua nelle Avventure a Mosca

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